Le cena dei cretini di Cosimo Recupero

Le cena dei cretini di Cosimo Recupero

 

La competizione interna al M5S per scegliere il candidato premier si è conclusa da poche ore, scatenando l’ilarità di migliaia di giovani smanettoni che, senza bisogno di chiamarsi Casaleggio & Associati, avrebbero messo in piedi un sistema di voto elettronico molto più efficiente e sicuro di Rousseau.

Non era certo nemmeno quando sarebbe iniziata la corsa. Grillo aveva fatto sapere che, nella democrazia elettronica, nel movimento nel quale uno vale uno, l’apertura dei seggi virtuali per scegliere fra Luigi Di Maio e Di Maio Luigi, sarebbe stata comunicata all’ultimo minuto per evitare attacchi hacker, tanto sono convinti della impenetrabilità della loro creatura elettronica.

Per Grillo, Casaleggio e i pochi fedelissimi che hanno accesso al sacro tempio della democrazia pizza e fichi, il voto è una roba da iniziati al punto che, non solo possono votare gli iscritti da prima del primo gennaio scorso, il ché ci può anche stare, ma è un privilegio da club esclusivo, da seguaci che stanno lì ad aspettare di essere chiamati a partecipare al vaticinio collettivo per avere il responso della sibilla, tutti trepidanti per sapere, finalmente, chi si potrà permettere il lusso di sognare di essere a Palazzo Chigi nella primavera del 2018.

Grillo pensava di essere il Gladiatore, al cui segnale un esercito di indomiti soldati avrebbe dovuto scatenare l’inferno, per citare il noto film di Ridley Scott. Ma ai più è sembrato un film altrettanto bello, ma decisamente meno epico e muscolare: La cena dei cretini, di Francis Veber, dove Luigi Di Maio sembrava il povero Francois Pignon, il cretino invitato alla festa per essere preso in giro da tutti.

Fossi stato in Di Maio, prima di accettare di fare il candidato al ruolo di candidato premier (la ripetizione è voluta) avrei posto mille paletti. Avrei preteso una competizione vera, con sfidanti veri. Avrei chiesto, democraticamente, che anche Roberto Fico o chiunque avesse davvero voluto partecipare alla competizione, potesse farlo liberamente. Avrei chiesto che la competizione si svolgesse con regole chiare e tempi certi e non, come invece è stato, con una sorta di blitz notturno, durato poi molto più del previsto, perché la famosa piattaforma Rousseau, che doveva salvare il mondo, non è stata capace di sommare uno più uno più uno.

E invece no. Il nostro eroe, Luigi Di Maio, quello che vuole risollevare l’Italia, senza essere mai riuscito nemmeno a risollevare la media dei voti nel suo libretto universitario, pur di vincere facile ha accettato di mettersi alla berlina di tutti, esclusi gli esagitati che ancora resistono stoicamente ad ascoltare le castronerie di Grillo e compagni.

Di Maio crede di essere un trascinatore, un grande leader, uno che aveva segnato nel destino che a soli trentun anni doveva assurgere a simili onori, pensando che la carica politica ti dia le competenze quando, in una normale democrazia, dovrebbero essere le competenze a guadagnarti la carica politica.

E invece è soltanto l’utile idiota, senza offesa, buono per riempire una casella, senza che nessuno mai gli darà da decidere nulla. Perché nel Movimento non importa se ti pizzicano in intercettazioni imbarazzanti, come è capitato al sindaco di Bagheria. L’unica cosa che non devi mai fare è pensare con la tua testa. Mai. Se lo fai, sei fottuto. E Pizzarotti o la Cassimatis ne sanno qualcosa.

Insomma un gran casotto. Una ennesima figura da peracottari che Grillo colleziona e che lo costringe a starsene zitto, rinchiuso in qualche stanza di qualche albergo di lusso, nel centro di Roma, a guardarsi allo specchio, facendo le mossette da leader per darsi un po’ di tono.

Nessuna uscita trionfale. Nessuna apparizione alla finestra, come quando la Raggi, disgraziatamente, espugnò Roma. Nessuna apparizione in TV nemmeno per dire che vorrebbe mangiare e poi vomitare i giornalisti, lui, il campione della trasparenza.

In questo assordante silenzio non è dato sapere nemmeno quanti abbiano votato a queste giginarie, come le ha ribattezzate qualcuno. Pare abbiano votato solo ottanta mila iscritti, poco più della metà degli aventi diritto. E questo  è sicuramente un altro rantolo che segna la lenta agonia del movimento. Le amministrative di giugno, i segnali poco rassicuranti che arrivano dalla Sicilia, dove Cancelleri potrebbe addirittura arrivare terzo e il flop nella raccolta di fondi per la kermesse di Rimini dove Grillo, finalmente, ci svelerà il segreto di Pulcinella su chi ha vinto questa famosa ed epica sfida per guidare il movimento fino alle prossime elezioni politiche, dicono chiaramente che il movimento è morto, si è autodistrutto nel tentativo di abbattere, con quattro click, la democrazia nata dalla Resistenza, per sostituirla con un insulso videogioco che ha stufato tutti, persino loro stessi.

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