De Luca non ricco perché sindaco, sindaco perchè ricco
Antonio Currò: De Luca non ricco perché sindaco, ma sindaco perchè ricco
Non c’è alcun dubbio che Cateno De Luca abbia avuto il privilegio di ricoprire sino al 14 febbraio la carica di sindaco della Città di Messina, e nel passato di parlamentare regionale o sindaco di altre città di minori dimensioni, per il semplice fatto di essere ricco.
Pochi giorni dopo il suo insediamento in città ha tentato di intenerirci, confessando che il passaggio da parlamentare siciliano a Sindaco di Messina ha rappresentato un grosso sacrificio fatto per amore della città. La riduzione, da circa 11.000 € a 6.000 € al mese avrà, infatti, scompaginato gli equilibri economici della sua famiglia e della sua vita. Così come, di certo, tanti messinesi poveri si saranno identificati con profonda empatia nel travaglio attraversato in quel momento da De Luca. Ancora ci si commuove pensando a quelle dichiarazioni!
Nel 2018 De Luca è stato il deputato regionale (eletto nell’UDC) più ricco in assoluto con oltre un milione di euro dichiarati.
Nel 2021, invece, è stato incoronato come Sindaco più ricco d’Italia. I suoi sacrifici sono stati ripagati: ha dichiarato un milione e 6mila euro nel 2019, di cui poco più di 944mila euro derivavano da attività di “consulenza imprenditoriale, amministrativo-gestionale e pianificazione aziendale” e il resto, le briciole, da compensi di primo cittadino, che si attestavano a 65.594 euro.
Per intenderci, nessuno si permetta di insinuare che De Luca si è arricchito con l’attività politica. Cateno non è ricco perché è stato sindaco di una grande città come Messina, ma esattamente il contrario: Cateno è diventato Sindaco perché è un uomo ricco.
Notoriamente “i picciuli”, ossia i soldi, sono elementi decisivi per la consacrazione di un leader e per la vittoria in una competizione elettorale.
Dalle alte vette del milione di euro annuo dichiarato, lui ci ricorda, e ci dimostra, come tutto giri attorno ai soldi; per di più brandisce l’offesa “morto di fame” come un manganello, perché per lui, come per i peggiori padroni, la povertà è una colpa, uno stigma, una macchia. Appiccicare quest’insulto addosso all’avversario non solo rivela lo squallore di cui si dota e sfoggia, ma esplicita, laddove ci fosse ancora bisogno, quale concezione abbia della pluralità del sociale, così come del confronto, della democrazia e della dialettica politico-istituzionale.
Nel momento dello scontro politico più acceso, infatti, dismette istintivamente i panni dell’uomo del popolo e del cittadino comune, chiarendo muscolarmente quali siano le regole sancite dalle gerarchie di classe. In altre parole afferma che è un pezzo determinante del potere in città, che riesce a condizionarne gli equilibri, e che “i morti di fame” o si prestano alla sua causa, oppure, qualora rappresentassero un ostacolo, si preparino a essere asfaltati. Tanto, anche gli istinti più bassi dei followers verranno in aiuto, riproducendo quell’infinito paradosso storico per cui i miserabili si alleano con i padroni contro i propri interessi di classe.
Perché sì, come sempre, tutto gira intorno ai rapporti di classe. Con il suo immarcescibile classismo De Luca ha sempre dimostrato di odiare i lavoratori più di ogni cosa. Ricordiamo i blitz, le gogne social e lo squadrismo istituzionale rivolti contro i funzionari dei dipartimenti, il lavoratore dell’ATM, l’operatore ecologico, i ragazzi che dormivano a terra fuori dal Palacultura, il custode dell’ex Gil, per citarne alcuni. Oggi come ieri, a lui non importano la verità e le ragioni dietro le apparenze. Il suo fine principale è estrarre, anche da una plateale menzogna, consenso politico. A costo di abbrutire e incattivire una società già provata economicamente. La logica è quella dell’intensificazione dei sentimenti e della degradazione dei significati, direbbe il sociologo dei media Lippmann.
Nonostante numerose querele e processi, la spregiudicatezza e la spavalderia sono elementi ormai consolidati della sua propaganda. Del resto con i soldi e le spalle ben guardate dagli avvocati dalle parcelle d’oro, può diffamare senza peritarsi minimamente delle conseguenze penali. I soldi, si sa, aggiustano tutto.
È giusto ribadire che la lotta ai poteri forti, che Cateno si è abusivamente intestato, è solo un grande inganno, una truffa. Quel poco che resta a Messina del mondo economico che conta lo ha promosso a pieni voti invitandolo finanche a restare. Tuttavia gran parte del terzo settore laico e religioso in prima linea contro le povertà multidimensionali e la maggior parte dei sindacati, che rappresentano le lavoratrici e i lavoratori, esprimono un giudizio diametralmente opposto.
C’è, infine, una ricchezza che non è deducibile da nessun 730 e che può diventare patrimonio comune. È quella ricchezza che vogliamo. che ha ben poco di materiale e non è in vendita neanche per De Luca. La nostra ricchezza oggi è un accordo tra solidarietà, partecipazione, passione, rabbia e quegli ideali che sono le nostre bussole soprattutto nei periodi più bui. Possederla non prefigura, evidentemente, l’esito sperato, ma ci aiuta a collocarci riconoscibilmente da un lato della barricata da cui ci organizziamo e ci battiamo per una società diversa per una Messina migliore.
Antonio Currò
Segr. Circolo P. Impastato – Rifondazione Comunista Messina
