Il kiwi sui maccheroni di Cosimo Recupero
La convulsa settimana che ha portato alla riconferma di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica è ormai alle spalle e tutto sembra essere tornato alla normalità.
Ma è chiaro che questa elezione produrrà strascichi ancora a lungo. Non certo per le qualità umane e politiche del Presidente, sulle quali non discute nessuno, quanto piuttosto per il nuovo scenario che essa ha determinato nel panorama politico italiano: praticamente, un terremoto.
Di fatto tutti i leader hanno avuto, da questa vicenda, una lezione da non dimenticare.
Berlusconi forse ha iniziato a prendere atto che l’età e la salute non lo aiutano. Se fosse stato eletto lui avrebbe praticamente iniziato il suo settennato da un letto d’ospedale. Non certo il miglior viatico.
Letta ha capito che forse è meglio non fidarsi dei grillini che sono ormai lacerati da lotte fra bande per mere questioni di potere. Il PD, tutto sommato, sembra guarito da quella malattia autoimmune che lo logorava dall’interno e, una volta ottenuta questa guarigione, forse è meglio non farsela attaccare di nuovo dal M5S.
Anche Conte e Di Maio hanno capito che non devono fidarsi l’uno dell’altro e, insieme, che non devono fidarsi degli stessi grillini che sono pronti a passare dalle barricate alle liturgie da ancien régime con la più totale disinvoltura, a seconda delle convenienze del momento. In pratica la base grillina ha capito la più italica delle elezioni: Franza o Spagna, purché se magna!
La Meloni ha capito che il suo sogno di essere incoronata come prima donna Presidente del Consiglio svanisce sempre di più come uno starnuto nella tormenta.
Salvini, invece, forse è l’unico che non ha capito una mazza, continuando a blaterare di un suo presunto “lavoro” di mediazione che si è infranto di fronte alla minaccia di nuove elezioni. E fa già ridere così, considerato che “Salvini” e “lavoro” sono due parole assolutamente antitetiche. Un vero ossimoro tipo “ghiaccio bollente”, per intenderci.
Bisogna adesso capire se tutti abbiano compreso che il sistema maggioritario in Italia ha fallito miseramente, essendo stato introdotto, come al solito, all’italiana.
Ovvero, con l’avvento di questo sistema elettorale i partiti più grossi non sono stati capaci di assorbire i satelliti ed hanno sempre lasciato spazi a partiti e partitini che poi, col tempo, hanno avuto fortune alterne, rimescolando sempre le carte. Basti pensare a come, in questi anni, i rapporti di forza fra Forza Italia e Lega si siano ribaltati e stiano forse per farlo nuovamente.
A questo punto i partiti devono prendere atto che è necessario mettere mano alla riforma della legge elettorale. Sono obbligati a questo se non altro dal fatto che il prossimo Parlamento sarà decimato da quel referendum scellerato che ha ridotto i parlamentari.
L’Italia ha bisogno di una nuova legge elettorale proporzionale con le preferenze, e questo almeno per due ordini di ragioni.
La prima è che è impensabile dare un premio di maggioranza ad un partito o ad una coalizione dopo che, con la votazione di sabato scorso, i tre blocchi presenti in parlamento (centrosinistra, centrodestra e grillini) sono diventati quattro, con l’aggiunta di un nuovo centro formato da Forza Italia e Italia Viva, a cui potrebbe anche unirsi, in futuro, una Lega “desalvinizzata”. In tale contesto sarebbe una distorsione dare un sostanzioso premio elettorale a chi magari ha il ventisei o ventisette per cento dei voti fra quanti si sono recati alle urne.
La seconda è che, se davvero si vuole fare della prossima una legislatura costituente, è impensabile che a modificare le regole del gioco siano maggioranze parlamentari che sono però minoranze nel Paese.
La speranza è quindi che i partiti, nel riscrivere la legge elettorale, non facciano l’ennesimo pastrocchio, mescolando un pezzo di quel sistema con un pezzo di quell’altro, facendo una legge elettorale che, alla fine, con un sistema realmente democratico c’entri come il kiwi sui maccheroni.
