Un Paese in ginocchio di Cosimo Recupero

Un Paese in ginocchio di Cosimo Recupero

Un Paese in ginocchio di Cosimo Recupero

 

Gentiloni ha riportato di recente dati rassicuranti sull’economia italiana che cresce più delle previsioni. Ce lo auguriamo, anche se nelle case e nei vicoli del bel paese la percezione non è così idilliaca come si dice.

L’economia sta diventando un po’ come le previsioni del tempo in estate. Si parla di temperatura reale e temperatura percepita. L’economia delle banche, dell’ISTAT, dell’OCSE e di tutti questi superburocrati che vengono strapagati per dirci se stiamo bene o male, sarebbe l’economia reale, secondo loro. Quello che invece succede nelle famiglie è l’economia percepita, ed è quella che conta in fondo. Basta un punto millesimale di crescita del PIL, che può anche essere solo il frutto di un giorno lavorativo in più nell’anno solare, che i nostri straordinari uomini di governo salgono sul piedistallo e ci spiegano che siamo davvero fortunati ad avere loro nelle stanze dei bottoni.

Ma il vero tema di questi giorni non è l’economia. La notizia che la Cassazione avrebbe chiesto al Tribunale della Libertà di Bologna di rivedere la propria posizione sulla concessione dei domiciliari a Totò Riina sta tenendo banco sulla stampa e sui social.

Come al solito il popolo dei click si è diviso fra quanti sono d’accordo e quanti sono contrari ad un differimento della pena per il superboss.

Il discrimine fra i due gruppi di contendenti è se sia giusto che uno Stato infligga una pena durissima, come il regime del 41bis, a chi ormai è in fin di vita. Io credo che lo Stato debba fare lo Stato, sempre, sia quando mostra durezza, sia quando mostra clemenza. E in questo caso deve mostrare durezza, perché Totò Riina non è uno che ha piantato un coltello in pancia alla moglie perché questa, come Santippe, era una gran rottura di scatole. Riina ha fatto della sfida allo Stato e alla convivenza civile la propria scelta di vita. Lui voleva abbattere lo Stato e piegare tutto alla sua insaziabile sete di denaro e di potere. Ha ucciso 200 persone, quelle di cui si può ricostruire direttamente il legame fra omicida e vittima, più Dio solo sa quante povere vittime di lupara bianca o di polverina bianca che sono morte perché lui è la sua organizzazione potessero accumulare sempre più denaro. Morti sconosciute, incalcolabili, che hanno gettato nell’abisso più nero della disperazione povere madri che hanno visto i loro figli morire con una siringa nel braccio.

E di tutto questo Riina non si è mai pentito. Mai. Né giudizialmente, né umanamente.

Si aggiunga anche che il superboss non è ristretto in un carcere ma in un ospedale, dove una pattuglia di uomini delle forze dell’ordine lo controlla, a spese nostre, per evitare che da lì scriva il suo testamento col sangue di altri innocenti.

La concessione dei domiciliari a Riina non cambia niente sulle sue condizioni, ammesso che i referti medici siano veri. Ne abbiamo già visti tanti di mafiosi guariti miracolosamente negli ospedali italiani, al punto di poter scendere dalle finestre dei nosocomi con le lenzuola annodate, secondo la più classica iconografia criminale.

Se davvero sta male come dicono, in un letto è e in un letto resterebbe. L’unica differenza sarebbe la sua libertà di dare ordini senza orecchie indiscrete.

Ma il vero motivo per il quale Riina non deve essere mandato ai domiciliari è un altro.

Nonostante sia ormai in arresto da un quarto di secolo, ancora le processioni si fermano e fanno l’inchino davanti alla sua casa. Persino Dio viene piegato al boss. Persino il Padre Eterno deve rendere riverenza a chi lo ha offeso e bestemmiato per una vita intera.

E siccome la mafia vive di simboli che puntellano il proprio potere, dopo la statua della Madonna manca solo lo Stato a rendere ossequioso omaggio a chi ha bestemmiato anche lui e la civiltà.

La concessione di un qualunque scampolo di libertà sarebbe un ossequio, un omaggio al boss morente, il segnale a chi resta che ancora, nei palazzi, qualche amico c’è. Sarebbe la prova che l’Italia è un paese che, come la statua del santo patrono, si piega e rende omaggio a chi ha provato a distruggerlo. Un segnale pericolosissimo per tanti, perché sarebbe la prova che l’Italia è un paese in ginocchio, a prescindere dai punti di PIL.

 

 

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