IL MEZZOGIORNO TRA ABBANDONO E CARENZA DI CIVISMO
IL MEZZOGIORNO TRA ABBANDONO E CARENZA DI CIVISMO
Maurizio Ballistreri
I sindacati sono scesi in piazza a Reggio Calabria per contestare la politica economica del governo nei confronti del Sud. E il leader della Cgil Maurizio Landini, concludendo la manifestazione, ha detto: “bisogna ripartire con gli investimenti, con un piano straordinario di investimenti perché il punto è creare lavoro e creare uno sviluppo vero che duri nel tempo”. Ma si tratta, in verità, di uno slogan senza indicazioni concrete, senza quella politica meridionalista che, ad esempio, permeò la “strategia delle riforme” delle tre confederazioni negli anni ’70, che ebbe, al netto di tendenze pansindacaliste, significativi risultati per il Mezzogiorno e che partì proprio da Reggio Calabria con la grande mobilitazione dei metalmeccanici e degli edili del 22 ottobre 1972, guidata da Trentin, Carniti e Benvenuto, legata anche alla battaglia per la democrazia contro lo stragismo e l’eversione reazionaria in Italia.
E al di là dei proclami si deve riscontrare come manchi la tensione meridionalista di quegli anni, erede delle analisi e delle proposte sulla questione meridionale, oggetto di discussioni sin dalla metà del diciottesimo secolo quando i riformisti dell’illuminismo napoletano, Antonio Genovesi, Gaetano Filiangieri e Ferdinando Galiani, sostennero che una nuova società meridionale dovesse sostituirsi al regime feudale che si stava disgregando. Il meridione è stato ampiamente studiato da Giustino Fortunato, da Francesco Saverio Nitti, da Gaetano Salvemini. Antonio Gramsci elaborò un programma di coordinamento e direzione tra le classi popolari per superare il divario tra il Nord ed il Sud e coordinare gli interessi comuni in un’alleanza di lotta sociale e politica.
Pasquale Saraceno, che fondò nel 1946 l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (Svimez), fu un convinto sostenitore della Cassa per il Mezzogiorno, ritenendo a ragione che l’economia di mercato non avrebbe potuto da sola produrre la riduzione dei divari tra le regioni del Paese, ormai esasperatamente evidenti e che solo uno strumento pubblico, sul modello della Tennessee Valley Authority voluta da Roosewelt per realizzare il New Deal negli Trenta in America, avrebbe potuto colmare lo storico problema del dualismo Nord-Sud. Scriveva Saraceno, con profetica lucidità, che “l’intervento straordinario è necessario fin quando l’economia italiana risulterà composta di due sistemi, caratterizzati da modelli di sviluppo diversi; ignorare e negare questo persistente dualismo significa conformare l’azione pubblica esclusivamente al modello del sub-sistema più forte, consumando così una sostanziale sopraffazione degli interessi del sub-sistema più debole”.
In verità da decenni il meridione è stato oggetto d’interventi dei vari governi. Esiste purtroppo un contrasto tra la massa ingente d’iniziative effettuate e gli effetti che essi hanno avuto sull’occupazione complessiva del Meridione. La disoccupazione era alta nel passato e lo è ancora alta oggi. I tanti interventi speciali e straordinari nell’agricoltura e nelle opere pubbliche non sono riusciti a ridurre questo divario. Tanti studi hanno descritto il Meridione come un’area d’industrializzazione senza sviluppo o di sviluppo senza occupazione. E, nonostante i molteplici investimenti pubblici, i vari rapporti del Censis, dell’Istat e dello Svimez documentano, ancora oggi, l’elevata disoccupazione, i redditi bassi e le condizioni di vita precarie del Meridione. Il problema è che i vari programmi governativi si sono concentrati sull’assistenzialismo, “a prescindere” (avrebbe detto il principe de Curtis, in arte Totò) da destra e sinistra, per raccogliere voti senza, però, ridurre il divario.
Un solo dato, ai giorni nostri, deve fare riflettere: secondo una recente statistica Eurostat rispetto a una media Ue del 73,1%, nel Sud d’Italia solo meno della metà delle persone tra i 20 e i 64 anni ha un lavoro. Le posizioni di fondo classifica sono tutte occupate da regioni del Sud Italia. Le percentuali riferite al 2018 vedono in questa speciale graduatoria europea penultima la Sicilia con il 44,1% di persone che possiedono un’occupazione, preceduta dalla Campania al 45,3%, la Calabria con il 45,6% e la Puglia con il 49,4%. All’ultimo posto la Mayotte, un arcipelago africano regione d’oltremare francese tra il Madagascar e il Mozambico, con il 40,8% di occupati.
Sui mali del Mezzogiorno, quindi, bisogna evitare ogni ipocrisia, poiché se è vero che dall’Unità d’Italia sino ad oggi esso è stato marginalizzato, ciò è stato possibile anche per la colpevole acquiescenza delle classi dirigenti meridionali, che hanno preferito gestire le risorse disponibili in una logica di scambio politico-clientelare (anche con le organizzazioni criminali) all’insegna del familismo amorale e delle logiche di clan politici e d’affari, anziché promuovere lo sviluppo sociale ed economico collettivo. Senza dimenticare quanto evidenziato in un ormai celebre studio pubblicato nel 1993 da Robert Putnam, dal titolo “la tradizione civica delle regioni italiani”. Secondo il sociologo americano la storia d’Italia, sin dal la fine dell’Impero romano d’Occidente, è stata segnata da una dicotomia, da un lato le regioni ad alto rendimento istituzionale ed economicamente più avanzate (quelle settentrionali), dall’altro quelle a scarso rendimento e basso sviluppo economico (le meridionali), a causa dello scarso senso civico nel Sud.
E questo è uno dei punti nodali per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia: oltre alla necessaria solidarietà da parte del resto del Paese, serve creare delle comunità civiche basate su rapporti orizzontali di reciprocità e cooperazione, per promuovere la fiducia, l’impegno civile, la tolleranza, lo sviluppo autopropulsivo con la valorizzazione delle risorse locali, l’autodeterminazione politica. E sotto quest’ultimo profilo, ci deve doverosamente chiedere, se l’opzione che circola nella politica siciliana di una sorta di franchising da parte della Lega, le cui proposte sono nei fatti anti-meridionaliste come flat-tax e regionalismo differenziato al Nord, vada in questa direzione.
Pubblicato su I Vespri del 29 giugno 2019
