Emanuela Orlandi, c’è del marcio in Danimarca? di Patrizia Zangla*
Emanuela Orlandi, c’è del marcio in Danimarca? di Patrizia Zangla*
Il nome di Emanuela Orlandi si associa a uno dei misteri più impenetrabili del nostro Paese.
Sono trascorsi 40 anni dalla sua scomparsa. Chi non ricorda la foto della “ragazza con la fascetta” che ha tappezzato le vie della capitale? La ragazza sorridente dai lunghi capelli neri, inghiottita come in un vortice all’uscita dalla scuola di musica nel cuore di Roma in un pomeriggio di giugno?
Era il 22 giugno 1983, di Emanuela, la quindicenne cittadina della Città del Vaticano, non si saprà più nulla.
Dalla sua sparizione si dipanano le piste più variegate che uniscono luoghi e città diverse, che coinvolgono fatti e personaggi più disparati di una storia macabra e marcia che è stata anche collegata ad altre sparizioni di minorenni come quella della giovanissima Mirella Gregori. Storie di segreti sovrapposti e di ricatti indicibili.
“C’è del marcio in Danimarca?” diceva Marcellus, l’ufficiale danese nell’Amleto di William Shakespeare (Atto I, scena IV). C’è del marcio.
È il Vaticano centro e mente occulta di questa strana sparizione?
In questa fosca e agghiacciante storia si sono intrecciati una pluralità di volti, di fatti ambigui tra depistaggi e mitomani.
A ritroso.
C’è Agostino Casaroli. Qualche settimana dopo il rapimento arriva una telefonata inquietante al centralino della Santa Sede di uno sconosciuto che chiede di comunicare con il segretario di Stato – Casaroli, numero due della gerarchia di Stato, è una linea privata che risponde al codice 158. La voce sconosciuta chiede di attivare il codice 158. È questo un breve stralcio di una conversazione inviata molti anni dopo alla trasmissione “Chi l’ha visto”. La seconda parte della conversazione non verrà mai consegnata.
In quella telefonata in cui la voce sconosciuta fa esplicita richiesta di parlare con “Sua Eminenza”, Casaroli, mette le suore del centralino in confusione, chiedono ripetutamente ‘chi parla?’ Dall’altra parte, la voce dice: “Don De Paulo”.
C’è il turco Alì Agcà.
Due anni prima, il 13 maggio del 1981, Alì Agcà spara al Papa in Piazza San Pietro. Il terrorista turco viene arrestato e sconta in Italia la sua condanna all’ergastolo, in cambio della liberazione di Emanuela
il Turkesh più volte reclama la sua scarcerazione. Sin dall’inizio ne ha ammesso il rapimento, ma non fornisce prove, deliranti e poco concreti sono i discorsi di Agcà.
C’è l’Americano senza volto.
È l’uomo che in tempi diversi rivendica un doppio sequestro, quello di Emanuela e quello della quindicenne romana Mirella Gregori. Di lui si conosce una voce dall’accento straniero che le ultime perizie ritengono non sia la stessa, fa 34 telefonate di cui 16 ritenute attendibili dai Servizi segreti militari.
C’è Giulio Gangi.
Al tempo agente del Sisde che prende parte alle prime indagini. A soli tre giorni dopo la scomparsa di Emanuela – che aveva conosciuto personalmente a Torano dove gli Orlandi andavano in villeggiatura- si presenta a casa della famiglia e offre il suo aiuto. Era peraltro amico di Monica Meneguzzi, una cugina di Emanuela. Fa i primi accertamenti, ma viene rimosso dalle indagini perché ritenute “inopportune”.
C’è Enrico De Pedis, per tutti “Renatino”.
È il capo della fazione testaccina della Banda della Magliana – potente e violenta organizzazione criminale mafiosa operante a Roma e nel Lazio – freddato nel febbraio del 1990 in via del Pellegrino a Roma. Il suo corpo venne tumulato nella Basilica di Sant’Apollinare, adiacente alla scuola di musica da cui è scomparsa Emanuela.
Ma un anonimo nel 2005 telefona in diretta al programma “Chi l’ha visto” e dice: “in cambio di un favore fatto al cardinal Poletti”. Al tempo Pietro Vergari, cappellano del carcere di Regina Coeli dove conosce De Pedis, poi rettore della Basilica di Sant’Apollinare, giustifica l’inopportuna sepoltura presentando De Pedis come “grande benefattore de poveri”. Vergari venne indagato per concorso in sequestro di Emanuela, con l’ultima inchiesta del 2015 le accuse a lui rivolte cadono tutte.
C’è Marcello Neroni.
Al tempo uomo di Enrico De Pedis -si rileva dall’ordinanza Colosseo- e suo socio nell’affare delle slot machine. Nel gennaio 2023 viene pubblicato l’audio di una sua conversazione -avvenuta nel 2009- con il giornalista Alessandro Ambrosini, direttore del blog Notte Criminale- in cui Neroni parla di ‘abusi’, chiama in causa il papa Giovanni Paolo II a cui lancia pesanti accuse, per le quali -dice- il segretario di Stato, Agostino Casaroli, avrebbe deciso di intervenire. In questo strano intreccio di nomi, il nome di Neroni ci riporterebbe al primo, quello di Monsignor Casaroli.
C’è Gennaro Egidio.
È il primo avvocato della famiglia Orlandi, la persona indicata ai familiari dal funzionario del Sisde Gianfranco Gramendola che nell’immediato del sequestro si reca a casa Orlandi presentandosi come “Leone”. Egidio, scomparso nel 2005, venne pagato prima ancora che la famiglia firmasse il documento preparato dal Sisde per la nomina del legale.
Ci sono Angelo Cassani di Cerveteri detto ‘Ciletto’ e Libero Angelico di Ostia, detto ‘Rufetto’.
Sono i due malavitosi laziali vicini a De Pedis.
A indicarli al procuratore Giancarlo Capaldo come presunti responsabili del sequestro della ragazza è Sabrina Minardi al tempo amante di De Pedis. La donna, interrogata dalla procura, dichiara che nell’estate del 1983, suo malgrado, abbia preso in consegna la ragazza al Bar Gianicolo dall’autista di De Pedis, per consegnarla a un sacerdote sotto le mura del Vaticano. Il passato di tossicodipendenze della donna ha portato a ritenere la sua testimonianza inattendibile.
Il nome della Mainardi chiama quello di Giancarlo Capaldo, il magistrato che più a lungo ha indagato sulla scomparsa di Emanuela, prima che l’inchiesta venisse archiviata dall’attuale presidente del Tribunale Vaticano Giuseppe Pignatone allora a capo della Procura di Roma. Oggi Pignatone è il presidente del Tribunale Vaticano.
C’è Paul Marcinkus.
È il presidente dello Ior, Istituto delle opere religiose, già al centro di scandali finanziari della Santa Sede, molto vicino a Papa Wojtyla. Accusato da Sabrina Minardi di aver incontrato Emanuela Orlandi nei giorni successivi alla sua scomparsa nel covo in cui era tenuta prigioniera.
Il nome di Marcinkus, deceduto nel 2006, chiama in causa quello di Roberto Calvi.
Secondo le dichiarazioni di Maurizio Abbatino, al tempo boss della Magliana, l’omicidio del banchiere trovato impiccato a Londra è legato al sequestro di Emanuela da un flusso di denaro confluito nelle casse del Vaticano e mai restituito a Cosa Nostra dopo il crac del Banco Ambrosiano di cui Calvi era presidente. Denaro che sarebbe servito a finanziare “Solidarnosc” per contrastare il comunismo. Fatto che richiama il nome di Wojtyla impegnatosi in questo progetto.
C’è Monsignor Valentino Miserachs.
È l’insegnante di canto corale di Emanuela, a sorpresa, di recente si scopre che il Vaticano, per volere di Joesph Ratzinger – Papa Benedetto XVI, eletto nel 2005, dopo la morte di Wojtyla, primo Papa della Storia Moderna a rinunciare al suo incarico- lo interroga sulla scomparsa di Emanuela il 4 maggio 2012: dieci giorni dopo veniva aperta la tomba di De Pedis, sepolto nella Basilica di Sant’ Apollinare.
Le anomale dimissioni di Ratzinger sono state ricondotte ai numerosi scandali esplosi nel suo pontificato e alla fuga di documenti nota come “Vatileaks”.
Nove giorni dopo la morte di Papa Ratzinger viene aperta dal Vaticano la prima inchiesta su Emanuela Orlandi.
C’è Paolo Gabriele.
È il maggiordomo del Papa Ratzinger protagonista del processo Vatileaks, arrestato perché trovato in possesso di carte riservate della Santa Sede. Gabriele riferisce a Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, di aver visto il dossier dal titolo “Rapporto Emanuela Orlandi” sulla scrivania di Padre Georg Gänswein, al tempo segretario particolare di Benedetto XVI e di non essere riuscito a fotocopiarlo assieme agli altri documenti. Proprio Gänswein ammette l’esistenza un fascicolo riservato a Laura Sgrò, legale della famiglia Orlandi e nel 2011 dichiara di voler affidare un’indagine sulla vicenda di Emanuela al capo della Gendarmeria Vaticana Domenico Giani, ma poi ritratta tutto in un suo libro dal titolo che vorrebbe essere eloquente “Nient’altro che la Verità” pubblicato subito dopo la morte di Ratzinger.
C’è Lorenzo Antonetti, presidente dell’Aspa, che nel 1998 firma un resoconto, trovato in una cassetta di sicurezza del Vaticano, in cui sono elencate le spese sostenute dal Vaticano “Per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi”. Da questo documento, Emanuela sarebbe stata trasferita in strutture religiose a Parma e poi a Londra. Antonetti è deceduto nel 2013.
C’è Giovanni Battista Re, cardinale all’epoca ai vertici della Curia, a cui era indirizzato questo documento. Per la prima volta il suo nome emerge dall’istruttoria del giudice Adele Rando.
La Rando è il giudice istruttore che chiude la prima inchiesta su Emanuela Orlandi su richiesta del sostituto procuratore generale Giovani Malerba che le avanza una requisitoria che è una filippica di oltre 20 pagine. Tra i fascicoli della Rando ci sono tre faldoni top secret del Sismi, oggi introvabili: atti d’indagine acquisiti dalla Procura ma mai consegnati alla famiglia.
Quello del cardinale Battista Re – aveva un legame stretto con l’avvocato Egidio- è il primo nome che Pietro Orlandi fa al procuratore Diddi come persona da ascoltare perché informata sui fatti.
C’è Ugo Poletti.
È il cardinale che nel 1990 concede il nulla osta per la sepoltura del malavitoso De Pedis a Santa Apollinare, a questi è indirizzata una lettera firmata dall’arcivescovo di Canterbury George Carey in cui si richiede un incontro a Londra per discutere della “Situazione di Emanuela Orlandi”.
C’è infine Marco Accetti.
È il fotografo romano che si è autodenunciato come rapitore di Emanuela, secondo gli inquirenti un’auto-accusa priva di riscontro.
E ci sono ancora tanti altri i nomi che si sono susseguiti nel tempo.
Oggi, la Procura di Roma ha avviato la terza inchiesta, la proposta di una Commissione parlamentare che indaghi sul caso è ferma in Senato.
La Città del Vaticano ha aperto la sua prima indagine. Ma le sacre stanze continuano a restare mute.
- nella foto la storica Patrizia Zangla, docente a Parma
