LETTERA APERTA San Piero Patti, solidarietà alla dottoressa Rosangela Vito
San Piero Patti, la vergogna non è la stanchezza di un medico, ma deriderla. Solidarietà alla dottoressa Rosangela Vito
Dopo gli attacchi sui social contro una giovane collega, una riflessione sul rispetto dovuto ai medici di famiglia, sulle difficoltà della professione e sul rischio di perdere anche chi oggi garantisce assistenza nei nostri piccoli comuni.
Di Luca Scaffidi Militone – Medico di Medicina Generale
Ho letto con profondo dispiacere un post pubblicato su un gruppo Facebook dedicato a San Piero Patti e, soprattutto, i commenti che ne sono seguiti.
Al centro della polemica la dottoressa Rosangela Vito, giovane collega che ha recentemente iniziato a prestare servizio come medico di medicina generale nel comune.
Alcuni cittadini non sarebbero riusciti a ottenere una visita nel pomeriggio e la dottoressa avrebbe comunicato di non poter proseguire oltre le 18, anche per la stanchezza.
Da qui una serie di commenti di sconcertante impietosità: derisioni per la stanchezza, giudizi sprezzanti sulla sua professionalità, fino ad augurarsi che venisse licenziata o privata dello stipendio.
Una deplorevole gogna sui social, che merita una presa di posizione netta.
Conosco la dott.ssa Vito umanamente e professionalmente. È una collega seria, attenta ai pazienti, che svolge il proprio lavoro con impegno e coscienza. Non una persona che si sottrae alle responsabilità o cerca pretesti per lavorare meno.
Proprio per questo considero particolarmente ingiusto quanto accaduto.
Una comunità che sa cosa significa rimanere senza medico
A rendere questa vicenda ancora più amara è il contesto.
Dal 2023 San Piero Patti ha conosciuto direttamente le conseguenze della carenza di medici di famiglia: la prematura scomparsa di un professionista molto apprezzato – il compianto dottore Beppe Forzano –, il trasferimento di un’altra dottoressa e le difficoltà nel garantire una presenza stabile sul territorio.
Molti cittadini hanno dovuto cercare assistenza altrove, con disagi soprattutto per anziani e pazienti fragili.
L’arrivo di una nuova dottoressa avrebbe quindi dovuto essere accolto con particolare favore.
La dott.ssa Vito non è originaria del paese né vi risiede. Ha aperto l’ambulatorio a San Piero Patti per adempiere agli obblighi territoriali del proprio incarico, assumendosi la responsabilità di assistere una popolazione che aveva bisogno di un medico.
Eppure, a poche settimane dall’inizio dell’attività, si ritrova sottoposta a un processo pubblico sui social.
Non intendo certamente attribuire a un’intera comunità le parole di alcuni suoi componenti. Ma proprio da chi ha sperimentato le conseguenze dell’assenza di un medico ci si aspetterebbe maggiore consapevolezza, comprensione e, soprattutto, educazione.
Quaranta persone in attesa non sono quaranta visite che si possono improvvisare
Ho parlato con la collega, che mi ha raccontato di essersi trovata, quel pomeriggio, a gestire un afflusso di circa quaranta persone.
Ha cercato di organizzare gli accessi annotando i nominativi e comunicando quanti pazienti sarebbe riuscita a visitare. Altri, tuttavia, hanno continuato ad arrivare.
Comprendo il disagio di chi attende senza riuscire a essere visitato. Ma vorrei porre una domanda a chi ha commentato con tanta superficialità: quante persone può visitare consecutivamente un medico prima che la qualità delle cure cominci inevitabilmente a risentirne?
Una visita non consiste nell’ascoltare due parole e stampare una ricetta. Richiede attenzione, ragionamento clinico, valutazione dei rischi e responsabilità.
Un medico che riconosce di non poter proseguire mantenendo la necessaria lucidità non dimostra scarsa volontà di lavorare: può, al contrario, dimostrare rispetto per la sicurezza dei pazienti.
Il diritto alla salute deve essere garantito, ma non può essere confuso con la pretesa di una visita immediata per qualsiasi problema, indipendentemente dalla sua urgenza e dalle condizioni di chi deve prestare assistenza.
C’è inoltre un aspetto spesso ignorato: con il nuovo ruolo unico, le ore di apertura dell’ambulatorio rappresentano soltanto una parte dell’impegno lavorativo del medico.
Lo stesso professionista può svolgere attività nelle Case della Comunità, nella continuità assistenziale e in altri servizi territoriali, affrontando anche lunghi spostamenti tra sedi differenti.
Nel caso della dott.ssa, l’attività ambulatoriale si era già protratta oltre l’orario inizialmente previsto.
Ma anche quando lavora più di quanto richiesto, un medico conserva il diritto di essere stanco, di fermarsi e di avere una vita oltre la professione. Non è una macchina né una risorsa inesauribile.
Tre anni fa mi trovavo nella stessa situazione
Nell’ottobre del 2023, quando iniziai a ricevere i pazienti a Sant’Angelo di Brolo, vissi circostanze molto simili.
L’arrivo di un nuovo medico richiama tante persone desiderose di conoscerlo immediatamente e presentargli i propri problemi di salute. A questo si aggiungono, in autunno, le prime patologie respiratorie stagionali.
All’epoca ricevevo in ordine di arrivo, senza appuntamento. Ricordo perfettamente la difficoltà di trovarmi davanti a una sala d’attesa affollata e dover comunicare che non sarei riuscito a visitare tutti.
Non per mancanza di volontà, ma perché oltre un certo limite non è più possibile garantire la stessa attenzione.
Successivamente ho introdotto gli appuntamenti, migliorando l’organizzazione degli accessi. Ma questo richiede tempo, soprattutto all’inizio dell’attività.
Perciò trovo profondamente ingeneroso giudicare la professionalità di una giovane collega sulla base di un singolo pomeriggio difficile.
Attenzione: a forza di pretendere tutto, si rischia di perdere anche chi è rimasto
Lavorare costantemente sotto pressione, senza riuscire a conciliare professione e vita privata, espone al rischio concreto di esaurimento professionale, il cosiddetto burnout.
Se al sovraccarico aggiungiamo aggressività, pretese irragionevoli e delegittimazione pubblica, non dovremmo sorprenderci se un medico finisce per cercare altrove condizioni più sostenibili.
Il paradosso è che una comunità già duramente colpita dalla carenza di medici rischi, con simili atteggiamenti, di scoraggiare proprio quei professionisti che potrebbero garantirle assistenza. E ritrovarsi nuovamente senza medico.
Sarebbe una sconfitta soprattutto per i cittadini.
Perché il medico di famiglia non è un semplice dispensatore di ricette: conosce i propri pazienti, ne segue le malattie croniche, intercetta cambiamenti e garantisce quella continuità assistenziale che la ricerca scientifica associa a migliori condizioni di salute e a una minore mortalità.
Ben vengano le Case della Comunità e gli altri servizi territoriali. Ma devono integrare, non sostituire, il rapporto fiduciario e continuativo con il medico di famiglia.
Un lavoro sempre più complesso, aggravato anche dalle responsabilità altrui
La medicina generale viene troppo spesso descritta come una professione semplice, ben remunerata e poco impegnativa.
Una rappresentazione lontanissima dalla realtà di una popolazione sempre più anziana, con malattie croniche multiple, terapie complesse e crescenti bisogni assistenziali.
A questo si aggiunge una burocrazia che assorbe tempo prezioso, aggravata anche da attività che altri professionisti avrebbero dovuto svolgere.
Troppo spesso gli specialisti ospedalieri e ambulatoriali rimandano al medico di famiglia pazienti ai quali avrebbero dovuto rilasciare direttamente le prescrizioni per gli accertamenti successivi o per le terapie di propria competenza. Anche alla dimissione ospedaliera dovrebbero essere garantite, secondo le modalità previste, le terapie necessarie al primo ciclo di cura, senza costringere il paziente a un inutile passaggio dal MMG.
Lo stesso accade con i certificati di malattia: non sono una prerogativa esclusiva del medico di famiglia e, quando ne ricorrono le condizioni, devono essere rilasciati anche dagli altri medici che accertano la condizione clinica, compresi i liberi professionisti.
Inoltre, chi indica un farmaco o un esame dovrebbe chiarire se sia effettivamente erogabile a carico del Servizio sanitario nazionale. Troppo spesso, invece, è il MMG a dover spiegare perché una prescrizione non sia consentita dalle regole di rimborsabilità, dalle Note AIFA o dai criteri di appropriatezza.
Ne derivano inutili passaggi, lunghe spiegazioni e attriti con pazienti che, comprensibilmente, non conoscono queste disposizioni e finiscono per attribuire al medico di famiglia responsabilità che non gli appartengono.
Invito quindi i cittadini a sostenere concretamente i propri medici di famiglia: chiedete agli specialisti del servizio pubblico le prescrizioni che sono tenuti a rilasciare; pretendete che alla dimissione ospedaliera siano gestite le terapie iniziali e le certificazioni di competenza.
Non accettate passivamente di essere rimandati al MMG per ciò che dovrebbe essere già stato fatto altrove.
Ogni adempimento impropriamente scaricato sulla medicina generale sottrae tempo alle visite, alla prevenzione e alla cura dei pazienti.
La vergogna non è di chi riconosce i propri limiti
Tornando a San Piero Patti, criticare un disservizio, chiedere spiegazioni o segnalare problemi organizzativi è assolutamente legittimo.
Ma deridere una dottoressa per la sua stanchezza, insinuare che non meriti lo stipendio o auspicarne il licenziamento è ben altra cosa.
È un comportamento vergognoso e selvaggio, che rivela una preoccupante carenza di educazione e rispetto.
In alcuni commenti è stata maltrattata, abbondantemente, perfino la lingua italiana. Ma, più degli errori grammaticali, a indignare è la disinvoltura con cui si pretende di giudicare e ridicolizzare pubblicamente una professionista senza conoscere le condizioni in cui lavora.
Prima di chiedersi perché una giovane dottoressa non abbia visitato altre dieci o venti persone, qualcuno dovrebbe piuttosto domandarsi perché sia diventato così difficile trovare medici disponibili a lavorare nei piccoli comuni.
E perché tanti professionisti preferiscano altre attività, altre città o condizioni di lavoro differenti.
Forse, iniziando a rispondere a queste domande, si comprenderebbe meglio la gravità della situazione.
Una dottoressa che si ferma dopo aver lavorato non deve vergognarsi di essere stanca. Dovrebbe vergognarsi chi ha pensato di trasformare quella stanchezza in motivo di scherno.
Alla dott.ssa Rosangela Vito esprimo tutta la mia solidarietà umana e professionale, con l’augurio che non si lasci scoraggiare e possa trovare il rispetto e la collaborazione che merita.
Mi auguro che anche l’Amministrazione Comunale, le istituzioni sanitarie e gli organismi di rappresentanza della professione le manifestino concretamente la propria vicinanza, contribuendo a rendere più sostenibile l’organizzazione dell’assistenza. E che non trascurino questo genere di incresciose vicende.
Ai cittadini rivolgo un ultimo invito: aiutate i vostri medici a lavorare bene. Rispettate le modalità di accesso, distinguete i problemi urgenti da quelli programmabili e, quando qualcosa non funziona, chiedete chiarimenti senza trasformare il disagio in aggressività.
Perché il diritto alla salute non può trasformarsi nella pretesa che chi si prende cura degli altri rinunci alla propria.
E perché sarebbe davvero paradossale che un paese che ha già conosciuto cosa significhi rimanere senza medico finisca per scoraggiare anche chi oggi è lì per assisterlo.
Dott. Luca Scaffidi Militone
Medico di Medicina Generale
