IL DIRITTO ALLA SALUTE TRA DETTATO COSTITUZIONALE E CONTENIMENTO DELLA SPESA di
Giuseppe Ruggeri
Di “diritto alla salute” si è discusso il 19 novembre
u.s. nell’Auditorium dell’Ordine dei Medici di Messina. Un appuntamento
importante, in tempi in cui il tanto celebrato Welfare State si trova
costretto a fare i conti con la crescente razionalizzazione delle spese imposta
dalla crisi economica attuale.
Organizzato dalla Federspev e introdotto dal
Presidente della sezione messinese Prof. Antonino Arcoraci, l’evento ha avuto
il pregio di soffermarsi su alcuni aspetti di quella che è ormai divenuta una
problematica sfaccettata per le tante implicazioni che determina sulla vita politica,
sociale e culturale del Belpaese.
L’occasione è stata fornita dalla ricorrenza dei
quarant’anni dall’istituzione del Sistema Sanitario Nazionale, ossia quel
modello di princìpi e di modernità che è stata la L. 833 del 1978. Una legge il cui caposaldo era rappresentato
dalla prevenzione la quale, se correttamente applicata, avrebbe ridotto, a
distanza di tutti questi anni, l’incidenza delle principali malattie,
soprattutto quelle degenerative o che riconoscono in alcuni specifici fattori
di rischio la loro etiopatogenesi.
La necessità di raggiungere un equilibrio tra l’art.
32 della Costituzione e il cosiddetto “pareggio di bilancio” (sancito dal nuovo
art. 81 della Costituzione modificato con la Legge Costituzionale n° 1/2012)
attraversa le vicende che hanno avuto per protagonista una sanità
complessivamente “malata” perché sostanzialmente privata della governance che le avrebbe
piuttosto assicurato una gestione al riparo da vincoli di spesa. Una sanità
medicalizzata e non burocratizzata, in altre parole.
Ora, se è vero quanto sostiene Serena Sileoni,
direttore dell’Istituto Bruno Leoni, e cioè che “c’è il rischio di attribuire la
priorità alle esigenze di spesa, sacrificando il principio ippocratico della
libertà prescrittiva del medico secondo scienza e coscienza” è altrettanto
vero che l’oculatezza delle scelte in sanità resta principio inderogabile per
una corretta ed efficace erogazione delle prestazioni.
La riflessione fornita dagli interventi del
presidente dell’Ordine dei Medici Dott. Giacomo Caudo, del direttore generale
dell’A.S.P. Messina Dott. Paolo La Paglia e del Coordinatore del Tribunale dei
Diritti del Malato Dott. Giovanni Frazzica, ha permesso di esplorare più di una
criticità tra quelle che impediscono, di fatto, di individuare un punto di
raccordo tra due concetti apparentemente tanto contrastanti.
Caudo, ha subito stigmatizzato la carenza degli
organici ospedalieri chiarendo che non di medici il nostro Paese ha bisogno, ma
piuttosto di figure specialistiche dal momento che l’accesso ai pubblici
concorsi in sanità non è consentito se si è privi del diploma di
specializzazione. Mancano, in particolare, radiologi e anestesisti che si è
costretti, un po’ in tutte le Regioni, a richiamare dalle fila dei professionisti
in quiescenza o da quelle degli specialisti in formazione, questi ultimi per
incarichi di sostituzione e temporanei. Non esiste – sempre secondo il
Presidente dell’Ordine che è anche Presidente Nazionale della Federazione
Medici di Medicina Generale – un problema legato al “numero programmato” il
quale è a tutt’oggi da considerarsi congruo rispetto all’attuale eccesso di medici,
ma piuttosto al quantitativo di borse specialistiche insufficienti –
numericamente sono più o meno la metà – rispetto alla quota di neolaureati.
Sicché si assiste, nel tempo, al progressivo “spiaggiamento” delle nuove figure
professionali costrette ad attendere che, magari il prossimo anno, venga il
loro turno. Il risultato? Negli ultimi anni circa 10.000 medici sono emigrati
dall’Italia per trovar lavoro in altri Paesi, in particolare Germania e Regno
Unito.
Nel frattempo – come ha reso noto il direttore
generale dell’A.S.P. Messina La Paglia – le corsie si svuotano senza poter
essere rimpiazzate, e così la carenza organica finisce per rappresentare la
criticità principale che, in uno con la frequente inadeguatezza delle
strutture, abbassa sistematicamente i livelli essenziali di assistenza.
Dalla relazione di La Paglia è altresì emersa
l’opportunità di leggere sempre più attentamente i bisogni del territorio, in
altre parole la “domanda” dell’utenza che, in base alle differenti realtà
geografiche, inevitabilmente varia. L’esempio fornito dal “manager” è la
recente conversione della vecchia struttura ospedaliera “Cutroni-Zodda” di
Barcellona P.G. in centro oncologico, venendo così incontro alle necessità di
quanti, abitanti della Valle del Mela e zone viciniori ad alto rischio
ambientale, hanno sviluppato nel tempo patologie neoplastiche. La domanda va
intercettata fornendo al territorio le specificità che richiede ed
implementandole a seconda della peculiare intensità che questa domanda
racchiude.
Una lancia in favore dell’”umanizzazione” della
medicina è stata spezzata da Giovanni Frazzica, il quale ha sottolineato come
sempre più, in tempi recenti, la medicina si sia allontanata dal paziente,
specie negli ospedali e nelle cliniche. Un residuale rapporto “narrativo” tra
medico e paziente permane negli studi dei medici di famiglia i quali
rappresentano – secondo Frazzica – l’ultimo avamposto eretto a tutela del
paziente e della sua dignità. Persone e non numeri, inutile ribadirlo, devono
essere gli attori di un circolo virtuoso che rilanci, insieme ad efficacia ed
efficienza, anche empatia e solidarietà.
Solidarietà. Una parola che dovrebbe essere oggi
superata dal diritto. Diritto previsto dalla legge italiana, perché, come
recita l’art. 2 della Costituzione “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia
come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e
richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica,
economica e sociale”. Ma, anche qui, molto resta ancora da fare.
E poi non vi è da trascurare la sanità privata.
Recenti statistiche effettuate hanno messo in luce che l’ospedalità privata
eroga il 23,4% delle totalità delle prestazioni ospedaliere in Sicilia
incidendo solo per il 12% sul complesso della spesa ospedaliera regionale.
Nella sanità privata siciliana, inoltre, lavorano quasi 7000 operatori ed un
euro investito comporta il risparmio di un euro e venti centesimi. Senza
contare che, aumentando l’offerta (sempre in rapporto alla domanda, beninteso)
attraverso l’accreditamento di più strutture private, si assicura una pluralità
di servizi a prezzi immutati per l’utenza, ma con sensibile risparmio per il
bilancio regionale.
A fronte, insomma, di una sempre maggior difficoltà di
gestire il Fondo sanitario contemperandolo alle esigenze del territorio, non si
può nascondere il fatto che una migliore organizzazione dei servizi sanitari
potrebbe imprimere una svolta alla sanità siciliana. Questo potrebbe consentire
di superare il “gap” con altre regioni (come Lombardia e Trentino) rispetto
alle quali la Sicilia ha un’aspettativa di vita inferiore a 3 anni (80 contro
gli 83 di vita media), regioni nelle quali tale organizzazione è evidentemente
più efficiente coniugandosi, al tempo stesso, con le esigenze espresse dal
territorio.
Non esistono mai ricette – tanto meno in medicina –
che possano definirsi risolutive, ma vale la pena immaginare le misure che, a
modesto giudizio di chi scrive e opera in sanità pubblica da oltre trent’anni, potrebbero
costituire la chiave di volta per un decisivo viraggio da una sanità di sprechi
a una sanità virtuosa e consapevole del proprio ruolo sociale:
a) rafforzare la
prevenzione in tutti i settori sanitari
b) ridurre
l’ospedalizzazione attraverso l’implementazione delle strutture domiciliari
territoriali
c) anteporre
sempre la domanda all’offerta
d) coniugare
efficacemente il pubblico con il privato.
Ma il punto più rilevante – questo il motivo per cui
è stato posto a margine – è rappresentato dalla formazione dei medici. A
riguardo, è indispensabile che, pur mantenendo in atto il numero programmato,
siano ridiscussi i criteri di selezione per l’accesso universitario, i quali
devono essere il più possibile congrui alla tipologia di studi da affrontare.
Bisognerà quindi adeguare il numero delle borse di specializzazione alla
quantità effettiva annuale di studenti che raggiunge la laurea, onde evitare,
come le statistiche prevedono, che di qui a dieci anni il numero di medici ospedalieri,
praticamente, si dimezzi. Ed è, infine, imprescindibile istituire su tutto il
territorio nazionale corsi di “medicina narrativa”, affinché i medici, nel loro
rapporto con i pazienti, personalizzino sempre più un vincolo che non è – né
mai potrebbe essere – di natura esclusivamente professionale.