Garlasco: solo in nome della giustizia di Patrizia Zangla
Garlasco: solo in nome della giustizia di Patrizia Zangla II PARTE
Ci sono le due cugine di Chiara, Paola e Stefania Cappa, studentesse che girano in paese in bicicletta. Le chiamano le “gemelle Hitchcock”, non solo per la passione per i gialli. Finite subito nel mirino delle tivù per il fotomontaggio con Chiara appeso al cancello della villetta. Al tempo fanno le cubiste nella nota discoteca di Garlasco, “fanno le vamp” e -si racconta- siano esibizioniste e che nelle sere d’estate organizzano feste a tema nelle villette di famiglia con la piscina.
Non risulta siano mai state indagate e non lo sono tuttora, sono le figlie di Ermanno Cappa, un nome -dato – per molto potente, che contava non solo nel piccolo paese di Garlasco che vedeva al tempo tra le persone influenti il sindaco Pietro Farina, amico dei Cappa, il capitano Gennaro Cassese, al comando della Compagnia di Vigevano, che dirige le indagini nella fase iniziale del delitto di Chiara Poggi, anch’egli solito frequentare il “Ristorante Da Andrea” in località Cascina Crivellina di Silvia Sempio (zia di Andrea, oggi unico indagato in concorso per il delitto) e il signor Panzarasa il cui figlio, Marco Panzarasa, anch’egli ventiquattrenne, al tempo molto amico di Alberto Stasi. I due avevano frequentato la stessa classe del Liceo Scientifico “Omodeo” di Mortara nella sezione B, dove si erano diplomati nel 2002.
Analizzando i tabulati delle telefonate di Alberto Stasi, a ritroso nel tempo -è riferito all’epoca da “La Stampa”- i carabinieri verificarono che i contatti tra Andrea e l’amico erano molto frequenti. “Il Giornale”, a processo finito con la condanna di Stasi, riporta che il procuratore generale Laura Barbaini indicava Stasi e gli amici Marco Panzarasa e Simone Piazzon come i terminali di un triangolo di comunicazioni anomale con Stasi. Si è molto parlato di SMS, intercorsi tra Stasi e Panzarasa, cancellati, in realtà inesistenti: risulta che Stasi spontaneamente consegni ai periti del Tribunale nel 2009 il suo cellulare. I due amici, come accade ai compagni di classe, poi si allontaneranno prendendo strade diverse, nel luglio del 2007, con Chiara, erano insieme per una vacanza- studio a Londra. Una foto li ritrae tutti e tre in un locale londinese.
La sera prima del delitto, i due fidanzati scaricano dal pc le foto scattate a Londra poi, secondo racconto, lui va a casa sua e lei resta in casa da sola. Stasi resta l’unico indagato del delitto fino al marzo 2025, quando a 18 anni dai fatti, la nuova inchiesta della Procura di Pavia di Fabio Napoleone rimette in moto la macchina delle indagini. Coi Ris di Cagliari, affiancati dal Racis di Roma e dai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, stanno esaminando tutto dal principio, ritornando nella villetta dei Poggi con strumenti mai usati nel 2007. Sono i laser scanner 3D, droni, intelligenza artificiale, per capire, con metodi moderni, se quella ricostruzione ufficiale regge ancora: se davvero riconsegna un colpevole, un solo colpevole.
Al quadro non granitico si aggiungono, di giorno in giorno, sfaccettature nuove e dubbi. E l’indagine si allarga. Vi rientra Andrea Sempio, l’amico di Marco, fratello di Chiara, oggi indagato per concorso in omicidio. Unico indagato. Fatalità vuole che i due giovani abbiano identiche iniziali A.S. : Alberto Stasi e Andrea Sempio, due destini che continuano a intrecciarsi, eppure entrambi hanno detto e dicono tuttora di non conoscersi.
Chi è Andrea Sempio?
Allora aveva 19 anni e portava lunghi capelli neri.
Era stato indagato nelle prime indagini, ma le accuse nei suoi confronti erano state archiviate. A un anno dal delitto, la madre del ragazzo consegna in Procura lo scontrino di un parcheggio-auto attestante che nell’ora stabilita del delitto il figlio era a Vigevano. Se era un alibi è vacillante, ma tanto le indagini rapidamente si vanno direzionando unicamente verso Stasi. Quello scontrino -secondo ricostruzione- lo avrebbe trovato il padre del ragazzo mentre puliva la macchina, venne conservato dalla madre per lungo periodo, prima di consegnarlo agli inquirenti.
Dai quotidiani del tempo si apprende anche che Silvia, zia di Andrea Sempio, aveva un legame con il maresciallo Francesco Marchetto, comandante della stazione del paese, che indaga sul caso, riconosciuto come ottimo investigatore. La vita riserva anche episodi molto negativi, risulta condannato per “favoreggiamento della prostituzione” e “peculato”, sembra “chiudere un occhio” su un giro di prostituzione nell’Exclusive Club, night della Lomellina e per aver ceduto un GPS utilizzato per pedinamenti illegali. È il Gps rinvenuto nell’auto del marito di Silvia Sempio, che lo aveva trovato -come riporta il verbale-: «mentre si trovava sul veicolo col capitano Cassese, che aveva inteso quella strumentazione come possibile controllo sulla sua persona», fatto che stabilisce un contatto diretto tra lo zio di Andrea Sempio e il capitano Cassese. In questa storia i legami tra le persone sono i più disparati.
Dopo il delitto di Garlasco, Marchetto è condannato per “falsa testimonianza” al processo a carico di Stasi -si è detto, ‘forzatamente condannato’, perché nella catena di comando aveva ‘intralciato’ il corso delle indagini. Oggi ai giornali dichiara che Stasi era solo un ragazzo nel panico, aggiunge: “Volevo indagare sulle gemelle Cappa, ma mi fermarono…”.
Anni dopo, nel 2017, Andrea è intercettato mentre parla col padre -erano stati entrambi interrogati- contrariato gli dice: «ne abbiamo cannata una. Io ho detto che lo scontrino era stato trovato dopo che ero stato sentito (nel 2007). Tu che l’abbiamo trovato prima».
Non a caso, oggi la Procura di Pavia ha imposto di ricontrollare tutte le intercettazioni anche quelle che erano state considerate “non rilevanti”.
Ha imposto anche un esame salivare e un tampone per comparare il suo Dna con alcuni reperti già agli atti utilizzando metodi e tecniche di ultima generazione. Gli esami sono stati disposti dal GIP di Pavia in modo coattivo dopo che Sempio aveva ricevuto l’informazione di garanzia con cui era stato invitato a sottoporsi ai prelievi per gli accertamenti sul Dna, ma aveva negato l’assenso.
Le nuove analisi si riappropriano di presunti alibi, di reperti raccolti all’epoca del delitto, del materiale genetico -quella del Dna trovato sotto le unghie di Chiara è una delle prove più delicate -durante il processo concluso nel 2015, risulta di “anonimo”, i progressi della genetica forense permettono oggi di attribuirlo – secondo i legali di Stasi e la Procura – ad Andrea Sempio.
Si riappropriano anche delle vecchie impronte, come quella trovata sul muro della scala accanto al corpo di Chiara, la “numero 33”, all’epoca ritenuta inutile, che per gli inquirenti attuali sarebbe attribuibile a Sempio.
Sappiamo anche che la “traccia 97F” è quella lasciata da chi ha toccato la maglietta del pigiama che Chiara indossava, che non è attribuibile: è un’impronta digitale su un tessuto che non è classificabile, il corpo martoriato della ragazza viene girato su sé stesso e il pigiama si impregna di sangue.
Ci sarebbe la sagoma di un uomo in un video di quella mattina, ripreso alle 8:55 nei pressi della villetta dei Poggi da una telecamera installata lì vicino. Sembrerebbe la sagoma di Andrea Sempio. Il video non è mai entrato ufficialmente nel fascicolo.
In questi anni, Sempio ha rilasciato interviste in cui appare sicuro, oggi sembra cauto e meno prodigo a parlare.
Meno palestrato di ieri e coi capelli corti, ribadisce che frequentava spesso casa Poggi, “con il Marco”, fratello di Chiara giocava coi videogiochi -tenuti nella taverna- usando il pc della ragazza. Computers in cui c’erano anche dei video intimi tra lei e Alberto.
Un anno prima dell’omicidio di Chiara -rivela “La Stampa”- il fratello Marco raccontò che usando il pc della sorella si era imbattuto in una chat tra i due fidanzati: «Dal contenuto intuii che il file che Chiara stava scaricando doveva contenere immagini relative alla loro intimità». Dopo il funerale di Chiara, Marco parla dei filmati con Stasi: «Alberto mi confermava dell’esistenza di questo video». E il pc cui avrebbero avuto accesso gli amici del fratello, tra cui Sempio, e Alessandro Biasibetti, diventato poi frate.
Nell’ultimo interrogatorio ad Alberto Stasi, quello deciso dalla nuova indagine di Napoleone, sono state poste una serie di domande che riguardavano proprio i video intimi che i due fidanzati si scambiavano. Stasi ha confermato quanto detto da Marco Poggi ai carabinieri.
C’è anche qualche ‘cattiva fonte’ che sostiene che nel pc portatile di Alberto Stasi sarebbe stato trovato materiale pedopornografico dal contenuto raccapricciante -lo riporta il quotidiano “Cronaca qui” che cita una relazione di 88 pagine del Ris di Parma-. Immagini di abusi che sono contestate dagli avvocati di parte: “I filmati che descrivono i carabinieri non esistono”.
Tornando a Sempio, questi aggiunge che, eccetto la camera matrimoniale dei genitori di Chiara, entrava in tutte le stanze della villetta e che aveva giocato coi videogiochi anche nella stanza della ragazza.
Nonostante dato per molto vicino a Marco, non conosce il giorno preciso in cui parte coi genitori per la vacanza: chiama al fisso di casa Poggi il 7 agosto alle 17:42 dal suo cellulare, per due secondi; richiama alle 17:50 dal suo fisso al fisso dei Poggi per 8 secondi; poi l’8 agosto alle 16:54 sempre al fisso dal suo cellulare per 21 secondi. Che strano.
Oggi, la sua vita è posta sotto la lente d’ingrandimento, viene perquisita la sua casa, sono letti i suoi diari e i suoi scritti.
È l’autore di un disegno postato sulla sua pagina Facebook il 17 dicembre 2014, giorno della condanna in appello bis di Stasi, -in sincrono diffuso dalla trasmissione “Quarto Grado”, oggi presente nel Web- accompagnato da una frase enigmatica: «L’essenziale è invisibile per gli occhi… Non dimenticare il mio segreto». È la citazione imprecisa de Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, è la frase che la volpe rivolge al protagonista. Nel disegno di Sempio, c’è una ragazza nuda -somigliante a Chiara- che guarda una “terza persona” presente nella stanza cui dice: «l’essenziale è invisibile agli occhi». Ha in mano un pastello blu con cui ha disegnato un elefante inghiottito da un boa. Accanto a lei, un ragazzo biondo con gli occhiali -somigliante ad Alberto Stasi – intento a scrivere sulle sue natiche nude, come a voler lasciare un segno. E accanto a lui, la volpe, simbolo di furbizia, che si raccomanda: «Non dimenticare il mio segreto».
Sempio dichiarò semplificando: «Era un bel disegno di uno dei miei libri preferiti».
Il gesto di uno spavaldo che sa di avere delle protezioni?
Il segno di un’ossessione verso Chiara e verso Alberto che lo perseguita a distanza di anni?
In un appunto -recuperato dagli inquirenti nel cestino dell’immondizia- annotava: «Ho fatto cose talmente brutte che nessuno può immaginare».
La compagnia di amici
Si torna all’alibi dell’epoca di Sempio, allo scontrino del parcheggio che quel giorno lo collocava altrove. Nel maggio 2025 è stato previsto un triplice interrogatorio per Alberto Stasi, Marco Poggi e Andrea Sempio che non si presenta per un cavillo legale.
Sono riascoltati i suoi genitori e si indaga sulla sua vita e sugli amici di allora, quelli che giocavano alla playstation a casa Poggi e nella squadra di calcio locale come Alessandro Biasibetti, oggi frate domenicano, al tempo fidanzato di Angela Taccia, oggi avvocato di Andrea Sempio, e su un suo amico d’infanzia, Michele Bertani.
Il giovane morto suicida nel 2016 che frequentava il Santuario della Madonna della Bozzola, quello su cui si allungano ombre sinistre. I media danno subito la notizia, rivelatasi falsa, di una riesumazione del suo cadavere, che in realtà venne cremato.
Si precisa che delle due tracce di Dna maschile, trovate sotto le unghie di Chiara, una è oggi attribuita a Sempio -conclusione del genetista Carlo Previderé- l’altra risulta ancora di ignoto.
Poco prima di morire, Bertani scrisse su Facebook una frase enigmatica che oggi -grazie a Luigi Grimaldi- viene decrittata. Erano trascorse due settimane dalla condanna definitiva di Stasi quando Bertani citava sui social la strofa di una canzone dei Club Dogo: «La Verità Sta Nelle CoSe Che NeSSuno sa!!! la Verità nessuno mai te la racconterà».
Eliminando le lettere maiuscole, le lettere minuscole rimaste “a eria’ ta elle oe he euno sa”, trasmutate nell’alfabeto ebraico, formano la frase che tradotta in italiano recita: “C’era una ragazza lì che sapeva”.
Si riferisce a Chiara?
Ecco che la storia riprende ad aggrovigliarsi e il mistero a infittirsi.
Nei post pubblicati su Facebook da Michele Bertani, si nascondono messaggi in codice?
Tra gli amici, Mattia Capra, anche amico di Marco Poggi, che -grazie al bravo Luigi Grimaldi- sappiamo aver postato sulla sua pagina Facebook oltre cento quadri di un artista che dipinge sul legno scene sado-maso, sataniche con corpi nudi. Un pittore affermato nel mondo, che utilizza solo modelli vivi, tra le sue opere si possono ravvisare volti e persone che si aggirano attorno al caso Garlasco: una ragazza sembra somigliare a Stefania Cappa, il quadro del 2007 è intitolato “Ketra” il cui anagramma è “arteK”.
Sono le tante ‘suggestioni’ che accompagnano questo delitto.
Andrea Sempio sembra sconvolto dalla notizia che l’amico si sia suicidato come rivelano le intercettazioni ambientali registrate nel 2017, quando -sembra ignaro di essere ascoltato- parla da solo a voce alta, rivolgendosi proprio all’amico.
Un passaggio inquietante, quello in cui gli chiede ossessivamente: «Perché ti impicchi, adesso che ti sei impiccato che cosa hai ottenuto? Sei morto, sei morto, sei morto». E ancora: «Da 0 a 18 anni tutte le cazzate le abbiamo fatte assieme, tutte le cose le abbiamo fatte assieme».
Tracce dimenticate o ignorate
Questa storia intrecciata di tenebrosi misteri è una trama fitta di menzogne, ritrattazioni, omissioni.
Torniamo ai giorni appena successivi al delitto, ai tanti errori procedurali degli investigatori nelle prime indagini che hanno inficiato prove e indizi. In quel pomeriggio del 13 agosto e nei giorni successivi in casa Poggi entrano molte persone, carabinieri e vari inquirenti, molti lasciano tracce e impronte sulla scena del crimine. Girano in casa senza protezione, senza guanti e senza calzari, spostano oggetti.
Solo superficiale negligenza?
Non repertano doviziosamente tutto, che tuttavia è rimasto immortalato nelle foto.
Non i due cucchiaini nel lavabo in cucina.
Non le cicche di sigaretta dentro un posacenere – né Chiara né Alberto fumavano, e in casa da giorni, come si racconta, c’erano solo loro-.
Non la spazzatura dei rifiuti domestici, che potrebbero contenere tracce utili. Tra cui due yogurt “Fruttolo”. Chiara era allergica al lattosio. Nel verbale di Stefania Cappa si legge: «Verso le 15, mentre ero sotto la doccia, ho sentito urlare. È arrivata mia madre spalancando la porta e dicendo: “Chiara è morta”. Io pensavo a uno shock anafilattico perché era allergica a determinati latticini. Mi sono infilata un paio di jeans e una maglietta e ho preso la macchina per andare da Chiara, con me è venuta Paola. Mia mamma mi ha anche dato le chiavi di casa».
L’autopsia rivela che nello stomaco di Chiara c’erano solo cereali, quelli della colazione e del the.
Continuiamo l’elenco di quanto non repertato.
Non i quattro capelli neri lunghi sul lavandino del bagno del piano terra. Da casa Poggi, risultano scomparsi due teli da mare che erano riposti nel cassetto del mobiletto TV, trovato leggermente aperto. Nessuno si preoccupa di rilevare le impronte digitali. Non si procede a fare opportuni rilievi negli altri bagni di casa del piano superiore, né nella doccia del piano terra, né in cucina. Sappiamo che il tappetino del bagno del piano terra è macchiato di sangue.
Non le quattro mutandine trovate ripiegate in una busta sul divano del salotto del villino. Uno strano posto per tenere delle mutandine non pulite, con materiale biologico che dunque era possibile repertare.
Erano di Chiara? Non siamo in grado di rispondere. Ma sappiamo -grazie a Luigi Grimaldi- che erano di misure e di colore diverso, “i colori più significatori del mondo esoterico”.
Altre mutandine non pulite erano al piano di sopra del villino, una sopra il lavandino, una sulla vasca, una sulla scrivania. Uno strano modo di tenere delle mutandine sporche. Nessuna viene repertata.
Infine, sul cadavere non vennero fatti i rilievi utili, si rese necessario riesumare il corpo dopo il funerale per effettuare il prelievo delle impronte digitali.
Anche gli indumenti di Stasi non vennero sequestrati subito, ma solo il giorno dopo. Nessuna perquisizione venne fatta a suo carico nei primi giorni e il suo computer venne compromesso dagli accessi fatti dopo il sequestro e prima dell’invio ai Ris che scoprirono che qualcuno aveva anche svuotato il cestino del pc.
Sempre superficiale negligenza?
Oggi è tornata visibile ‘una traccia di sangue’ mai notata prima, è su quel primo gradino della scala che porta in cantina dove Chiara venne trascinata. Ha una forma precisa, geometrica con tre linee parallele regolari, equidistanti.
Sembrerebbe un’impronta di scarpa. Rinvenuta nel corso della neo mappatura della scena del crimine coi nuovi strumenti, utile a svolgere la Bpa, analisi delle macchie di sangue. Secondo il medico legale dell’Università di Tor Vergata (Luisa Regimenti, interpellata da un quotidiano romano) si tratta di «un’immagine figurata lasciata da un agente esterno», un’impronta lasciata sul sangue ancora fresco.
I testimoni
A Garlasco in quell’estate 2007 in paese in molti parlano.
Nell’immediato, parla la vicina di casa dei Poggi, Franca Bermani che dichiara, in modo molto preciso, di aver visto una bicicletta da donna nera con le molle cromate priva di cestini nei pressi del cancello della villetta alle 9:10. Aggiunge, riferito ad Alberto: “So che il ragazzo ha la macchina”. Alle 10:30 la bici non c’era più. La testimone associa la presenza della bicicletta a un risveglio precoce della ragazza ad opera dell’ospite con la bicicletta. La Bermani conclude: “Se avessi guardato, avrei potuto vedere se era lui o lei”. Anni dopo, il 16 ottobre 2014, la donna dichiara che il modello sequestrato non corrispondeva alla bici che aveva visto il giorno del delitto.
Ci sarebbe anche una donna che avrebbe reso una dichiarazione in cui parla di due uomini vicino alla villetta che parlavano a voce alta, dicendo anche di aver sentito uno schianto.
Parla un netturbino, Marco Demontis Muschitta, colloca una ragazza bionda con capelli “a caschetto e gli occhiali da sole” -come la gemella Stefania- davanti alla villetta quel giorno, con un oggetto da camino in mano. Poi ritratta, si dà persino dello stupido: “Sono uno stupido. Mi sono inventato tutto quello che vi ho detto. Mi dispiace e non volevo farvi perdere del tempo. Scusate ancora”.
Ma intercettato col padre, in parte conferma. Anche questi è deceduto.
I verbali di Muschitta parlano di 9:25-9:45. La sentenza di primo grado invece colloca questo possibile avvistamento fra le 9:30 e le 10:00.
Certo è che la frequentazione tra Stefania e Chiara era divenuta molto assidua in quel mese di agosto.
Quello della bicicletta nell’immediato sembra un misterioso rompicapo per via di un presunto scambio di pedali con la bici di Stasi che dà seguito a una serie di perizie e controperizie su due coppie di pedali uno nero e uno bordeaux. Pista accantonata dai PM da una perizia che escluse lo scambio di pedali.
Non risolta resta invece la mancanza di sangue per gli inquirenti: Alberto non avrebbe potuto non sporcarsi di sangue quel giorno in casa della fidanzata quando dice di aver rinvenuto il cadavere della fidanzata. I suoi abiti e le sue scarpe erano puliti e senza tracce ematiche -come conferma la perizia dei Ris. L’accusa riteneva che Stasi, dopo aver commesso il delitto, si sarebbe ripulito mentre la difesa che le tracce di sangue erano secche e non si era inoltrato in casa dopo aver visto il cadavere a terra.
A riguardo di indumenti sporchi, alcuni vestiti sono ritrovati da un agricoltore in una borsa bianca di plastica in un canale di irrigazione tra Garlasco e Tromello.
Era il 24 agosto -11 giorni dopo il delitto- gli indumenti sono fotografati e consegnati ai carabinieri. Si trattava di due canottiere da donna, tre paia di pantaloni (due da uomo e uno da donna, un “pinocchietto”) e un paio di scarpe da uomo allacciate. Gli indumenti erano tutti griffati. Le analisi dei Ris di Parma diedero esito negativo. Abiti, visibilmente macchiati ma non risulta fossero imbrattati di sangue.
Anche l’orario della morte di Chiara viene modificato nel corso dell’indagine, è divenuto un altro elemento di incertezza per tutto il processo visto che poteva essere coincidente con l’orario in cui Stasi stava lavorando sul computer, come da lui dichiarato.
Continuiamo coi testimoni.
C’è un investigatore privato, Gianni Bruscagin, definito “supertestimone” che nel maggio 2025 riferisce a “Le Iene” -cui va il merito, grazie al meticoloso lavoro di Alessandro De Giuseppe, di aver tenuto per anni i riflettori accesi sul caso- alcune rivelazioni sul delitto, trasmesse poi alla Procura di Pavia.
Questi racconta di essere stato prima avvicinato dal legale dei Poggi, Gian Luigi Tizzoni, per raccogliere informazioni e poi rapidamente respinto quando gli fornisce delle informazioni su una delle gemelle Cappa, Stefania, vista trafelata con un grosso borsone vicino alla casa della nonna delle ragazze a Tromello, prima di udire un tonfo, forse nell’acqua del vicino canale. Il racconto che il ‘supertestimone’ -inizialmente coperto dall’anonimato- aveva appreso incontrando in ospedale, poco dopo l’omicidio, una donna di Tromello vicina di casa della nonna delle cugine di Chiara che gli avrebbe riferito di avere visto la gemella Stefania trafelata e nel panico chiedere le chiavi della casa della nonna e, tremante, cercare di aprire il portone dell’abitazione. Con sé aveva un pesante borsone.
Le persone che erano con Bruscagin quel giorno erano anziane e sono decedute.
La donna è deceduta, ma la circostanza rivelata è importante perché dice che era raro vedere lì una delle gemelle.
Bruscagin appunta su alcuni taccuini -mostrati alle telecamere- anche il rumore di un oggetto pesante gettato in un fosso. Quello, vicino alla casa della nonna delle Cappa, dragato nelle settimane successive alla sua deposizione, dove vengono trovati -usurati dagli anni- alcuni oggetti, tra cui attrezzi da lavoro e, secondo alcune fonti, una mazzetta da muratore e un’ascia, che sono stati posti sotto sequestro per accertamenti. Lo scopo è capire se questi oggetti possano essere compatibili con l’arma del delitto, mai trovata.
Alcune fonti parlano anche del ritrovamento di un martello, non è chiaro se sia lo stesso martello di cui il padre di Chiara denuncia la scomparsa, né se sia compatibile con le ferite riscontrate sul suo corpo.
Tra Bruscagin e Tizzoni c’era un antico legame: “mia mamma lavorava da sua mamma”, dice il ‘supertestimone’. Tizzoni lo “stoppa”, adducendo che c’era già una pista che si stava seguendo. E non gli dice di andare dai carabinieri. Bruscagin fa di testa sua, ne parla con un tenente colonnello di Milano. Questi però lo fa desistere dall’andare oltre, facendogli intendere di ‘lasciar perdere perché rischiava una denuncia’.
Ci sarebbe un commerciante che la mattina del delitto dice di aver visto Maria Rosa Poggi, la signora Cappa, moglie di Ermanno, al mattino presto in auto nelle vicinanze del villino dei Poggi.
Dalle ricostruzioni sembra esca di casa alle 8:15. Non ci sono informazioni specifiche, ma è plausibile che la donna sia stata notata anche da altri vicini o passanti. Nel piccolo paese in cui tutti sono fra loro legati, la signora intratteneva una relazione col padre di Andrea Stasi, lo dichiara la stessa ai carabinieri.
Le gemelle cugine di Chiara in alcuni vocali avrebbero detto di essere state contattate dagli inquirenti all’epoca dei fatti per aiutarli a incastrare Stasi. La trasmissione “Chi l’ha visto?” ha recentemente mandato lo spezzone di un video -ripreso dalle telecamere nascoste nella caserma dei carabinieri quattro giorni dopo la morte di Chiara- che filma in un abbraccio Alberto -già sospettato, ma non ancora indagato ufficialmente- con la cugina Stefania Cappa. Il ragazzo, visibilmente preoccupato, dice: «Non mi lasciano stare» e, a tratti, farfuglia.
Vedendolo, lei lo abbraccia stretto, gli tocca i capelli. Sembrerebbe il gesto di conforto di una persona molto fisica, che necessità di toccare gli altri quando parla.
Lei non farfuglia, appare molto centrata nelle risposte, e quando lui parla di un possibile furto in casa finito male, gli dice: “Ma alle 9:30?”.
To be continued
