LA BATTAGLIA CONTRO L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA

LA BATTAGLIA CONTRO L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA

LA BATTAGLIA CONTRO L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA E IL
RINNOVAMENTO DELLA POLITICA NEL MEZZOGIORNO di Maurizio Ballistreri

Il fronte politico e sociale contro l’autonomia differenziata si allarga dunque,
con l’importante presa di posizione del Presidente della Regione Calabria,
Roberto Occhiuto di Forza Italia, che ha chiesto una “moratoria” per la sua
entrata in vigore, allo scopo di definire in termini di equità e perequazione i
Lep, i livelli essenziali delle prestazioni.
Infatti, la Svimez ha dimostrato, numeri alla mano, che con questa
(contro)riforma “lo Stato aumenterà i debiti, o diminuirà i servizi”, servizi
pubblici essenziali di una società solidale come la sanità, la scuola, l’edilizia
popolare, la tutela ambientale, il ciclo dei rifiuti, con uno sconvolgimento del
diritto del lavoro italiano, considerato il disegno di legge della Lega, per il
ritorno alle gabbie salariali e alle retribuzioni diseguali tra regioni, con la
regionalizzazione del pubblico impiego, della previdenza integrativa e della
legislazione sulla sicurezza sul lavoro e la nascita di una miriade di sindacati a
base localistica senza alcuna visione di equità nazionale.
Una scelta scellerata che violerebbe i principi fondamentali di uguaglianza
sostanziale della nostra Costituzione, poiché si avrebbe una cittadinanza
asimmetrica legata al luogo di residenza, a causa della differente offerta di
servizi, per qualità e quantità, e di prestazioni.
Come scrisse opportunamente il presidente emerito della Corte
costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, “opporsi ad essa è la battaglia della vita
per il Paese”, poiché l’iniziativa della maggioranza al governo distruggerà
l’Unità nazionale, nemmeno sostituita dall’ipotesi del primo teorico della Lega
di Umberto Bossi, Gianfranco Miglio, che teorizzava una confederazione di tre
macroregioni, ma da un confuso sovrapporsi di semi-stati con poteri feudali,

sul piano legislativo e amministrativo, con la caducazione dei diritti
costituzionali contenuti nella Prima parte della Carta fondamentale e dello
Stato sociale universalistico ed egualitario.
Tanto più che il Meridione, a livello di sistema, non è riuscito ad accorciare il
divario con le aree sviluppate del Nord Italia e dell’Europa. La mancanza
financo di acqua in tante province meridionali, come sta avvenendo in questi
giorni, è la scandalosa, empirica, prova dell’esistenza di una questione
meridionale ben lontana dall’essere risolta.
La questione meridionale, quindi, continua purtroppo ad essere viva: ma
senza equivocare sul reale significato che, da Giustino Fortunato in poi, essa
ha avuto, assimilandola invece ad un rivendicazionismo straccione e
scomposto, con una revisione storiografica ingiustificata e strumentale che
porta ad esaltare quella tradizione politica meridionale che, da Masaniello
arriva sino al comandante Achille  Lauro, identifica con il Sud la nostra
peggiore tradizione politica, quella plebea, populista e paternalista.
Invece una nuova battaglia per il Mezzogiorno dovrà, necessariamente,
sfidare le logiche di una politica fatta di pessima pubblica amministrazione,
sprechi e clientele, corruttele e intrecci con la criminalità organizzata, ritardi
nella realizzazione di opere infrastrutturali strategiche o addirittura improbabili
o irrealizzabili, un sistema creditizio autoreferenziale e non al servizio delle
imprese e dei cittadini.
Serve un rigoroso meridionalismo, la cui cultura è diversa e distinta dal
vecchio “sudismo”, che riecheggia nostalgie borboniche, sovente di stampo
sanfedista e reazionario. Una forza politica ispirata alla grande cultura di
meridionalisti autentici e attuali come Gaetano Salvemini, Francesco Saverio
Nitti, Pasquale Saraceno, Rodolfo Morandi, Guido Dorso e Francesco
Compagna, che hanno sempre interpretato il tema del Mezzogiorno in chiave
nazionale ed europea e mai di cesura localistica.

E a ben vedere la scommessa per rilanciare l’impegno per il Sud è proprio
quella di élites politiche che segnino una profonda discontinuità con un
passato fatto di patronage elettorali e clientele, di subalternità carrieristica al
centralismo dei partiti romanocentrici e che faccia del rigore e della
competenza le stelle polari propedeutiche all’auto-governo,
Il pensiero va ad un grande leader socialista del dopoguerra, protagonista
delle battaglie per il riscatto del Mezzogiorno, Giacomo Mancini, che affermò:
“Ho tentato di infrangere il cerchio di omertà, di far capire che i mali del  Sud
andavano attribuiti anche alla classe dirigente meridionale”.
Ecco, perché, la lotta contro l’autonomia differenziata deve essere
corroborata dal rinnovamento delle classi dirigenti meridionali, in termini
culturali, di competenze, di etica, di costume.

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