Cappotto e tacco 12 di Cosimo Recupero
Cappotto e tacco 12 di Cosimo Recupero
Ieri a Montecitorio è andato in scena uno spettacolo a dir poco sconcertante. Uno spettacolo offerto al paese (pardon, nazione) pur in assenza di alcuni protagonisti, a cominciare dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni che, evidentemente, da bambina doveva essere bravissima a nascondino.
Ma andiamo ai fatti: la ministra Santanché è accusata di una serie di irregolarità contabili relative alle sue società. Falso in bilancio e truffa all’INPS sono le fattispecie contestate.
Come sempre in questi casi ci rimettiamo alla magistratura ed invochiamo la presunzione di innocenza per chiunque.
Però ci corre l’obbligo di ricordare come, a parti invertite, era stata la stessa Santanché a chiedere le dimissioni di ministri o altri esponenti del governo come fece, per esempio, nel caso di Josefa Idem per una ICI UMU non pagata.
Ancora, la Santanché fa parte di un partito, Fratelli d’Italia, che è l’erede di quel Movimento Sociale Italiano che mise in scena un altro spettacolo immondo in una tiepida sera di primavera del 1993 di fronte all’Hotel Raphael. Con la differenza che lì l’accusato non fuggì, rifiutandosi di uscire dalla porta di dietro proprio per poter incrociare gli sguardi feroci di fascisti e comunisti uniti in un solo grido. Grido che fu il segnale che scatenò l’inferno della distruzione della democrazia italiana.
In quel caso, però, le irregolarità contabili di cui furono accusati in tanti (Craxi in testa) erano relative ai bilanci dei partiti. Ed i fondi neri accumulati sicuramente in maniera irregolare servivano, almeno per quel che riguarda i socialisti, a finanziare quelli che lo stesso Craxi definiva “gesti fraterni” nei confronti di persone ed organizzazioni che si battevano per riconquistare la libertà nei propri paesi. E poco importava che quelle persone e quelle organizzazioni fossero o non fossero di marca socialista come, per esempio, la Solidarnosc di Lech Walesa che, per affinità politiche, avrebbe dovuto essere sostenuta più dalla DC che dal PSI. Ma evidentemente a quel tempo si pensava che la priorità fosse la riconquista della libertà di un popolo. Per litigare fra cattolici e socialisti in un’aula parlamentare c’era sempre tempo.
Ma lo spettacolo della Santanché ha avuto un tratto che potremmo definire addirittura stomachevole. Ovvero quella ostentata ricchezza sbattuta in faccia agli italiani. Quel rivendicare il suo stile lussuoso, che evidentemente ha dei costi, come quasi un diritto, di fronte ad un popolo che si ritrova alle prese con un potere d’acquisto sempre più esiguo.
E così non si può non mettere tutto questo a confronto con la vicenda di un altro gigante della Prima Repubblica, probabilmente il più grande di tutti, quello che si assunse la responsabilità di tirare fuori l’Italia dalle macerie della guerra in cui fu cacciata proprio dagli antenati di questi Fratelli d’Italia di cui loro vanno tanto orgogliosi.
Il riferimento ovviamente è ad Alcide De Gasperi ed in particolare all’episodio del 1945 quando lo statista trentino, già capo del governo, si fece prestare il cappotto dal deputato Attilio Piccioni perché il suo era troppo logoro per poterlo usare durante una visita ufficiale alla Casa Bianca.
Ciò che forse non è chiaro alla Santanché ed a quanti la circondano è che spesso le parole, i gesti, le azioni di un uomo o donna delle istituzioni vanno oltre il loro significato letterale ed esteriore. E lo scontro di ieri fra garantisti e giustizialisti, fra maggioranza e opposizione, fra governo e parlamento può essere sintetizzato plasticamente come lo scontro fra cappotto e tacco 12.
