I NUOVI MOVIMENTI SOCIALI E LA PARTECIPAZIONE POLITICA di Maurizio Ballistreri

I NUOVI MOVIMENTI SOCIALI E LA PARTECIPAZIONE POLITICA di Maurizio Ballistreri

I NUOVI MOVIMENTI SOCIALI E LA PARTECIPAZIONE POLITICA di Maurizio Ballistreri

In Francia e in Spagna sta prendendo forma una nuova stagione di
mobilitazione popolare, in cui il disagio sociale sembra precedere le strutture
organizzate della politica e, persino quelle dei sindacati, perché nelle strade
non si manifesta soltanto una richiesta formulata da apparati già esistenti, ma
prende corpo una protesta alimentata da condizioni materiali diventate
insostenibili, dalla sensazione sempre più diffusa che le istituzioni non siano
più in grado di tradurre il malessere quotidiano in decisioni concrete e dalla
crescente insofferenza verso una rappresentanza politica che continua a
parlare il linguaggio politichese delle elezioni, mentre una parte della società
sembra avere cominciato a parlare quello della partecipazione diretta.
In Francia il fenomeno assume una forma particolarmente evidente nelle
proteste degli studenti delle scuole superiori, esplose inizialmente nella
regione parigina e poi rapidamente estese ad altre parti del Paese, con
centinaia di istituti interessati dalle mobilitazioni e con un livello di
conflittualità che ha riportato nelle strade una generazione giovane
profondamente insoddisfatta delle condizioni della scuola, della scarsità di
personale, delle infrastrutture e più in generale delle proprie prospettive
sociali. La protesta, pur avendo ricevuto il sostegno di esponenti della sinistra
radicale e pur essendosi intrecciata con iniziative sindacali, ha assunto le
caratteristiche dell’autorganizzazione politica e sociale
È proprio questa distanza tra la nascita della protesta e la sua successiva
politicizzazione a rappresentare uno degli elementi più interessanti della fase
attuale, perché quando un movimento nasce da un’esperienza concreta e
immediata, come una scuola che cade a pezzi, una casa che non ci si può più
permettere, retribuzioni insufficienti, con la percezione di non avere alcuna

possibilità di costruire una vita autonoma, ed emerge una domanda molto più
elementare e insieme molto più radicale, quella di poter vivere
dignitosamente senza dover continuamente adattare la propria esistenza ai
limiti imposti dal sistema capitalistico, visto, giustamente, come strumento di
oppressione di una ristretta élite.
In Spagna questa dinamica appare ancora più chiaramente nel movimento
per il diritto alla casa, cresciuto nelle ultime settimane attorno alla vicenda
dell’espulsione dalla propria abitazione di una donna di 87 anni e rapidamente
trasformato in una mobilitazione nazionale contro gli sfratti, l’aumento degli
affitti, la speculazione immobiliare e l’insufficienza delle politiche pubbliche.
Il 3 ottobre decine di migliaia di persone sono scese in piazza in circa
cinquanta città spagnole, con una partecipazione stimata in circa 70.000
persone nella sola Madrid, con la prospettiva di una possibile mobilitazione
generale.
Il dato politicamente significativo è che la piazza spagnola non si è limitata a
contestare la destra o l’opposizione parlamentare, ma ha espresso una critica
anche nei confronti del governo socialista di Pedro Sánchez, accusato di non
avere risolto una crisi abitativa che continua a colpire una parte crescente
della popolazione, e questo rende difficile interpretare la mobilitazione
semplicemente come un braccio sociale della sinistra istituzionale.
La bocciatura parlamentare del provvedimento sulla casa, respinto il 2 ottobre
con 178 voti contrari su 350, ha ulteriormente alimentato la sensazione che il
problema non sia soltanto l’orientamento di un determinato governo, ma
l’incapacità complessiva del sistema politico di rispondere a una domanda
sociale che ormai prescinde dagli schieramenti.
E si coglie la differenza tutt’altro che secondaria rispetto alla stagione classica
del movimento operaio nel ‘900, nella quale il sindacato costituiva il principale
strumento attraverso cui il lavoratore trasformava il proprio disagio individuale

in conflitto collettivo e il partito rappresentava il luogo nel quale quel conflitto
veniva tradotto in programma politico, mentre oggi una parte crescente delle
mobilitazioni sembra procedere in senso inverso, perché prima viene la
comunità concreta di persone che condivide un problema, poi nasce la
protesta e soltanto successivamente arrivano i partiti, i sindacati e gli altri
soggetti organizzati che cercano di interpretarla, sostenerla o, anche, di
orientarla.
Questo non significa che la sinistra sia stata definitivamente superata dalla
piazza, né che questi movimenti siano automaticamente post-ideologici,
perché in Spagna i contenuti della mobilitazione sulla casa sono chiaramente
riconducibili a una cultura sociale progressista e in Francia la sinistra radicale
ha assunto una posizione molto visibile a sostegno degli studenti; significa
piuttosto che la sinistra organizzata rischia di trovarsi nella condizione
paradossale di dover inseguire un conflitto sociale che, pur condividendo
molte delle sue parole d’ordine, non riconosce necessariamente nei partiti
esistenti i propri rappresentanti naturali.
In questo senso le proteste attuali possono essere lette come una
contestazione non soltanto dei governi in carica, ma anche della forma stessa
della rappresentanza, con una piazza che non rifiuta necessariamente la
politica ma rifiuta sempre più spesso l’idea che la politica debba essere
monopolizzata da chi possiede già un partito, una carica istituzionale o una
struttura sindacale.
Se questa tendenza continuerà, Francia e Spagna potrebbero diventare due
laboratori di una nuova conflittualità europea nella quale il protagonista non
sarà più soltanto il lavoratore organizzato dal sindacato o l’elettore mobilitato
dal partito, ma una figura sociale più ampia e composita, fatta di studenti,
lavoratori precari, famiglie indebitate, inquilini, giovani esclusi dal mercato

immobiliare e cittadini che, pur non condividendo necessariamente la stessa
ideologia, riconoscono di vivere dentro una crisi comune.
Attenzione, però, gli obiettivi di questi movimenti in Francia e in Spagna non
hanno caratteristiche rivoluzionarie, non siamo in presenza di un “Nuovo ‘68”
o dell’Autunno caldo in Italia. Non vi sono le teorie della Scuola di Francoforte
di Marcuse, Horkheimer e Adorno, per una reinterpretazione del marxismo
con la critica al capitalismo che diventa contestazione tout court alla civiltà
occidentale.
Qui gli obiettivi sono di un vero riformismo (non quello della sinistra prêt-à-
porter, tanto di moda in Italia, abbacinata dal mercato), per cambiare la
società, redistribuendo ricchezza, potere e ampliando i diritti sociali, secondo
la tradizione socialdemocratica fondata sul modello Keynes-Bedveridge e che
nel nostro Paese trovano un evidente riferimento nei (veri) movimenti radicati
nel territorio: “civici, autonomisti, progressisti”, come Sud chiama Nord di
Cateno De Luca.
Viene alla mente il motto del grande revisionista marxista Eduard Bernstein,
considerato il riferimento teorico della svolta della socialdemocrazia tedesca
avvenuta nel 1959 con il Programma di Bad Godesberg: “il movimento è
tutto, il fine è nulla”.

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