CASO GARLASCO: I RIS E LA PRESENZA DI UNA DONNA IN CASA POGGI di Patrizia Zangla 

CASO GARLASCO: I RIS E LA PRESENZA DI UNA DONNA IN CASA POGGI di Patrizia Zangla 

“CASO GARLASCO. SOLO IN NOME DELLA GIUSTIZIA. PEZZI MANCANTI: I RIS E LA PRESENZA DI UNA DONNA IN CASA POGGI di Patrizia Zangla. PARTE IX” 

Chi è Luciano Garofano, ex RIS di Parma?

È un altro pezzo mancante di questa storia.

Il 25 settembre 2026 viene ascoltato dai magistrati della Procura di Pavia come persona informata sui fatti. Un’audizione a sorpresa, durata tra i 50 e i 90 minuti sui passaggi chiave dell’omicidio di Chiara Poggi: Luciano Garofano dice di ‘non ricordare’, riguardo i test dei pedali della bici, esclude manipolazioni.

Fino al 2009 comandante in capo dei RIS, Ufficio Ricer­che Scien­ti­fi­che Cara­bi­nieri di Parma, noto agli ita­liani con la sua par­te­ci­pa­zione a inda­gini in casi di cronaca nera, come il delitto della contessa Vacca Agusta, Unabomber, il Delitto Cogne, la Strage di Erba, di Novi Ligure, il Caso Carretta, in pratica i grandi gialli enigmatici e, su tutti, il Caso Garlasco. Gode di fama grazie alla Tv, per anni è ospite fisso in una trasmissione televisiva di Rete 4. Il 2009 è anche l’anno in cui è coinvolto in un’indagine della Procura di Parma – scaturita dall’esposto dell’avvocato Carlo Taormina – verrà indagato per peculato e truffa ai danni dello Stato-. Fatto che lo porta ad affrettare le dimissioni dal Ris. Le accuse sono archiviate. Sempre nel 2009 candidato alle elezioni politiche nella lista MpA –La Destra -Pensionati-Alleanza di Centro, ma non viene eletto. Vanta onorificenze, è Cavaliere I classe  SAI, Sacro Angelico Imperiale , dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio (Parma).

In Sicilia, Garofano par­te­ci­pa alle inda­gini sulla strage di Capaci in cui sono uccisi Gio­vanni Fal­cone e Fran­ce­sca Mor­villo e tre agenti della scorta.
Nel 2014 par­te­cipa al Processo Rostagno, celebrato a Trapani, come consulente di Vito Mazzara, ritenuto il sicario del giornalista Mauro Rostagno.

Luciano Garofano era tecnico della difesa di Mazzara insieme all’esperto Marzio Capra, genetista forense, ex vicecomandante del Ris (congedatosi nel 1998) divenuto noto col Caso Garlasco, da 20 anni consulente dei Poggi.

Vito Maz­zara – uffi­cial­mente pic­colo impren­di­tore agri­colo, era accusato di essere l’esecutore materiale dell’agguato a Rostagno il cui mandante era Vincenzo Virga, capomandamento di Trapani, fedelissimo di Riina e Provenzano.

Durante le fasi delicate del Processo Rostagno, Garofano contestò formalmente la perizia sul Dna attribuito in parte a Mazzara che legava il sicario al delitto. Sollevò obiezioni sui resti di una canna di fucile rinvenuta sul luogo del delitto, indebolendo la solidità della traccia genetica parziale attribuita a Mazzara. Il processo si concluse anni dopo con la condanna definitiva all’ergastolo di Virga come mandante e l’assoluzione di Vito Mazzara per l’omicidio di Rostagno (il Caso Rostagno in Imbroglio di Stato di Patrizia Zangla, Pellegrini Ed. 2026).

Una chiosa a carattere etico. Lascia sgomenti la constatazione che ex uomini delle Istituzioni transitino con leggerezza dal servizio allo Stato al servizio dei boss di mafia.

Andiamo al Caso Garlasco. Dopo essere stato a capo dei Ris di Parma, dal 2017 Garofano diventa super consulente tecnico della Difesa Sempio fino a fine settembre 2025 quando lascia il team difensivo: « per la mancata condivisione da parte della difesa di Andrea dei suggerimenti tecnico-scientifici da me proposti». I nuovi inquirenti ipotizzano –  si vedano Parte 7 e Parte 8– che i Ris «giocarono sporco», che sapessero che i test del Dna sui pedali della bici di Stasi erano negativi ma nascosero l’esistenza stessa di quegli esami. Ipotesi che, ovviamente, Garofano ha escluso.

Singolare che Rosa Muscio, Pm di Vigevano, titolare delle prime indagini sull’omicidio, gli neghi due accessi in casa Poggi: il 3 settembre 2007 quando Garofano le chiede di partecipare alle operazioni tecniche in programma il 5 (in cui precisa che dalla Difesa dell’indagato Stasi è pervenuto un «nulla osta») e nella reiterazione dell’8 settembre in vista del sopralluogo del 12. Nel verbale del 5 settembre si legge che Garofano «non ha effettuato alcun accesso» e ha lasciato le pertinenze verso le 13.30.

Il 9 settembre la Pm risponde no: l’attività rientrava negli accertamenti tecnici irripetibili, aperti ai legali (Giovanni e Eleonora Lucido e ai loro consulenti). La Difesa di Stasi aveva già manifestato la volontà di non consentire persone diverse da quelle nominate o autorizzate, riservandosi di far valere l’invalidità delle operazioni.

Eppure le foto di Garofano in tuta bianca lo restituiscono in quei giorni dentro la casa dei Poggi.

In parallelo, un verbale del 2007 a firma del capitano del Ris Alberto Marino  contraddice il ricordo che lo stesso ufficiale ha reso di recente ai Pm di Pavia sul campione di confronto di Chiara Poggi riguardante le analisi eseguite sul cucchiaino per isolare il Dna di Chiara: un campione era già in suo possesso. Il verbale del Ris di Parma cui si fa riferimento è quello del 4 settembre 2007, firmato anche da Marino, attestante che il prelievo di sangue dalla salma come campione biologico di confronto. Anche il verbale del 7 parla di «tracce della vittima».

Repetita iuvant: Marino, sentito dai magistrati di Pavia il 10 settembre 2026, dice di ‘non ricordare’ che quel campione fosse stato trasmesso e sull’uso del cucchiaino, trovato in cucina, dice: «Forse non ce lo hanno mandato» e «non c’è un campione di confronto». Cucchiaino su cui risultarono 2,78 nanogrammi attribuiti al Dna di Chiara, identici anche nei decimali al reperto sui pedali della bici di Stasi.

Ipotesi allo studio indica vi sia stato uno scambio di provette ma avvenuto per errore o per dolo?

Pezzi mancanti: i quattro piccoli pallini sul pigiama di Chiara e le amnesie di Gennaro Cassese

Di chi è l’impronta sul pigiama di Chiara Poggi? Di un uomo o di una donna?

Chi e perché cancella la prova?

Garlasco, mattina del 13 agosto 2007, villetta Poggi in via Pascoli: il corpo di Chiara è trovato in fondo alla scala della cantina dove viene fotografato dai carabinieri: sulla maglietta rosa del pigiama all’altezza della spalla sinistra ci sono quattro piccoli pallini, sono quattro polpastrelli insanguinati dell’assassino. Nella parte anteriore della maglietta, c’è un frammento di impronta palmare insanguinata.

‘Qualcuno’ interviene per rivoltare il corpo che viene lasciato riverso in una pozza di sangue: la maglietta consegnata al medico legale, dott. Ballardini, è completamente intrisa di sangue.

I quattro pallini sono l’impronta dell’assassino o dell’assassina.

16 giugno 2026, per circa tre ore Andrea Sempio è interrogato dal PM di Pavia, Stefano Civardi che gli dice che quella è l’impronta dell’assassino –interrogatorio in cui gli comunica di ritenerlo l’assassino: “Crediamo sia lei l’assassino» [estratto video e audio sono in rete]. Sempio sceglie di avvalersi della facoltà di non rispondere alle contestazioni dei magistrati.

Nel corso delle indagini e del dibattimento giudiziario che porta alla condanna definitiva di Stasi non è emersa una prova scientifica incontrovertibile che riconduca l’impronta sul pigiama in modo esclusivo né a un uomo né a una donna e finora non è stata attribuita a una singola persona. L’orientamento per decifrarla è dato dalle analisi medico-legali e dalle consulenze tecniche che hanno indicato che possa essere compatibile con due possibilità: l’appoggio di dita piccole e affusolate -ergo, di una donna – e l’appoggio della sola punta di dita più grandi -ergo, di un uomo-.  

L’impasse lascia aperte due vie e apre a due possibilità, ma un elemento è chiaro: ‘qualcuno’ gira il corpo, per sciatteria investigativa o per dolo? E intervenendo a ‘sistemare’, favorisce una donna? 

Gennaro Cassese – comandante dei carabinieri di Vigevano, coordina le prime indagini sentendo Andrea Sempio e gli amici di Marco Poggi – dichiara che la prova delle macchie – impronte sul pigiama è andata perduta per un errore dei carabinieri, il dott. Ballardini gira il corpo per i necessari accertamenti medici ma l’errore è a monte, nella fase di repertazione dell’Arma poiché quelle tracce sul tessuto avrebbero dovuto essere fotografate, protette e repertate dai carabinieri prima che il medico legale giri il cadavere.

La dichiarazione di Cassese è labile come altre delle sue.

Nell’audizione del 27 giugno 2025, alle 10:50, Civardi con la PM Giuliana Rizza gli chiedono sia della parziale sovrapposizione oraria tra il verbale di Andrea Sempio e quello di Alessandro Biasibetti del 4 ottobre 2008: “perché il verbale di Sempio inizia alle 10.30 e finisce alle 14,40, ma è come se lei avesse il dono dell’ubiquità perché lo stesso giorno, alle 11,25, inizia il verbale di Biasibetti Alessandro” sia del particolare dello scontrino del parcheggio di Sempio: Cassese dice di “non ricordare” i dettagli relativi a questi aspetti.

Altre impronte: come si muove in casa l’assassino

Sostiamo alla mattina del 13 agosto.

Chiara non ha il tempo di reagire, non urla, non si divincola: i giudici scrivono perché «Aveva così fiducia da non fare assolutamente niente, tanto da venire massacrata senza alcuna fatica, oltre che senza nessuna pietà». Scrivono sia colpita subito, a pochi passi dall’ingresso: batte il capo, le sue mani si contraggono e strisciano sul pavimento. Viene colpita di nuovo. Sollevata con entrambe le mani, viene e gettata sulla scala che conduce in cantina. Chiara è filiforme non pesa neanche 50 chili, è facile sollevarla.

Da allora, ci chiediamo: che necessità c’era di scaraventarla brutalmente per le scale? Nessuna risposta certa.

Andiamo a rallenty. Sull’uscio della cantina, due mani insanguinate lasciano il segno sulla soglia della parte della scala al livello del piano dove finiscono le mattonelle in cotto e iniziano i gradini in marmo: è l’Impronta 33, impronta della mano destra sulla parete della scala che porta in cantina dove l’assassino resta in bilico e, non calpestando neanche un gradino, lancia il corpo di Chiara che scivola giù dalla scala.

Scala, che sappiamo ripida, priva di corrimano, di tredici gradini e due curve: il corpo di Chiara si ferma con la testa sul nono gradino verso il basso, con un lato del volto visibile. L’assassino lascia sulla scala anche l’impronta delle “scarpe a pallini”, marca Frau numero 42, la cui suola è intrisa di sangue. 

A delitto commesso, in casa si procede a pulire.

Più persone sembrano impegnate a farlo, tra loro, c’è chi conosce gli spazi interni, prende gli asciugamani nel vano del mobiletto del bagno. Da casa Poggi mancano alcuni asciugamani. Ricordiamo il recente Dossier anonimo sui Cappa -si veda la Parte 8–  che riferisce chi conosce quegli spazi dentro casa.

L’assassino invece si è diretto in bagno, dove si guarda allo specchio. Sul dispenser portasapone restano due impronte che la sentenza ha attribuito a  Stasi che per ultimo lo ha adoperato.

Oggi sappiamo che non erano le sole impronte.

Ma andiamo avanti. Sul tappetino, dove sosta, resta un’impronta della scarpa «a pallini».

Traccia di donna sul corpo di Chiara?

Sostiamo sui segni sul corpo di Chiara.

Segni lasciati dall’aggressore-assassino. Sul suo volto e sul suo collo ci sono lesioni.

Ci sono anche ferite più piccole, eseguite con precisione come i tagli superficiali sulle palpebre di cui si è ipotizzato fossero macabre sevizie o tentativi di interrogatorio.

Possiamo aggiungere, con maggiore certezza, che presentano una forza e un volume inferiori rispetto ai colpi brutali finali che sono di mano maschile, queste invece mettono in dubbio che l’aggressore avesse una mano imponente.

“Un dito può raccontare molto” secondo l’analista forense Pasquale Mario Bacco: attraverso un dito si può ricostruire la mano che ha lasciato un segno.

La combinazione tra la morfologia delle tracce e la ricostruzione digitale permette agli esperti di ipotizzare sesso, statura, postura dell’aggressore al momento dell’azione, elementi che integrerebbero le risultanze scientifiche parallele (come le perizie del Ris sulle impronte ematiche vicine alle scale e la compatibilità del Dna sotto le unghie di Chiara Poggi attribuito alla linea maschile della famiglia di Andrea Sempio). Dall’analisi geometrica e biometrica di un singolo dito impresso è possibile ricostruire l’intera mano che ha lasciato quella traccia con un’attendibilità dichiarata del 97,4%: le nuove analisi e i campioni genetici isolati -tra cui il campione denominato MDX1 sul pollice destro di Chiara- hanno evidenziato la presenza di tracce genetiche distinte, potenzialmente femminili.

Dato che vede dunque l’azione di una mano non maschile nei primi passaggi dell’aggressione verso Chiara. Ne conseguirebbe che l’assassino non era solo e la ricostruzione del segno rinvenuto sulla gamba sinistra di Chiara, sul polpaccio, porterebbe a una mano di donna.

Le prime perizie ricostruivano questo segno come di una scarpa da uomo e anche di una calzatura a punta da donna. Nel giugno 2025, sempre il medico legale Bacco aveva dichiarato che la lesione geometrica a “tre pallini” -rinvenuta sulla gamba sinistra di Chiara- non era riconducibile a una scarpa ma compatibile col gommino antiscivolo di una stampella e che Chiara sarebbe stata calpestata o premuta con questo gommino quando era già a terra.

Ad excludendum se ne ricavava che se Stasi era incompatibile non lo era la cugina di Chiara, Paola Cappa che nei giorni successivi al delitto, visibilmente emaciata camminava con le stampelle a causa di un incidente in bicicletta. Nell’immediatezza del delitto, durante una SIT rivelava di aver tentato il suicidio pochi giorni prima.

Rammentiamo ora gli alibi.

Stefania Cappa ha un alibi per la prima parte della mattinata: “l’amica” Lucrezia avrebbe confermato che le avrebbe fatto uno squillo al cellulare alle 8:46. Stefania le avrebbe rifatto uno squillo alle 09.25, le avrebbe telefonato fino alle 10:05.

Stefania dai carabinieri riferisce che con la cugina Chiara Poggi non aveva relazione né frequentazione, dopo l’infanzia si vedevano per le festività in famiglia, solo da maggio 2007 riallaccia i rapporti quando la chiama per essere “raccomandata” a Marco Panzarasa, figlio dell’ex sindaco, che si stava laureando in Giurisprudenza, cui chiede aiuto per i suoi studi di Legge.

Marco Panzarasa -al tempo migliore amico e compagno di banco di Alberto Stasi, con lui in Inghilterra da metà luglio per tre settimane- è l’anello che congiunge Stefania Cappa ad Alberto Stasi.

Stefania Cappa e Chiara Poggi

Prima del delitto. 28 luglio e 2 agosto: Stefania va da Chiara per essere “consolata”, nonostante si sia lasciata da poco col fidanzato Gregorio, le racconta di legami sporadici con altri ragazzi;

4 agosto: Stefania passa a prendere la cugina per portarla in ospedale a trovare la sorella Paola ricoverata per la terza volta, le racconta che Paola soffre di anoressia da sei anni per una “delusione d’amore”;

6 agosto: Stefania va da Chiara dopo essere passata dalla Croce Garlaschese dove fa la volontaria, Chiara -racconta Stefania- le dice che Alberto è rientrato dall’Inghilterra, ma non potevano avere rapporti perché aveva il ciclo;

7 e 8 agosto: Chiara -racconta Stefania- le dice che Alberto è rimasto a dormire anche se aveva il ciclo. Aggiunge -racconta Stefania- che le regala completini intimi ma che ultimamente si vedono solo il sabato perché lui è impegnato con la tesi.

10 agosto: Stefania torna a casa di Chiara.

12 agosto: -siamo a un giorno dal delitto di Chiara- Stefania chiama Chiara alla Croce Garlaschese per raccontarle di un legame con un ragazzo. Chiara le dice che sarebbe andata a trovare la nonna alla casa di riposo e che, se fosse rientrata prima delle 19:30, sarebbe ripassata. Ma non torna.

Lucrezia costituisce una sorta di alibi a Stefania Cappa per la mattina del 13 agosto.

Non è esattamente una “amica”, tra loro una conoscenza di Università se sul telefono in rubrica aveva registrato Stefania Cappa come “Ste biondina”.

13 agosto: ore 18:45, Stefania le manda un Sms con scritto: «La ragazza di Garlasco (assassinata) è mia cugina». Lucrezia le chiede come sta, Stefania risponde che sta malissimo e di essere appena uscita dai carabinieri.

19 agosto: Stefania le scrive ancora, le dice che sta malissimo.

Lucrezia trova sul suo cellulare 26 telefonate non risposte: sono i carabinieri che la cercavano per l’alibi di Stefania Cappa.

Alessia Villani, l’amica delle gemelle Cappa

Si conoscevano sin dalle scuole materne, a “Gente” che la intervista a ridosso del delitto, dice: “Ricordo bene quella telefonata, Stefania mi disse: -ho visto Chiara stamattina alle 11:00-” (Cfr. Gente del 22.08.2007). Nell’articolo raccontava di aver ricevuto la sera del delitto (il 13 agosto 2007) la telefonata di Stefania che la informava dell’accaduto e di aver visto la cugina per l’ultima volta quella mattina.

Stefania Cappa disse invece di aver visto Chiara per l’ultima volta il sabato.

La Villani raccontò anche di non essere stata interrogata dagli investigatori, che Stefania riprese i rapporti con Chiara nel maggio di quell’anno, aggiungendo che: “Le gemelle vivevano il lutto in modo anomalo. Hanno cavalcato l’onda di questa disgrazia per emergere in tivù. È sotto gli occhi di tutti”.

A delitto avvenuto.

13 agosto, giorno dell’omicidio, poco dopo le 14:00: il corpo di Chiara è sottoposto a esame, non c’è ancora né rigor mortis né ipostasi (ristagno di sangue).

Due giorni dopo la sepoltura, il cadavere viene riesumato perché avevano dimenticato di prendere le impronte digitali.

I dati certi riportano che nella sentenza di I Grado, Stefania Cappa non è citata per nome, quando si rievoca la testimonianza di Muschitta -si vedano gli articoli precedenti- è chiamata la «cugina bionda di Chiara Poggi». 

Marco De Montis Muschitta dichiarava di aver visto una ragazza con un caschetto biondo – in seguito dichiarò di aver riconosciuto in televisione come Stefania Cappa, una delle cugine di Chiara Poggi- su una bici nera con un piedistallo tipo da camino mentre, procedendo a zig-zag, entrava nella strada della villetta dei Poggi. Resosi conto che era una strada senza uscita, fa inversione con una sgommata rumorosa (testimonianza resa spontaneamente alla Procura il 27 settembre 2007 in cui indica l’accaduto tra le ore 9:30 e le 10:00, in alcuni verbali precisa tra le 9:30 e le 9:45).

13 agosto: Stefania Cappa depone dai carabinieri.

L’ultima volta -dice- che vede la cugina è venerdì 10 davanti a casa sua;

che Chiara in serata si sarebbe dovuta vedere col fidanzato Alberto, che il sabato sarebbe andata a Pavia con lui per negozi;

che da allora non l’ha più vista di persona ma che domenica 12 si sono sentite a mezzogiorno, promettendosi che ci sarebbero viste il giorno successivo (13 agosto), alle 16:00, aggiunge che se la cugina avesse avuto qualche problema ne avrebbe parlato sicuramente con lei;

che il rapporto con il fidanzato Alberto procedeva molto bene;

che in questi tre anni non l’ha mai sentita lamentarsi; e che Chiara con Alberto non ha mai litigato.

A latere. Manuela Travain, vicina di casa Poggi, dichiarò che il 13 agosto, oppure venerdì 10, probabilmente la mattina, notava una bici nera da donna dinnanzi all’abitazione dei Poggi il cui cancello pedonale di ingresso era spalancato.

Dopo l’omicidio. 15 agosto: Stefania Cappa conferma le dichiarazioni rese il 13 agosto: “L’ultima volta che ho sentito al telefono Chiara è stata nella mattinata di domenica 12 agosto. Le ho chiesto di venire nella sede della Croce Garlaschese”;

17 agosto: – i carabinieri lasciano da soli Stefania Cappa e Alberto Stasi -in rete c’è il video-: appena si vedono si abbracciano, lei lo avvolge, l’impressione che si ricava è di  conoscenza.  Iniziano a parlare. Stefania Cappa gli dice che potrebbe essere stata una rapina finita male.

Alberto Stasi, dice: “Secondo me, qualcuno è entrato lì dentro e lei si è spaventata”.

Stefania Cappa, replica: “Ma alle 9:30?”.

Alberto Stasi: “Non lo so a che ora”.

Ad agosto 2007 l’omicidio era collocato tra le 10:30 e le 12:00, poi anticipato tra le 9:12 e le 9:35. Fascia oraria in cui Alberto Stasi era privo di alibi.

Lecito il quesito: a quattro giorni dal delitto, Stefania Cappa come fa a collocare l’omicidio alle 9:30, divenuto l’orario dell’accusa?

‘Qualcuno’ in caserma glielo ha suggerito? O un’altra fonte?

È una trappola per Alberto Stasi e un modo per Stefania Cappa per uscirne indenne? Come di fatto accaduto.

Il testimone Muschitta ritratterà tutto, i carabinieri lo avvisano che è a rischio calunnia.

Il testimone Gianni Bruscagin ha dichiarato che “Stefania Cappa si infilò nel cortile della casa di sua nonna a Tromello con un pesante borsone che poi forse gettò nel canale lì accanto” (Cfr. Gente e il programma televisivo Le Iene).

A latere. Sonia Annoni, colf di Manuela Travain, l’altra vicina di casa Poggi- che con la Bermani vede al bici dai Poggi- dichiarava di aver sentito in strada una sgommata alle 11:45. Per l’orario incongruente, Muschitta non viene creduto, si dice che abbia  raccolto notizie di paese.

Nella deposizione dai carabinieri Stefania Cappa dichiara che alle 16:00 del 13 agosto, mentre è sotto la doccia, viene informata da sua madre, Rosa Poggi, che Chiara è morta.

La sorella Paola racconta a Chiesa Soprani che Stefania viene informata in piscina e rientra in casa bagnata (si veda la Parte 8).

La tela di ragno è sempre fitta e le incongruenze sono troppe. Nel prossimo articolo proviamo a valutarle tornando al passato: cosa scrivono in quei giorni i Giornali locali?

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