“And the winner is…Silvio Berlusconi” di Cosimo Recupero

“And the winner is…Silvio Berlusconi” di Cosimo Recupero

“And the winner is…Silvio Berlusconi” di Cosimo Recupero

 

Ancora mancano i ballottaggi che si terranno il 25 giugno prossimo in moltissimi dei comuni andati al voto ieri, ma la tornata elettorale ha già dato un alcuni responsi importanti.

Il primo è sotto gli occhi di tutti. Grillo è in affanno. La democrazia dal basso, i vaffadays, gli insulti gratuiti non pagano più per due ragioni: la prima è lo stridente contrasto con la realtà di giunte come quelle di Roma e Torino che stanno facendo naufragare ogni sogno di accreditarsi come quelli che sanno cosa fare, della società civile che si sostituisce alla casta e già solo per questo risolve i problemi. La seconda è che il grillismo, come tutti i populismi, è la trasposizione elettorale di una arrabbiatura. Passata l’arrabbiatura si torna ad essere posati e ragionevoli. In una coppia non ci si può tirare i piatti all’infinito perché i piatti finiscono e chi li deve ricomprare è lo stesso che li tira.

Il grillismo, inoltre, è il volto tragicomico di un populismo che fallisce dove agisce con serietà, figuriamoci dove si presenta con i tratti grotteschi di un comico un po’ agè, circondato da un’accolita di invasati che credono alle bufale sui vaccini e le scie chimiche.

Se perde Farage che porta a casa zero seggi nel Regno Unito, o la stessa Le Pen che, fino a un mese fa, stava per agguantare al volo le chiavi dell’Eliseo, figuriamoci se miglior fortuna potrebbe toccare ad un insultatore seriale come Beppe Grillo.

La sconfitta di Grillo è ancora più cocente perché, in molti casi, ha ricadute simboliche molto forti. A Genova, città di Grillo, i tre candidati riconducibili all’area della protesta, arrivano appena al 24% messi insieme, ben lontano dal 33% di Gianni Crivello, candidato del PD e altre liste di centrosinistra, che è arrivato secondo e che si giocherà la partita con Marco Bucci di centrodestra, che arriva al 38%. Parma, la Stalingrado grillina, la prima grande città conquistata a suon di insulti, concede al movimento un tristissimo 3 per cento o giù di lì. Tutte sconfitte che bruciano sul piano personale e che dimostrano che il “fidatevi di me” era solo un azzardo tentato dal comico genovese che, adesso, rischia di essere messo egli stesso in discussione dalla base.

Ma se Grillo perde, come del resto ampiamente annunciato, chi vince?

Renzi non di sicuro e, per le stesse ragioni, nemmeno Salvini.

Basta già guardare TG e social. Nessuno dei due è uscito con toni trionfalistici. Al di là dei numeri che vedono comunque PD e Lega conseguire importanti affermazioni anche in città importanti, a vincere in realtà non sono state le sigle e nemmeno i loro leader, quanto le formule.

Sì, perché il voto di ieri, a prescindere da quello che succederà fra due settimane, indica chiaramente che, se si vuole fermare il populismo, bisogna fornire all’elettore più opportunità di scelta e, per fare questo, bisogna ricostruire alleanze coese a destra e a sinistra. Paradossalmente, l’affermazione di ieri del PD e dei suoi alleati, anziché rafforzare Renzi, lo indebolisce al suo interno. E’ la prova provata che il partito democratico non è autosufficiente e che l’alleanza con Berlusconi può rivelarsi un abbraccio mortale. E così Renzi è obbligato a dialogare con chi sta alla sua sinistra, intendendo D’Alema e Bersani, costretti ad andarsene dal giglio magico ma che adesso diventano essenziali per non iniziare un lento declino come quello di Grillo. E non basta nemmeno fare questa triste messinscena del dialogo con Pisapia, accreditandolo come l’unica voce a sinistra del PD, perché gli italiani non sono fessi e ieri lo hanno dimostrato.

Lo stesso dicasi per la Lega, che non può certo pensare di essere, su tutto il territorio nazionale, l’asse portante del centrodestra. I sogni di gloria di Salvini, nonostante l’affermazione, sono già finiti. Solo l’alleanza leale con Berlusconi può dargli quella chance di arrivare al governo del Paese, ma non certo come inquilino di Palazzo Chigi.

Resta solo Berlusconi che a questo punto ha due chance. O tentare, in un ultimo sussulto di onnipotenza, di riunire il centrodestra sotto la sua guida o, in alternativa, cercare un giovane dalla faccia sveglia a cui affidare il compito di rappresentare i conservatori italiani, restando lui il padre nobile di questa operazione e il regista, più o meno occulto, delle scelte del paese nella prossima legislatura.

Cosa sceglierà non lo sappiamo. Ci auguriamo per lui e per l’Italia che non si faccia prendere dalla frenesia di sentirsi dire, come potrebbe succedere alla notte degli Oscar, la fatidica frase scritta nella busta: and the winner is… Silvio Berlusconi.

lwzws