Garlasco: solo in nome della giustizia di Patrizia Zangla
“Garlasco: solo in nome della giustizia” di Patrizia Zangla -IV PARTE-
Il Santuario
Nella cornice di questa storia s’incastona il Santuario della Bozzola come -e se- legato al delitto non siamo in grado di dirlo.
Sappiamo che è stato al centro di ricatti sessuali al sacerdote esorcista Don Gregorio Vitali, anche dato per curatore dell’anoressia. Chiara Poggi ne stava indagando, come emerge dai dati ritrovati nella sua pennetta Usb.
Al prete sono estorti dei soldi da parte di due uomini di nazionalità romena che pare partecipassero a questi incontri sessuali. I due, inizialmente difesi dall’avvocato Lovati, ora difensore di Sempio che dirà di essersi dissociato, aggiungendo che “secondo quello che mi hanno riferito i due uomini, in quel Santuario si esercitava anche la pedofilia”.
Il fatto diventa noto nel 2014: il prelato viene ricattato da Flavius Savu e Florin Tanasie -i due cittadini romeni- condannati e resisi poi latitanti. L’inchiesta porta anche al sequestro dei 250mila euro pagati per evitare la diffusione di audio e video hard che avrebbero visto coinvolto un prete del santuario. Nel 2015 si scopre che il parroco del Duomo di Vigevano era ricattato da un sacrestano che sosteneva di avere quegli stessi file compromettenti.
Oltre a questa inchiesta, ci sono altri fatti avvenuti a Garlasco. Uno del settembre 2006, quando a casa di un muratore 25enne è ritrovato materiale pedopornografico. Nella camera da letto del giovane, i carabinieri trovano foto di bimbi nudi (con primi piani di organi genitali), filmati pornografici, ritagli di giornale sul mostro di Marcinelle e video amatoriali girati nei parchi giochi a Garlasco e in altri della Lomellina che riprendevano di nascosto i bambini intenti a giocare.
Un colpevole, il colpevole, i colpevoli
Il proposito di saccenti giornaliste e di esperte note ai media, quotidianamente ospiti dei programmi della Tv di Stato, di catalogare la vicenda come ‘delitto passionale’ che alimenta la morbosità curiosa dell’opinione pubblica, è colpevole.
Colpevole è chi non studia le carte e scrive senza sapere cosa scrive.
Colpevole è chi non legge la relazione dei medici legali che hanno prodotto i risultati dell’autopsia da cui hanno ricavato un’ipotesi molto probabile che nel delitto sono coinvolte due persone: una teneva ferma la ragazza, l’altra la colpiva.
Colpevole è chi nella catena di comando doveva indagare e non l’ha fatto secondo deontologia nel 2007 e nel 2016. Si possono contare 47 errori nelle indagini.
Colpevole è l’indifferenza su questo caso -una torbida storia di colpevoli- che si trascina da quasi vent’anni.
La ricostruzione ufficiale riferisce che i Poggi -coppia e figlio- rientrano alle 23.30 a Garlasco di lunedì 13 agosto. Oggi sembrano in guerra col mondo, ma in modo selettivo: in guerra con la Procura di Pavia -che da anni indaga e ha riaperto l’indagine- e con chi ne sostiene il lavoro serio e riservato. Motivo che li porta a sovraesporsi: a parlare, accusare -soprattutto i legali di Stasi e le trasmissioni come “Le Iene”, a loro dire colpevoli di non accettare la sentenza contro Stasi- a concedere un’intervista scegliendo, tra tanti, Lucarelli che i ‘si dice’ spiegano sia intransigente nel condannare Stasi e ricordano che le sue pubblicazioni sono edite da Rizzoli che, in questa storia dai tanti fili anche invisibili ha un filo che ‘porta’ a Stefania Cappa il cui consorte è legato, per parte di madre, ai Rizzoli.
In questi anni, i Poggi hanno detto e smentito, contraddicendosi.
Oggi pagano le perizie di Andrea Sempio, favorendo un pensiero lecito: ma loro cosa preme, la verità sulla morte della figlia o che il colpevole -secondo giustizia- non possa dimostrare la sua innocenza e resti colpevole a vita?
Essi hanno ricevuto una somma considerevole dagli Stasi che hanno detto sia di aver utilizzato per spese legali (Cfr. intervista alla Lucarelli del Fatto Quotidiano) sia per creare un fondo mai utilizzato.
Esempi delle loro incongruenze sono innumerevoli come: “Marco dormiva con noi” (prima ), “dormiva in un altro hotel coi Biasibetti” (poi). Le parole dell’albergatore di Falzes (oggi vive in Thailandia) gli smentiscono, ma non smentiscono che Marco Poggi fosse in montagna, dato che diamo per vero.
Hanno raccontato di essere stati prelevati dal Soccorso Alpino: ma con l’elicottero o con la jeep? Non è chiaro perché hanno detto entrambe le cose. Sarà appurato.
E mentre da diciotto anni Marco Poggi resta la figura più sfuggente di questa trama -ipotizziamo che Chiara volesse proteggere il fratello, ma non sappiamo da cosa e da chi- le sue foto col padre nel rifugio montano altoatesino fanno il giro del Web.
Foto anche ritenute poco convincenti, persino un fotomontaggio -fisicamente Marco sembra più piccolo d’età e più paffuto di come solo giorni più tardi al funerale della sorella-. Non è chiaro. Sarà appurato.
Lecito chiedersi: la fonte familiare vale in assoluto? Sarà appurato cosa è vero.
Della notte del 12 agosto, quando le luci nella casa disabitata della nonna a Gropello sono accese e un’auto è parcheggiata fuori, non ne parlano. Non parlano dell’auto -come raccontato dai vicini- che alle 2:00 di notte si allontana. Nessuno può dire vi fosse Marco all’interno della casa, ma certo può dire che le luci erano accese.
È la stessa notte, quando intorno alle 2:00 ‘un ignoto’ avrebbe testato per alcuni secondi il telecomando del villino dei Poggi il cui sistema d’allarme non si disattiva dall’interno per far entrare il gatto, come si è detto. Telecomando che sarebbe servito ‘all’ignoto’ per entrare in casa, sorprendere Chiara la mattina successiva mentre -presumiamo – senta dei rumori mentre fa colazione e istintivamente abbassi la Tv.
“Un ignoto” che la sorprende, dunque. Questo -come acutamente intuito da Grimaldi- potrebbe essere il motivo per cui l’allarme risulta attivato e riattivato intorno alle 2:00 di notte (alle 1:00 Stasi avrebbe lasciato la casa).
Le troppe incongruenti dichiarazioni alimentano le supposizioni e le confusioni di una storia complessa e intricata che da alcuni mesi è attraversata da colpi sensazionali e smentite -quotidianamente seguiti e amplificati dai programmi televisivi della Tv di Stato, salvo eccezioni come “ Mattino 5” con la Panicucci, al fine di confondere, frastornate l’opinione pubblica, allontanare dalla verità perché questa è storia di congetture, intercettazioni ritenute ‘non rilevanti’, ritrascritte in modo approssimativo e di ricostruzioni forzate.
È anche storia di anomale pressioni politiche, tuttora presenti, di permanenti pressioni su giornalisti d’indagine.
Mentre rimbalza la notizia che Alessia, un’amica intima di Stefania Cappa -ricordiamolo non indagata- nel 2007 aveva rilasciato alla stampa una dichiarazione, chiedendo di rimanere anonima, in cui raccontava di una loro telefonata del 13 agosto in cui Stefania avrebbe detto -riferito a Chiara-: “Io l’ho vista stamattina alle 11:00”. Allora nessuno degli inquirenti le chiese di chiarire. Lo faranno oggi?
Proprio Stefania Cappa che, con accanto la sorella Paola in uno stato di prostrazione psico-fisica (due giorni prima aveva tentato il suicidio) a 24 ore dalla tragedia rilascia un’intervista.
Stefania non appare provata, parla in modo frenetico con una prosa logorroica fitta di particolari non richiesti come quando dice di aver visto la cugina sabato (dice: “Io, sabato”) e di ricostruzioni connotative: “un qualsiasi Rom sia andato lì per tentare di rubare”. Il “qualsiasi Rom” a cui -dice- la cugina avrebbe aperto. Quante certezze non richieste vengono snocciolate compulsivamente.
È la stessa intervista in cui sostiene di aver sentito la cugina sabato pomeriggio al telefono. Telefonata non presente nei tabulati.
Anche le incongruenze, le mezze verità o mezze bugie, nelle dichiarazioni di Stefania Cappa sono innumerevoli. Da 18 anni attendono chiarificazione.
Le dichiarazioni di Paola Cappa sono interessanti. Meno trattenuta di Stefania -che guarda insistentemente mentre parla come per avere l’assenso- quando l’intervistatrice le chiede: “Che ricordo ha della cugina?”, risponde: “ho un senso di colpa” e si mette a piangere. Emotivamente molto coinvolta dice: “sabato ho tentato di togliermi la vita…”.
Perché unisce il suo “senso di colpa” alla morte della cugina?
Se spiega quella morte come ciò che le fa comprendere l’importanza della vita, cosa c’entra il senso di colpa?
Sempre Paola parla di un “omicidio passionale”, di un ragazzo che la cugina avrebbe respinto e per la sua “riservatezza e pudicizia” non lo avrebbe rivelato. Tenta di depistare come la sorella o vuole lanciare un messaggio indiziario? Non lo sappiamo. Andrà appurato.
Che la domenica mattina tra Stefania e Chiara ci sia stato un forte litigio è un dato dichiarato e mai smentito dalla madre di Sempio (lo avrebbe saputo da una vicina di casa di Chiara che poi avrebbe ritrattato).
È anche una storia di avvocati. Con l’avvocato dei Poggi, Tizzoni, voluto dal potente zio Ermanno Cappa, che risulta abbia lavorato nello studio di Lovati, malgrado Stefania Cappa in un’intercettazione lo avrebbe indicato come “allievo del padre”. Un legale che, tra i suoi assistiti annovera Salvatore Ligresti (influente imprenditore di Paternò al tempo di Tangentopoli), impegnato nel “procedimento Clean” e parte civile a difesa del Comune di Pavia nel “procedimento Infinito” della maxi operazione contro la ‘Ndrangheta e le cosche milanesi.
Con l’avvocato di Stasi, De Renzis che conosce l’arte della dialettica e il delitto Poggi.
Con l’avvocato di Sempio, Lovati, la cui segretaria -prima di quest’incarico- lavorava nel night del maresciallo Marchetto, è la donna che chiama Sempio col suo cellulare nella prima fase dell’indagine.
Risulta sia stato il difensore della parte civile nel processo di uno dei componenti delle “Bestie di Satana”, gruppo di adoratori del demonio attivo oltre il 2000 in Lombardia -con ramificazioni in Piemonte- responsabile di omicidi e di induzione al suicidio. Non irrilevante -come evidente nella seconda parte di questa nostra ricerca- che anche a Garlasco vi fossero nel 2007 gruppi alternativi che, in sfregio a una vita borghese come poteva essere quella nella provincia pavese, erano dediti al culto di Dioniso, onorato attraverso festini a base di sesso e cocaina, in cui ruolo privilegiato avevano le donne. Gruppi che praticavano condotte ondeggianti tra autoesaltazione e autolesionismo fino al suicidio. Voci dicono ne facessero parte due amici della compagnia di Sempio -oggi unico indagato in concorso-, Mattia Capra, già da noi citato, è il ragazzo che posta sulla sua pagina FB i quadri esoterici sado-maso di Saturno Buttò. E il suo migliore amico Michele Bertani -anche amico intimo di Sempio- morto suicida (la posizione del cadavere aveva destato anche dubbi, ma il corpo viene cremato, come spiegato nella 2a parte di questa ricerca)- che, sul suo profilo Facebook, si faceva chiamare col mantra ebraico di “Mem He Shin”, acronimo o combinazione di lettere che, nel contesto della Cabala, è interpretata come il “quinto nome di Dio”.
Corpo tatuato con labirinti e paradossi grafici, con due chiodi incrociati alle tempie, tossicodipendente e frequentatore del Santuario di Garlasco (che Sempio dichiara, smentito da un testimone, di non aver mai frequentato), Bertani si fa ritrarre davanti alla statua circolare della Bozzola, in cui la Madonna è rappresentata come una spirale che tutto inesorabilmente trascina.
Una foto scattata nel giorno dell’anniversario del primo omicidio della “Bestie di Satana” e dell’anniversario del suicidio di un ragazzo di Garlasco. Anche un altro amico di Sempio muore suicida.
Sempre, solo strane coincidenze?
Questi gruppi esoterici seguono forme di ebraismo e culti dionisiaci, sono anche sette nazi-sataniche (nella camera di Bertani viene ritrovata una bandiera nazista).
Non si tratta di fantasie ma di un fenomeno serio, difficile da capire perché occulto, dietro cui si celano aggregazioni anche più corpose e pericolose come le Massonerie deviate con legami internazionali legate a veri poteri criminali.
Tra le indagini di Chiara, custodite nella pennetta Usb – i cui file non sappiamo se lei o altri hanno cancellato- c’erano, fra l’altro, ricerche su cocaina e gang femminili, ma anche su alchimia, come confermano alcune immagini recuperate.
Andando a ritroso, ricordiamo che, quando il testimone, il netturbino Muschitta, racconta di aver visto la mattina del delitto zizzagare in bicicletta la ragazza bionda, somigliante a Stefania Cappa, era con un attizzatoio in mano con «una pigna sulla cima» come lo scettro delle “deliranti” dei riti dionisiaci. E poi ricordiamo quelle mutandine sparse per casa di cui quattro sul divano in una busta rossa, accanto a una giacchetta rossa, tutte -come riporta il bravo Grimaldi- coi colori simbolici dei riti iniziatici: il rosso, il bianco, il nero, il giallo. Riti iniziatici legati all’occultismo che talora si concludono- nelle sere di luna nera, come coincidenza vuole sia la notte in cui Chiara viene uccisa- con la morte della vittima sacrificale.
E ancora quel fotomontaggio che le cugine si affrettano a lasciare innanzi al cancello della villetta di via Pascoli, realizzato da una fotografa di Garlasco, quello in cui Chiara è con le cugine, tutte e tre con indosso indumenti rossi (nella realtà l’asciugamano che l’avvolge era bianco). Inquietante la bugia delle gemelle che da subito raccontavano di averla scattata a Loano nell’estate del 2002. Ancora un’altra coincidenza: a Loano, territorio caro ai satanisti, dove in quel periodo erano ancora attive le “Bestie di Satana”. Dove hanno celebrato la loro prima messa nera. A Loano, il luogo dei loro raduni estivi.
Solo suggestioni? O dietro tutto questo potrebbe celarsi il movente del delitto di Chiara Poggi?
Allora la dinamica del delitto era ombrosa. Tuttora è ombrosa. Addentrarsi in ricostruzioni è labirintico e incerto. Ma si può ipotizzare un possibile movente muovendo dalla ferocia dei troppi colpi inferti a Chiara che un solo assassino non poteva infiggere.
Sembra che un testimone avesse parlato di un ragazzo bruno entrato nella casa la tragica mattina prima di Alberto Stasi. Esiste? Chiara potrebbe averlo conosciuto? Le indagini del procuratore capo Fabio Napoleone potrebbero, dopo quasi 20anni, chiudere il caso definitivamente.
Tornando a Lovati, era stato anche difensore di Savu, il romeno implicato nelle estorsioni della Bozzola. Oggi è il vecchio avvocato tra “sogni” -come la presenza di un sicario che uccide Chiara- e “incubi”, prosegue sornione con la sua tecnica di ‘mettere dentro di tutto’, invitando a occuparsi di Marco Poggi. Nome che rimbalza come una pietra d’inciampo. Nome che non stupirebbe fosse la chiave di volta di un delitto che sempre meno sembra d’impeto e sempre di più un’aggressione pianificata.
A riguardo dei legami, ne aggiungiamo uno, Paolo Reale, consulente informatico forense della famiglia Poggi, che è il cugino di primo grado di Chiara Poggi.
Dov’è la verità?
Oltre l’apparenza delle villette tranquille di provincia. Una uguale all’altra.
E poco più in là, nella casa della nonna materna di Chiara dove la notte della domenica 12 agosto qualcuno che ha chiavi -perché non ci sono forzature- staziona per ore, con le tapparelle chiuse e le luci accese.
È lì, dispersa nei rivoli di copiose carte e nei tanti fascicoli chiusi, nelle molteplici dichiarazioni rese a verbale. In quelle carte fra loro anche discordanti.
Lì, in uno squillo notturno del telefonino di Andrea Sempio, il 4 agosto alle 1:05, da cui Marco col cellulare dell’amico, avvisa i genitori che sta rientrando a casa -come racconta un’informativa dei carabinieri del 2020: i due ragazzi erano insieme-. All’alba del 5 agosto -secondo gli atti- Marco sarebbe partito per una vacanza in montagna coi genitori e l’amico Biasibetti. E Andrea non poteva non sapere.
Lì, dove Andrea Sempio chiama ripetutamente, tra il 7 e l’8 agosto, per tre volte, casa Poggi quando -come riportato dagli atti- l’amico avrebbe dovuto essere in montagna.
Lì, in montagna dove la copertura telefonica è irregolare e dove i cellulari dei genitori sono funzionanti -sembra con medesimo operatore-, ma non quelli di Marco. I cui tabulati sono acquisititi solo nel 2017.
Lì, tra dichiarazioni ritrattate e indizi ritenuti “non rilevanti”. Frammentata tra bugie, molte raccontate come verità, e tra silenzi. Rimasta muta, soffocata dai troppi segreti.
Lì, ingarbugliata nei tanti fili, molti ancora invisibili, che legano i rapporti familiari, parentali e amicali, troppi dei quali sfuggenti e opachi, tessuti a dipendenze, a plurime dinamiche emotive complesse e conflittuali. A ferite antiche e nuove.
Lì, racchiusa in una foto. Anche esaminata da attenti studiosi di comunicazione non verbale come Gianluca Spina. Non tra le foto scattate in casa, con il pavimento con le chiazze di sangue dall’ingresso lungo il corridoio, sulla cornetta del telefono che Chiara cerca di prendere- chissà forse per rispondere a uno squillo o forse per chiamare aiuto- non in cucina, non in bagno dove un carnefice si guarda allo specchio, non in soggiorno dove il divano viene spostato e riposizionato maldestramente al suo posto dopo che i carnefici hanno lavato le macchie di sangue, ma in quella del giorno del funerale in chiesa. Dove sono seduti, uno accanto all’altro, gli attori di questo dramma, posizionati in modo inconsueto: il signor Poggi, la gemella Stefania, il figlio Marco, Alberto Stasi, la signora Poggi, la gemella Paola. Stranamente i genitori non sono seduti vicini, non si stringono l’uno all’altro come a sorreggersi. Nel banco dietro siede lo zio, Ermanno Cappa.
Lì, dove trova compimento un gioco malefico in cui si collocano i carnefici. Dove uno di loro lascia sul muro il palmo della sua mano destra -traccia catalogata come numero 33- e sembra restare in bilico cercando di mantenersi in equilibrio sul gradino della scala -dove lascia l’impronta della sua scarpa-(traccia in cui “si osservano tre linee parallele, regolari e tra loro equidistanti”) mentre si sporge per guardare di sotto dove è riverso il corpo ansimante di Chiara.
Lì, dove le tante domande si inseguono senza sosta prive di risposte: cosa lega fra loro i carnefici?
Rammentiamo che sotto le unghie di Chiara sono state trovate tracce di DNA maschile indicate con l’espressione “Ignoto 1” (attribuita a Sempio) e “Ignoto 2” (tuttora non identificato).
Perché Alberto Stasi avrebbe coperto gli autori del delitto, per paura o per ricatto?
Lì, nella casetta di via Pascoli, civico n.8, dove la Tv è rimasta accesa e le persiane ancora chiuse.
Lì, viene trovata la verità, in fondo a una scala, stretta e ripida che porta alla cantina, dove a peso è scaraventato il corpo di una ragazza agonizzante come una vittima sacrificale.
Dove quel corpo martoriato racconta di continue percosse subite e di ferite crudeli inflitte -«molte di taglio», più una di «punta» che causa un buco netto sul cranio- con una foga inumana.
Lì, dove il tempo per Chiara Poggi si ferma e il cerchio della vita si chiude. Per sempre.
Paralizza pensare alla sofferenza indicibile che possa aver provato nei suoi ultimi attimi di vita di un qualsiasi giorno di agosto. Quel 13 agosto 2007. A Garlasco.
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La II parte https://mondonuovonews.com/?p=35159
La III parte https://mondonuovonews.com/?p=35209
