Perché la Dc non tornerà di Aldo Cazzullo

Francesco Cossiga considerava Giovanni Battista Montini — sostituto alla Segreteria di Stato, arcivescovo di Milano, Papa con il nome di Paolo VI: uno dei più grandi italiani del dopoguerra — il vero fondatore della Democrazia cristiana, e un po’ anche il suo segretario-ombra fino alla morte, nel fatidico 1978. Com’era nel suo carattere, Cossiga esagerava. Ma non aveva tutti i torti. La Dc conquistò una posizione egemone perché nell’Italia a pezzi del dopoguerra, in cui erano crollati prima il regime fascista e poi la monarchia, l’unica istituzione rimasta era la Chiesa, l’unico sovrano il Papa. Quando i bombardieri americani rasero al suolo il quartiere romano di San Lorenzo (19 luglio 1943: almeno 791 morti), il Duce si guardò bene dal farsi vedere; figurarsi il re; solo Papa Pacelli andò tra le macerie della basilica, e «sembrava un angelo con gli occhiali» (De Gregori). Ovviamente non tutti gli italiani erano democristiani, neanche quelli che votavano Dc, partito-scudo in funzione anticomunista. Dopo il crollo del Muro e del sistema, la Cei di Camillo Ruini — cui Fabrizio Cicchitto un giorno offrì scherzosamente la guida del centrodestra, certo che l’avrebbe esercitata molto meglio di Berlusconi&company — scelse di rinunciare all’unità politica dei cattolici, preferendo influenzare i partiti degli altri. L’idea poteva anche essere buona. Solo che ora i cattolici non contano molto più di nulla nella politica italiana. Si parla di un nuovo movimento, magari da costruire attorno a Conte. Forse servirebbe di più un nuovo Ruini, che riuscisse a incardinare i temi cari ai cattolici nell’agenda del governo. – tratto dal Corriere della Sera

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