L’AREA DELLO STRETTO HA RADICI ANTICHE di Maurizio Ballistreri
L’AREA DELLO STRETTO HA RADICI ANTICHE
Maurizio Ballistreri
I sindaci di Messina e Reggio Calabria, Federico Basile e Francesco Cannizzaro, hanno firmato nei giorni scorsi un protocollo d’intesa a bordo di un traghetto in servizio tra le due sponde, per “un quadro di collaborazione istituzionale, non esclusiva, per promuovere la fruizione integrata dell’Area dello Stretto, favorire la mobilità dei residenti e dei visitatori, valorizzare congiuntamente l’offerta turistica e culturale”.
Una parte importante dell’intesa riguarda i trasporti, le infrastrutture e l’intermodalità mare-ferrovia. È prevista la creazione dell’Agenzia unica dello Stretto per la mobilità, che si occuperà della programmazione unificata dei servizi di trasporto pubblico locale. Tra le ipotesi anche la creazione di uno “Stretto Pass” per il turismo e la mobilità integrata.
Si tratta, indubbiamente, di un’iniziativa importante, che può restituire all’Area dello Stretto la sua storica centralità nel Mediterraneo.
Il grande storico Fernand Braudel così efficacemente descriveva questa prospettiva: “Il Mediterraneo è un insieme di vie marittime e terrestri collegate tra loro, e quindi di città che, dalle più modeste alle medie, alle maggiori si tengono tutte per mano. Strade e ancora strade, ovvero tutto un sistema di circolazione”.
E il grande geografo Lucio Gambi, docente nell’Ateneo peloritano, già nel 1960 con il saggio “La più recente e più meridionale conurbazione italiana”, pubblicato su “Quaderni di geografia umana per la Sicilia e la Calabria”, individuò l’Area dello Stretto (in precedenza anche un altro grande geografo, Bruno Nice, aveva elaborato studi in tale senso), come la seconda più grande conurbazione meridionale dopo quella napoletana, quale cerniera ideale dell’Europa con i Paesi rivieraschi, centrale nel Bacino mediterraneo.
E alle proposte di Lucio Gambi sull’Area dello Stretto si riferiva spesso il compianto Nino Calarco, direttore della “Gazzetta del Sud” e senatore messinese.
Dell’Area dello Stretto se ne occupò il “Progetto 80”, programma economico nazionale 1971-75, coordinato dall’economista socialista Giorgio Ruffolo, che nelle sue “Linee di coordinamento territoriale” prevedeva proprio la creazione dell’Area Metropolitana dello Stretto di Messina: una “città dello Stretto”, che avrebbe dovuto avere in grandi economie di scala la chiave di volta per aggredire disoccupazione, sottosviluppo e subalternità sociale. E, ancora, le confederazioni sindacali Cgil, Cisl, Uil, nel 1983 con una organica proposta per l’integrazione nel quadrilatero dello Stretto tra Messina, Reggio Calabria, Villa San Giovanni e Gioia Tauro.
Nel 1985 Bettino Craxi, da presidente del Consiglio, lanciò l’ipotesi della costituzione di un nuovo soggetto istituzionale, l’Area Metropolitana dello Stretto, con tre livelli di integrazione: cittadino, con la creazione di un’unica Città dello Stretto denominata “Mediterranea”, conurbando Reggio e Villa San Giovanni con Messina; provinciale, con un consorzio tra Province che potesse configurare una sorta di superprovincia a cavallo dello Stretto; regionale, con un insieme di integrazioni logistiche tali da sinergizzare tra loro Calabria e Sicilia atteso il differente status istituzionale, uno a Statuto speciale l’altra ordinario, che avesse anche il compito di diventare il baricentro dell’incontro tra l’Europa e i paesi del Nord-Africa, nell’ambito di una visione geopolitica che assegnava al Mezzogiorno d’Italia la funzione di punto di incontro e di dialogo tra la costruzione di un’Unione europea non bancocentrica e i paesi rivieraschi del Mediterraneo.
Ai giorni nostri il tema ritorna, con iniziative concrete, perché l’Area dello Stretto, anche nel contesto della promozione della Macroregione del Mediterraneo, può costituire una risorsa strategica per generare occupazione e sviluppo economico e sociale, come dire, con il titolo del romanzo di Carlo Levi, “il futuro ha un cuore antico”.
