La sanità si misura anche da chi non riesce più a curarsi di AG Rizzo
Una mano stretta non sostituisce una terapia. Ricorda che quella terapia è destinata a una persona, con una storia, degli affetti e una vita che vuole riprendersi.
Nel 2024 quasi sei milioni di persone hanno rinunciato a visite o accertamenti. Dietro il dato ci sono attese, paura e famiglie costrette a scegliere.
Quasi sei milioni di persone, nel 2024, hanno rinunciato a una visita o a un accertamento diagnostico. Non perché non ne avessero bisogno, ma perché tra liste d’attesa, costi e difficoltà nel raggiungere i servizi la cura è diventata, per molti, un percorso a ostacoli.
Prima dei numeri vengono le persone.
Chi aspetta con un dolore che non passa.
Chi rimanda un esame per mesi. Chi teme una diagnosi e, insieme, teme di non riuscire a sostenerne il costo.
Tra una richiesta di visita e un appuntamento lontano ci sono notti insonni, famiglie sospese, domande alle quali nessuna voce automatica risponde. È in questa distanza che rischia di perdersi la sanità: nello spazio tra una prestazione da contabilizzare e una persona da curare.
Secondo l’Istat, nel 2024 circa 5,8 milioni di persone, il 9,9% della popolazione, hanno rinunciato a visite o accertamenti diagnostici per ostacoli economici, liste d’attesa o difficoltà nel raggiungere i servizi. Rinunciare a una prestazione non significa avere abbandonato ogni cura.
Significa, però, che un bisogno di salute ha incontrato una porta chiusa.
Dietro quella porta possiamo esserci noi.
La madre alla quale diciamo di avere pazienza. Il padre che minimizza per non chiedere denaro ai figli.
La persona che continua a lavorare con un disturbo, sperando che passi.
La rinuncia può essere silenziosa.
Questo non la rende meno grave.
La metafora della “fabbrica della salute” descrive un rischio preciso: organizzare tutto intorno a ciò che si riesce a contare, lasciando ai margini ciò che conta per il malato.
Quante visite, quanti esami, quante dimissioni.
Molto più difficile misurare se una persona abbia compreso la diagnosi, possa seguire la terapia, abbia qualcuno ad aiutarla tornando a casa.
Una visita conclusa non è necessariamente un bisogno risolto.
Occorre tuttavia essere onesti: amministrare bene il denaro pubblico è un dovere.
Sprechi e prestazioni inutili sottraggono risorse anche ai più fragili.
E i protocolli, quando fondati sulle prove, proteggono i pazienti.
L’intuizione clinica deve confrontarsi con la scienza.
Il problema nasce quando gli strumenti diventano il fine.
Quando il bilancio detta l’orizzonte della cura e il tempo dell’ascolto viene trattato come una perdita di produttività.
Il medico rischia allora di diventare un esecutore di compiti, responsabile di decisioni complesse ma con margini sempre più stretti per prenderle.
L’infermiere rischia di dover scegliere a quale bisogno rispondere per primo, sapendo che altri resteranno in attesa. Il paziente avverte la fretta e può scambiarla per indifferenza.
Si incrina così la fiducia proprio dove dovrebbe essere più salda.
Anche sulle risorse bisogna evitare gli slogan. La scheda italiana di Health at a Glance 2025 dell’Ocse riporta 6,9 infermieri ogni mille abitanti, contro una media di 9,2, e 3 posti letto ospedalieri, contro 4,2.
Sono confronti che richiedono di considerare l’organizzazione dei diversi sistemi, ma indicano distanze concrete.
La stessa fonte riporta una densità complessiva di medici superiore alla media: contarli, dunque, non basta a capire quanti siano effettivamente disponibili nei servizi e nei territori che ne hanno bisogno.
Non basta nemmeno invocare la vocazione.
La vocazione non sostituisce il riposo.
Non copre un turno scoperto.
Non rende inesauribile la capacità di sostenere il dolore degli altri.
Chiedere umanità ai professionisti senza creare condizioni umane di lavoro è una contraddizione che finisce al letto del malato.
La politica deve assumersi la responsabilità delle proprie scelte: rendere verificabili i criteri delle nomine, motivare le decisioni sulle risorse, rispondere dei risultati.
Senza prove non si può definire ogni nomina una spartizione.
Ma pretendere trasparenza e competenza è il minimo che si debba a chi affida la propria vita a un servizio pubblico.
Le priorità sono concrete:
trattenere il personale con condizioni sostenibili;
adeguare gli organici ai bisogni;
eliminare le duplicazioni burocratiche; rafforzare l’assistenza territoriale;
valutare i dirigenti anche sull’accessibilità e sulla qualità delle cure.
La tecnologia dovrebbe restituire minuti alla relazione, e quei minuti dovrebbero restare al paziente.
C’è ancora molto da difendere.
La stessa Ocse documenta per l’Italia una mortalità trattabile inferiore alla media dei Paesi membri.
Le competenze e i risultati esistono: proprio per questo sarebbe imperdonabile consumarli.
La domanda decisiva, davanti a ogni riorganizzazione, dovrebbe essere semplice: chi starà meglio grazie a questa scelta? E chi rischia di restare fuori?
Perché il conto della sanità si paga anche lontano dagli uffici.
Si paga con i risparmi di una famiglia, con un viaggio, con una giornata di lavoro perduta.
A volte con l’attesa.
Quando siamo noi su quel lettino, vogliamo che qualcuno abbia il tempo di accorgersi di noi.
Ti è mai capitato di uscire da una visita con una prescrizione in mano e la sensazione di non essere stato ascoltato?
Raccontarlo può rendere visibile ciò che nei bilanci non compare.
