Di corsa dal preside di Cosimo Recupero

Dopo la vicenda del bus sequestrato dall’autista a San Donato Milanese sembrava ormai cosa fatta. Il piccolo Rami, il bambino che con un gesto più scaltro che eroico ha permesso ai carabinieri di intervenire in tempo e sventare il peggio, sembrava ormai avviato verso un premio meritatissimo, ovvero ottenere la tanto agognata cittadinanza italiana che non ha, essendo nato in Italia ma da genitori egiziani.

Questa vicenda mi ha fatto considerare molte cose. Innanzitutto la richiesta del ragazzo: ottenere la cittadinanza italiana, appunto, ma non solo per sé ma anche per i suoi compagni di scuola che non hanno ancora quel tanto desiderato pezzo di carta.

Con questa richiesta, Rami ha dimostrato non soltanto amore per il Paese dove è nato, ma anche una innata leadership. Ha dimostrato che la cittadinanza non è solo un diritto, ma anche un dovere. Il dovere di contribuire al benessere comune ma di farlo avendo la possibilità di dire la propria con la partecipazione attiva alla vita democratica del Paese.

Dall’altro lato, non ho potuto non constatare la ormai nota arroganza di un ministro dell’interno che non è riuscito, almeno questa volta, a resistere alla tentazione di bullizzare un ragazzino che, con tutto il rispetto, ha dimostrato di avere le palle più di lui.

Ormai Salvini sembra come quei bulli de liceo che se la prendevano con il più debole della scuola, quello che magari aveva qualche problema di apprendimento, che non andava bene a scuola o che aveva qualche evidente difetto fisico come una zoppia o qualche deformità.

Solitamente questi bulli, che non si muovono mai da soli ma in gruppi di deficienti il cui capo è il più deficiente di tutti, si mettevano tutti contro uno, il più debole, vessandolo con aggressioni verbali e fisiche. Ma erano gli stessi che, una volta beccati, venivano spediti di corsa dal preside, di fronte al quale piagnucolavano come mammolette, salvo poi tornare a perseguitare il malcapitato di turno.

E infatti, di fronte allo spauracchio del processo per la vicenda Diciotti, Salvini ha piagnucolato di fronte al Parlamento, chiedendo la grazia, appellandosi ad una presunta “licenza di uccidere” in nome di una non meglio precisata questione di sicurezza nazionale. Ma poi, passata la tempesta, è tornato, come prima, a stalkerare quelli più deboli di lui.

Una persona seria, al suo posto, si sarebbe già vergognata.

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