Giampaolo Pansa, il gioco della storia di Patrizia Zangla
Giampaolo Pansa, vincitori e vinti, il sottile gioco della sofisticazione della Storia di Patrizia Zangla
Gampaolo Pansa ci ha lasciati, ruvido piemontese dalla forte verve polemica, cronista attento, osservatore acuto, ha raccontato agli italiani il loro Paese in presa diretta. Lo ha raccontato al mondo, mentre gli eventi del Novecento prendevano forma sotto i suoi occhi. Perché era lì, come usava al tempo, con penna e taccuino o con il binocolo ai congressi di partito per scrutarne i particolari.
Lì ad annotare, a chiedere. Capire.
Pansa negli anni di Annarumma e Pinelli. Suoi i primi dubbi sulla morte dell’agente Antonio Annarumma avvenuta in una convulsa situazione di scontro fra manifestanti e Polizia nei pressi del Teatro Lirico a Milano. Era il 19 novembre 1969, il giorno dello sciopero generale contro il caro-affitti indetto dalla Cgil, Cisl e Uil, si tenevano simultaneamente due cortei, uno anarchico e uno dei marxisti–leninisti, molto probabilmente il giovane alla guida di una camionetta della celere in via Larga, urta la testa su un montante dell’auto che viaggiava in senso contrario di marcia e si scontra con l’auto dei colleghi. Una tragica morte abilmente usata per porre l’accento sull’incontrollata furia rossa e unificare tutta la violenza in un unico corpo politico, un’utile arma per l’ultra destra per rinvigorire i sentimenti anticomunisti già presenti nel Paese e invocare interventi forti e leggi d’emergenza.
Suoi i dubbi sulla morte di Giuseppe Pinelli, il Pino, l’anarchico della Ghisolfa.
È tra i primi ad arrivare in Questura nell’immediatezza del volo di Pinelli con i giornalisti Palumbo dell’Unità -già in cortile al momento dello schianto sul selciato del ferroviere- e con Cederna, Camilla Cerderna, la penna sottile come un bisturi da tutti temuta. Sono loro a suonare al campanello di casa Pinelli, ad avvertire la signora che il marito è moribondo in ospedale per ‘una disgrazia’. Poco convinti del balzo felino del fortemente indiziato Pinelli -espressione del questore Marcello Guida- precipitato, senza alcuna colpa e senza effettivi indizi a suo carico, dal quarto piano del palazzo della Questura di Milano a tre giorni dalla bomba di Piazza Fontana.
Erano quelli i giorni funesti di una democrazia giovane e fragile che temeva per la sua stessa incolumità mentre le trame nere della strategia della tensione mettevano scientemente a segno, a ritmo cadenzato, un copione scritto oltreoceano.
Sempre suo lo scoop sul caso Lockheed, firma con Gaetano Scardocchia sul Corriere della Sera l’inchiesta che contribuisce a svelare lo scandalo.
Pansa e la Resistenza, un errore dopo l’altro. Di altri giorni rabbiosi si occuperà, quelli tra il maggio del 1945 e la fine del 1946, e forse per quelli dai più oggi è ricordato.
Nel 2003 usciva il suo «Il sangue dei vinti» e altri sulla stessa linea, presto accusato di revisionismo della Resistenza che per facili ragioni trova sponda nella destra, l’autore è un giornalista comunista non organico al PCI. Pansa respinge le accuse, ma l’operazione si traduce in una ghiotta opportunità per la destra berlusconiana interessata a demolire la storia antifascista da cui era nata la Repubblica italiana. Ha prestato il fianco all’estremo tentativo europeo autoritario di riscrivere la Storia del Novecento, difficile a dirsi perché abbia scelto un’operazione antistorica, persino opportunistica.
Amor di verità direbbe il profano? No, non è così.
L’amore per la storia della Resistenza risaliva alla sua tesi di laurea intitolata Guerra partigiana tra Genova e il Po, raccontava le atrocità nazifasciste, nel nuovo secolo la svolta, racconta le zone oscure del partigianato, i crimini di esponenti fascisti ai danni di partigiani prima di essere uccisi a loro volta. Scrive di pestaggi, torture, stupri, di fucilazioni di massa e di crimini avvenuti dopo il crollo della RSI, Repubblica Sociale Italiana.
Il nodo della storiografia sulla Resistenza, un tema inquietante, da Pansa narrato ma non affrontato, il problema non è solo contenutistico come hanno pensato e pensano i più, ma metodologico, non di revisionismo si tratta ma di qualcosa di più profondo e estremo, di rovescismo.
La Storia è materia vivente e vitale, lo studio della storia è naturalmente revisionista, gli studi storici servono a questo, riprendere, chiarire, rivedere, ma l’operazione risulta antistorica se mal condotta.
Occuparsi della narrazione di una stagione aspra che ha lasciato derive lunghe e sanguinose, generate da un feroce odio politico e sociale che tuttora, anche per queste antistoriche operazioni, di difficile rimarginazione richiedeva e richiede ben altra attenzione.
Pansa rimarcava la sua appartenenza culturale alla sinistra, accusava i reduci partigiani e gli «esorcisti del diavolo revisionista», di screditare i suoi lavori, rimarcava di essersi occupato dei -vinti-. Un modo banalmente errato di esaminare la storia, la Storia è molto di più della divisione vinti e vincitori, non esiste poi un unico pubblico di lettori, Pansa sembra si sia rivolto ai lettori che si sentono vittime, a cui raccontare l’efferatezze dei partigiani, contribuendo a ritenere valida l’equazione partigiano = assassino. Il revisionismo storico è fatto essenzialmente storiografico che diventa politico se ne viene fatto questo uso o se si presta a questo uso e si alimenta la grossolana divisione in categorie, buoni e cattivi, vincitori e vinti e qui confinare nazisti e fasci-nazisti. Il problema è sistemare, posizionare, le divisioni poi vengono da sé, come da sé vengono anche le tante eccezioni in cui collocare il nazista buono e il partigiano ladro e assassino.
L’arma che mette in mano Pansa ai suoi lettori è micidiale, ogni libro è un potenziale esplosivo, ma la deflagrazione può essere voluta o meno, orientata o meno. Non è trascurabile il fatto che il suo lavoro sia giornalistico prevalentemente fruito da non specialisti, spesso da studenti che nulla sanno della Resistenza o che associano la ricorrenza del 25 aprile a un giorno di festa.
Necessaria chiarezza.
Il primo punto riguarda la storicizzazione. Sono quelli i giorni, i mesi della primavera del ’45, fino al ‘46. Benedetto Croce asseriva che ogni storia è «storia contemporanea», intendendo affermare che essa é esaminata con gli occhi del presente, ma mai come in questo caso essa va letta con gli occhi di quel passato. Senza questo adeguato supporto storico si rischia di non comprendere le vendette sui fascisti, vale a dire, se quegli eventi sono considerati staccati dalla complessità dell’epoca fascista, dalla caratterizzazione del regime e di quello della RSI, e non da ultimo della cruciale fase bellica conclusiva, che vedeva parte dell’Italia occupata dai nazisti, si rischia di ragionare in modo parziale e generare fraintendimenti.
Il richiamo alla particolarità storica non mira a giustificare gli atti violenti, ovviamente condannabili, ma ad aiutarne la corretta decodifica. Sono mesi di disorientamento collettivo, in cui prevale per forza di cose un’atmosfera sregolata, in cui accadono troppi eventi di estrema intensità che non consentono l’instaurarsi di un equilibrato processo di giustizia.
Il secondo punto dipende dalla specificità dell’analisi. L’ aspetto per molto tempo inviolato che rimanda alla «resa dei conti
La fase cruenta che si richiama ai sentimenti, anche esacerbati e duri, mal repressi durante il Ventennio nero appena conclusosi, che albergavano in molti italiani e italiane, soprattutto del Centro Nord –parte lombarda, piemontese, ligure, veneta, emiliana-romagnola- l’area in cui la guerra civile aveva avuto il prezzo più alto, e che stentatamente avrebbero potuto sciogliersi in modo naturale. A ben guardare tutte le singole storie di sangue sui «vinti» riferiscono elementi comuni.
Esse dicono che solo con una bacchetta magica si poteva sedare l’orrore e la carica emotiva da esso generata. Ma si tratta di storia non di favole.
L’attesa resa dei conti era avvenuta, in modo non sempre intenzionale e razionale, ovvero non sempre vi era stata una volontà politica, disposta dal PCI (anche perché al movimento resistente avevano preso parte forze ideologiche diverse, non solo comuniste) che la determinava; non raramente invece si era trattato di un’azione in cui aveva prevalso la spontaneità popolare, dando luogo anche ad assurde vendette personali. Non bisogna inoltre trascurare che, nella gran parte dei casi, ogni comunità in cui sono avvenute le vendette, proteggeva i vendicatori (talora ha manifestato netta ripulsa), perché riteneva quelle azioni rientranti nella logica della legge del contrappasso.
Su tutti annoto il caso di una donna che spara al cadavere del duce dicendo: «Questo per vendicare i miei cinque figli». È qualcosa di profondamente intimo sparare su un corpo morto con il proposito di lenire una lacerazione e trovare quiete. Una quiete che sembra possa raggiungersi solo con una manifestazione di odio individuale o collettiva (Cfr. 1943-1945: l’Italia in camicia nera. Dall’Italia fascista alla Resistenza, Patrizia Zangla, Ed. Leone, Milano, 2014).
Facciamo uno sforzo di sensibilità e collochiamo noi stessi in quel contesto di delazioni, stragi impunite, deportazioni, in breve di guerra civile e facciamo un doppio sforzo, voltiamoci indietro e lasciamo scorrere innanzi ai nostri occhi la vita sotto la dittatura fascista ma non quello della favoletta delle porte lasciate aperte, delle adunate e dei cori del sabato fascista ma quello reale della miseria, dei soprusi, delle privazioni, della coercizione, della paura.
Il terzo riguarda il tema. Già dagli anni Novanta alcuni interessanti studi storici lo hanno affrontato, rivelando di non temere il confronto con i mostri di certa memoria: -anche perché va sottolineato- la memoria è parte integrante del divenire storico. Si stempera così l’idea della permanente setta chiusa dei «custodi della Resistenza», «difensori del santuario» trasmessa attraverso l’immagine patinata e agiografica del partigiano e della storia ancorata a convenzioni comuniste e faziose. Non si tratta dunque, com’è opinione recentemente diffusa, di voler negare parte della storia, perché positiva è l’operazione che mira alla conoscenza, ma si tratta di non perdere di vista quanto errata sia quella che mira alla sofisticazione. All’indistinzione.
I fraintendimenti possono condurre a questo.
La memorialistica partigiana e quella saloina, benché possano evidenziare tratti di corrispondenza, sono differenti. Medesimo è il contesto in cui si agisce, ma la lotta è diversamente affrontata, con attributi etici e obiettivi distinti se non opposti. Questo non pregiudica il fatto che non pochi combattenti di Salò abbiano agito in buona fede, anzi, avvalora quanto essi fossero supinamente piegati dal loro “Credo”. Un conto é esaminare le ragioni dei fascisti sconfitti altro è muovere da queste per rivedere la valutazione storica sulla Resistenza e sulla Repubblica Sociale.
Pertanto, punto fondante è sottolineare l’imprescindibile valenza della guerra resistente, non trascurando che si è trattato, come messo in luce da Claudio Pavone, di una guerra pluriforme, civile ma non solo tale. Di una guerra, come suggeriva Giorgio Bocca (accusatore di Pansa) combattuta nelle montagne alpine e nelle vallate, che ne rappresentano il necessario paradigma interpretativo.
Infine, per quanto concerne il rovescismo, termine con il quale s’intende il volontario rovesciamento delle tesi storiografiche accreditate, avvalendosi prevalentemente di tesi storiche poggianti sulla memoria dei testimoni, si rileva che l’uso di queste fonti è basilare, ma benché in sé valide, esse non possono costituire per intero la struttura documentaria di un’indagine storica.
Non il revisionismo di Pansa o di altri va temuto ma a condizione che le tesi indicate siano soppesate, valutate criticamente e comparate ad altre rispondenti invece all’osservanza della scientificità.
L’eco delle voci alimentate dai libri divulgativi possono produrre confusioni su cui s’innestano una lunga serie di antistorici luoghi comuni poi nutriti ideologicamente e politicamente.
