Patrizia Zangla: perché dovremmo dimenticare?
25 aprile 2020
-RESISTENZA è. Perché dovremmo dimenticare o indistinguerla con altro?- di Patrizia Zangla
Naturalmente le cose sfumano, talora perdono di significato o si obliano, qui si insinuano i molteplici tentativi di bieco revisionismo, di rovescismo storiografico e, in particolare, di assimilazione delle distinzioni relative i fronti opposti della lotta civile che ha insanguinato l’Italia dal 1943.
Tentativi mossi dal proposito di condurre all’equivalenza tra lotta partigiana e lotta saloina o, in altri casi, gli stessi muovono a condurre a relativizzare ciascuna lotta in sé, come riscontrabile nelle disamine delle differenti prospettive storiche.
La prima prospettiva nata a ridosso dei fatti nell’immediato secondo dopoguerra, anche supportata da valutazioni giustificazioniste, ha utilizzato paradigmi agiografici e celebrativi, la seconda, nata in quest’ultimo quindicennio volontariamente revisionista.
Entrambe inadeguate a chiarire la complessità di questa intricata lotta da intendersi nei suoi plurimi significati, di Liberazione dall’occupante nazista, finalizzata all’affermazione di un nuovo assetto politico, di lotta di classe tra socialismo e capitalismo e, in particolare, civile fra fascisti e antifascisti.
È in atto l’operazione storiografica tesa a minimizzare la dittatura fascista o a valorizzarne gli efficaci interventi di politica socio-economica, parimenti a indistinguere il carattere della guerra civile italiana, ledendo la coscienza etica e civica nazionale. Un’operazione molto apprezzata da chi vuole leggere la Storia alla luce di facili luoghi comuni che si sono affiancati quasi in parallelo allo svolgimento di quei fatti. Stereotipi e cliché erroneamente ritenuti certezze storiche e etico-politiche, che hanno diffuso un paradosso nel modo di interpretare questa storia in una logica semplificante che volutamente lascia terreno fertile ai fraintendimenti alimentati dall’attuale spinta nazionalista sovranista.
Necessario tornare alla storia di quegli anni caratterizzati dal regime agonizzante che ha il suo perno nella precaria Repubblica di Salò -«non l’epitome ma l’epifenomeno del fascismo»- e dalla fase cruciale e conclusiva del conflitto mondiale.
Il richiamo alla peculiarità storica congiunturale é ineludibile per chiarificare il triennio 1943- 1945 in cui il Paese è segnato dalla guerra civile che lascia fratture, strascichi, riverberi. Dalla guerra civile sono nati il MSI, il neo PCI, le dialettiche esasperate e inascoltate che hanno trasbordato da una dialettica politica corretta a contrapposizioni apre e sanguinose extraparlamentare che hanno condotto alla lotta armata eversiva degli anni ‘70.
Essa ha posto la base dell’attuale richiesta di conciliazione fra le parti che cela insidie perché tende a far smarrire la necessaria trama storica e a raggiungere l’attenuazione dei fatti o la loro generalizzazione, elementi che sono divenuti un marchio, un vessillo puntualmente riproposti con la stessa liturgia dal politico di destra. Non va temuta la comparazione delle differenti posizioni perché la comparazione è in sé carattere della storiografia, va fortemente temuta l’indistinzione poiché la Resistenza non è un evento aspecifico ma una lotta che ha messo in campo valori contrapposti in cui il fine come la motivazione pregressa sono opposti. Guerriglia contro obbedienza, rinnovamento contro continuità.
Una guerra irregolare, combattuta tra reti clandestine e da unità armate, da un esercito irregolare anche reclutato per caso, che usa armi improprie, astuzia, paura, coraggio.
Quante piccole storie di passioni, di emozioni ci ha lasciato. Racconti di donne, uomini, bambini, vecchi, storie italiane di Resistenza -passate il vostro tempo a leggerle in questo tempo sospeso di isolamento-. Per alcuni aspetti epiche, “eroiche”; il concetto di eroismo è controverso, ma l’eroe resistenziale, al maschile e al femminile, va inteso non in senso classico come un semidio ma come una persona appassionata, che veste inconsapevolmente questo ruolo (per approfondimento 1943-1945: l’Italia in camicia nera. Storia e costume dall’ Italia fascista alla Resistenza, Patrizia Zangla, Leone Editore Milano).
Una guerra imprevedibile, insinuata ovunque, in luoghi inusuali, sotto casa, in strada; e in montagna, connotazione paradigmatica della lotta, come, fra gli altri, ci hanno raccontato Marco Rigoni Stern e Giorgio Bocca.
Le stime precise della guerra resistenziale sono inadeguate come le fonti narrative, volontariamente i partigiani interrompono le relazioni dirette e epistolari con i propri cari, ad eccezione delle lettere dal carcere dei partigiani condannati a morte in attesa di fucilazione come chiarisce Franzinelli, curatore delle Ultime lettere dei condannati a morte e di deportati della Resistenza 1943-1945. Lettere angoscianti di chi avverte che la vita scivola via irrimediabilmente.
L’operaio comunista Antonio Strani, riconosciuto dirigente partigiano, è condotto a Trieste a San Saba, campo di sterminio, prima dell’esecuzione scrive alla madre: «Divento pazzo, fucilano ogni giorno. Sono impazziti. Mamma cara perdonami se ti ho fatto soffrire, chiedo perdono alla moglie e alla mia cara bambina. Che Iddio vi benedica tutti, sono pazzo non ne posso più e non mi lasciano vedervi per l’ultima volta».
Già accaduto nella campagna di Russia in cui si scriveva per sopravvivere, mentre la morte alitava sul collo, lo racconta Rigoni Stern: «Marangoni mi guardava, capiva tutto e taceva. E ora che anche Marangoni è morto, un alpino come tanti. Un ragazzo era, anzi un bambino. Rideva sempre, e quando riceveva posta mi mostrava la lettera agitandola in alto. È la morosa, diceva».
Perché dovremmo dimenticare questo o indistinguerlo con altro?
La Liberazione ha dei costi alti in termini di vite umane, rastrellate e uccise per ritorsione dai nazisti, fucilazioni di massa, stragi e massacri di interi paesi, perpetrate dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945.
Massacri di donne, vecchi, bambini che, pietrificati dal terrore, si stringono alle madri, uccisi a colpi di mitraglia nei cortili delle case, nella piazza del paese e sin dentro le chiese. L’elenco degli eccidi sui civili è lungo e tratteggia l’intera penisola.
Perché dovremmo dimenticare questo o indistinguerlo con altro?
Una guerra casuale e dagli esiti inaspettati, che prepara assalti, imboscate, sabotaggi e rapida si dilegua lasciando la popolazione inerme esposta a ritorsioni nazifasciste e a violente rappresaglie.
Convinta e radicata nel territorio da cui trae aiuto completo. Attendista, all’italiana, perché non tutti accolgono gli appelli del fronte combattente che si identifica con il fronte partigiano.
Una guerra in cui scorgere una connotazione omogenea per classe e fasce di età, senza un preminente orientamento ideologico, in alcune aree centrali dell’Italia sia più presente quello comunista, in altre è evidente la compagine femminile malgrado poco riconosciuta per il suo fattivo contributo alla storia della Resistenza. Tante di quelle donne, giovani o meno, protagoniste di quei giorni come staffette partigiane o alcune come combattenti armate hanno scelto di custodire in silenzio la propria memoria. Stime ufficiali, mai confermate attestano siano state 35 mila.
Perché dovremmo dimenticare questo o indistinguerlo con altro?
Una guerra dall’atmosfera greve, cupa, dagli stati emotivi tesi, nati dalle troppe offese patite, dai traumi profondi, dal disorientamento collettivo figlio di quell’8 settembre.
Di violenze ingovernabili, impulsive, spontanee, di linciaggi collettivi, di vendette private e programmate da organismi interni della lotta.
Una guerra di scelte estreme, da leggere come costo alto della pace. È questo l’aspetto infido della guerra civile in cui accanto ai nemici riconoscibili, fascisti e partigiani, si insinuano quelli occulti, spie, collaborazionisti, fiancheggiatori, torturatori che produce una violenza riparatrice rancorosa, ma anche catartica che vorrebbe così riparare a una dittatura ingiusta in cui paradossalmente come scrive Primo Levi il rapporto tra vittima e carnefice è assimilabile, perché «i due sono nella stessa trappola, malgrado un segno li distanzi, è l’oppressore, lui solo che l’ha approntata».
Una guerra resistenziale che è la base fondante della nostra identità nazionale e il carattere unificante dell’Europa, un’Europa che oggi spesso sembra dimenticarlo.
