Nicola Incampo: «L’ora di Religione a scuola sia obbligatoria per tutti»

Nicola Incampo: «L’ora di Religione a scuola sia obbligatoria per tutti»

«Laico non significa né neutro né laicista, e non si tratta di fare proselitismo ma di offrire a tutti, specie a chi arriva nel nostro Paese, la “geografia dell’anima” dell’Italia e dell’Europa», dice l’esperto di legislazione scolastica, consulente del Sindacato Nazionale Autonomo dei Lavoratori Scolastici (SNALS)

Si occupa da anni degli insegnanti di Religione Cattolica ed è tra gli esperti di legislazione scolastica più stimati in Italia. Ha scritto diversi libri per la scuola, è consulente del Sindacato Nazionale Autonomo dei Lavoratori Scolastici (SNALS) e dall’89 è responsabile dell’area IRC del sito CulturaCattolica.it, da cui risponde alle domande di migliaia di insegnanti. Nicola Incampo al Timone rompe l’argine: «È arrivata l’ora di dare un segnale di discontinuità: la Religione Cattolica dev’essere una disciplina insegnata a tutti». Per il docente di Teorie della scuola presso l’Istituto Teologico di Basilicata «non è più possibile vedere ragazzi bighellonare fuori dall’aula quando in classe potrebbero crescere in cultura, responsabilità e vera integrazione». Una presa di posizione su un tema dalla sinistra considerato intoccabile, ma che anche in vista del grande convegno nazionale sull’integrazione degli studenti stranieri voluto dal ministro Valditara a novembre, è desinata a far rumore.

Professor Incampo, perché afferma che l’insegnamento della Religione Cattolica a scuola dev’essere obbligatorio? «Basterebbe quanto accaduto giorni fa in un Museo di Pitigliano, in provincia di Grosseto, dove l’Assunzione della Vergine di Girolamo di Benvenuto era accompagnata da una targhetta in cui la traduzione era “Recruitment of Mary”, ovvero l’assunzione lavorativa della Madonna. Questo cartellino rimasto inosservato per 7 anni, che come titolato dalle agenzie di stampa indicava una Madonna “assunta”… al lavoro, non è solo una svista linguistica, ma il sintomo di un’ignoranza che ci ha reso ciechi di fronte alla nostra storia. In realtà c’è molto altro, come il fenomeno della devianza giovanile figlia dell’analfabetismo religioso».

I motivi per eliminare la facoltatività dell’ora di Religione sembrerebbero molteplici. Si può intravedere una priorità? «La questione culturale è cruciale. Aver permesso che generazioni intere ignorino completamente il linguaggio religioso si è trasformato per loro in un’amputazione culturale irreversibile, che di fatto ha spesso trasformato secoli di arte, letteratura e politica in noiose astrusità. Eppure l’urgenza in questo momento è il vuoto educativo e valoriale, cercato e condotto con precisione chirurgica, che non di rado porta i nostri ragazzi alla devianza».

A suo avviso cosa servirebbe? «Un nuovo orizzonte, in cui l’adulto sia capace di offrire all’adolescente ragioni per vivere. Mi viene in mente la lettera-appello che alcuni liceali catanesi scrissero dopo aver assistito allo stadio agli scontri in cui perse la vita Filipo Raciti, giovane poliziotto e padre di due figli. “Chi ci educa al senso della vita?”, questo si chiedevano quegli studenti in una lettera che ad oggi rimane un faro per capire le vere e profonde esigenze dei ragazzi. Non a caso suscitò un dibattito nazionale».

In quell’occasione fu proprio un’insegnante di Religione, Graziella Biondi, a invitare i propri studenti a “sostare” su ciò che avevano vissuto allo stadio. «Ricordo benissimo il lavoro della collega, ma ricordo anche, purtroppo, la risposta cinica della scuola che finì per rimproverare gli studenti, rei di chiedere una guida che li introducesse al senso della vita. Dobbiamo chiederci come siamo arrivati a questo grado di ipocrisia. L’ora di Religione, combattendo quel nichilismo che spesso trascina i ragazzi in un pericoloso isolamento, offre loro uno sguardo “più alto”, e quindi un rinnovato coraggio, passione, responsabilità, libertà. A guardar ,, poi, la storia italiana è impastata di una bellezza che educa. Penso a don Bosco, il cui celebre “sistema preventivo” mirava a formare “onesti cittadini” riuscendo addirittura a trasformare la marginalità in risorsa».

A proposito di repressione e prevenzione, le parole con cui Giorgia Meloni ha accompagnato il ddl che presume la capacità di intendere e di volere anche per i minori, vanno nella direzione di un rinnovato sostegno alle agenzie educative. Quindi alla scuola. «La premier ha pronunciato parole molto sagge. Non solo il provvedimento in questione è sacrosanto perché pensato per chi devasta e compie violenze pensando di essere “intoccabile”, ma da parte mia non ho potuto notare l’ennesimo paradosso: la soglia dei 14 anni, cioè la stessa età che il diritto considera adeguata per una scelta di coscienza delicatissima, quella di avvalersi o meno dell’ora di Religione, dall’opposizione viene giudicata “troppo acerba” quando si parla di responsabilità per condotte gravi».

Meloni ha parlato dell’importanza della prevenzione, perché con gli adolescenti non si può ragionare solo sul piano della repressione, ma ha anche aggiunto che «non c’è vera libertà senza responsabilità». «Vero. Ma a mia volta aggiungo che non può esserci né libertà né responsabilità se non si conosce anche “l’altra campana” rispetto a quella con cui il mainstream bombarda gli studenti. Penso a questioni fondamentali quali il cosiddetto cambiamento di sesso (e qui mi chiedo se a scuola, oltre ai “registri alias”, si parli anche del terribile fenomeno dei detransitioner); il fine vita (e qui dubito che qualcuno azzardi a raccontare il mortifero protocollo sanitario del “best interest” del minore); l’inizio della vita (e anche qui registro che pochissimi studenti sanno che il cuore del bambino inizia a battere già al ventesimo giorno dal concepimento). Perfino i conflitti, a iniziare da quello palestinese, sono lasciati agli slogan di Tik Tok».

Sta dicendo che l’ora di Religione si potrebbe configurare anche come il naturale e legittimo completamento alle misure sanzionatorie del Governo? «Certo, ci mettiamo perfettamente in scia col provvedimento. La legge punisce l’errore, ma l’educazione morale ne previene la genesi. Tra l’altro sarebbe un’operazione totalmente gratuita per lo Stato, non servirebbero stanziamenti: gli insegnanti di Religione Cattolica sono in classe, pronti a parlare a tutti del buono, del bello e del vero».

Le diranno in coro che la proposta è inaccettabile perché l’Italia è un paese laico. «A parte che laico non significa né neutro né laicista, e a parte anche che la laicità è un frutto del cristianesimo, la verità è che si fa ancora finta di non capire. Non si tratta cioè di fare proselitismo — distinzione che i docenti di Religione Cattolica hanno acquisito da decenni — ma di offrire a tutti, specie a chi arriva nel nostro Paese, la “geografia dell’anima” dell’Italia e dell’Europa. Aggiungo che mancando accordi istituzionali con altre confessioni, penso soprattutto all’Islam, l’IRC rimane l’unico vero ponte culturale per favorire una reale integrazione. Dobbiamo chiederci con sincerità come gli adolescenti possano amare l’Italia se non conoscono la storia cristiana che l’ha forgiata, il suo cuore pulsante».

Lei insiste sul fatto che a ricevere più benefici dall’insegnamento della Religione Cattolica sarebbero proprio i figli degli immigrati. Eppure questo costituirebbe un vero ribaltamento dello status quo, visto che oggi gli studenti islamici sono proprio coloro che all’ora di Religione escono in massa dall’aula. «Al di là del fatto che al nord anche tanti ragazzi italiani scelgono di non avvalersi dell’ora di Religione, salvo ammettere che lo fanno per entrare un’ora dopo o uscire un’ora prima. Rimane il dato che l’ignoranza dei fondamenti cristiani, impedendo di decifrare il nostro patrimonio storico e artistico – Dante e Caravaggio per un pakistano o un bengalese che non si avvale dell’IRC possono rimanere a vita un mistero – porta a un senso di estraneità verso la società in cui si vive. Per i figli di chi ha scelto di vivere in Italia questo vuoto culturale può innescare processi di alienazione, di disadattamento. Perfino gravi conflitti d’identità».

L’ora di Religione può essere un deterrente anche per i fenomeni di radicalizzazione? «Ovvio. Se l’educazione religiosa ricevuta in famiglia è profondamente confliggente con i principi giuridici occidentali, e se la scuola non offre un “codice di cultura” condiviso, il giovane rischia di trovarsi in una società che percepisce come ostile, nemica. Questo è ciò che già vediamo sempre più spesso nella città europee, con ghetti etnici pronti a radicalizzarsi».

Concretamente, presentare in classe agli adolescenti figure cristiane in che modo potrebbe aiutarli? «In mille modi! Massimiliano Kolbe ad Auschwitz offrì la propria vita per salvare quella di un altro, un padre di famiglia; un gesto che è la dimostrazione pratica che il Vangelo vince la logica dell’odio. La “pedagogia dell’unità” di Chiara Lubich insegna a gettare ponti tra le persone e i popoli. Vivendo la malattia e la maternità come un dono, Chiara Corbella è un testimonial davvero unico e modernissimo sulla preziosità della vita. Potrei continuare per molto…».

Conviene sul fatto che anche quanto alla giustizia la storia cristiana custodisce un inestimabile patrimonio di “giusti” con cui nutrire anima e intelletto degli studenti di oggi? «A Palermo don Puglisi dimostrò come la formazione morale e religiosa sia l’unico vero antidoto alla criminalità. Lo stesso ha testimoniato il “Giudice ragazzino” Rosario Livatino, o anche Salvo D’Acquisto, eroe e martire di quei Carabinieri che oggi purtroppo vengono presi a sassate a causa di una povertà interiore impressionante. Perché, poi, privare i giovani della conoscenza di Carlo Acutis? Un loro coetaneo testimone del fatto che essere “fotocopie” non abbia nessun fascino rispetto al mantenersi originali. Stesso discorso per Pier Giorgio Frassati, che col suo motto “vivere e non vivacchiare” è un altro formidabile antidoto alla superficialità e all’omologazione».

La congiuntura politica per rendere l’ora di Religione Cattolica una disciplina “come le altre”, quindi non facoltativa, oggi sembrerebbe buona. È possibilista? «Il cristiano celebra la speranza. Ovviamente ci vuole il coraggio della politica, che per Paolo VI è “la più alta forma di carità”. Rendere obbligatorio l’IRC significa ampliare la consapevolezza di tutti, in quest’ottica – che poi è l’unica – come essere in disaccordo? In un momento storico altamente “infiammabile”, in cui la perdita di riferimenti incrina la tenuta sociale del Paese, restituire centralità alle radici culturali cristiane sarebbe un atto di grande responsabilità. È il modo più alto per dire a tutti i nostri ragazzi che non sono soli, ma che fanno parte di una comunità con una storia straordinaria, dei valori intramontabili e un futuro “buono” da percorrere insieme. Un giorno ci ringrazieranno» – tratto da il timome.org

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