Uno stemma con tre palle di Cosimo Recupero

Uno stemma con tre palle di Cosimo Recupero

E’ stata solo la curiosità a spingermi ieri sera ad andare ad ascoltare “il comizio-evento del candidato sindaco di Sicilia Cateno De Luca”, almeno così declamava il megafono per le strade della città, nel pomeriggio.

A Piazza delle Ancore i barcellonesi, nelle calde sere d’estate, vanno a cercare un po’ di frescura o a consumare qualche peccato di gola nei bar e rosticcerie del breve tratto di strada che la costeggia. Ed è lì che si è tenuto questo comizio-evento del Masaniello di Fiumedinisi, il nuovo eroe per tanti disperati che pensano che troveranno in lui imperitura salvezza dalle malefatte della politica di questi anni.

Ma per chi come me difficilmente si lascia incantare da pifferai magici, imbonitori televisivi e predicatori di ogni risma è risultato ancora più facile non cadere nel tranello del soliloquio di un autoproclamato sindaco di qualunque cosa. E come non ha incantato me credo non abbia incantato tanti altri dei presenti che infatti stavano lì ad ascoltarlo senza applaudire e senza nemmeno spernacchiare, tanto con o senza De Luca la leggera brezza della sera avrebbe soffiato lo stesso.

Sì, perché in effetti lo spettacolo che l’ex sindaco del capoluogo ha tirato su è stato un discorso di due orette scarse durante le quali non ha formulato una sola proposta utile per i cittadini. In pratica ha parlato soltanto di sé, di quanto è bravo lui, di quanto è bello lui e di quanto è intelligente lui. Ma se mi chiedeste cosa intende fare la Sicilia, per l’Italia, per il mondo e per l’universo non potrei rispondervi perché, a riguardo, non ha proferito parola. In sostanza non ha detto niente e non lo ha detto nemmeno benissimo, la qual cosa gli avrebbe potuto anche giovare elettoralmente.

Il monologo è iniziato con un De Luca che, in religioso silenzio, sale sul palco e aspetta sé stesso. Con il sottofondo di una musica da cavalcata trionfale De Luca è salito sul palco ed è rimasto lì a fare mossette da finto leader che si aggiusta il leggio (sul quale non c’era niente) e beve qualche sorsetto d’acqua in attesa che inizi la lotta verbale che lo porterà alla vittoria. Ma una volta iniziato questo monologo sembrava che lui stesso non fosse nemmeno tanto convinto di quello che andava dicendo.

Innanzitutto perché appunto parlava di sé stesso. E per quanto è durato questo inno a De Luca declamato da De Luca persino Narciso si sarebbe trovato in imbarazzo. Ma poi perché non solo non è riuscito a dire niente su quello che intende fare ma nemmeno su quello che ha fatto. Per esempio, nemmeno una parola sulle baracche di Messina, suo cavallo di battaglia, su cui però forse gli conviene tacere sia perché i fondi in realtà sono stati ottenuti da due deputate di Forza Italia (Siracusano e Gelmini), poi perché la gestione commissariale dell’operazione è stata affidata al Prefetto di Messina e non a lui e infine perché in realtà le baracche sono ancora quasi tutte là.

Insomma, il comizio-evento di ieri sera è stato uno spettacolo tristissimo, senza contenuti né contenitore. L’ennesima autocelebrazione di un leader che dice che vincerà le elezioni in Sicilia e persino in Italia, e lo farà con percentuali bulgare.

Uno sproloquio in cui ha lanciato la candidatura del suo temibile esercito i cui generali sono sempre gli stessi, a cominciare da Dafne Musolino che è candidata a qualunque cosa. De Luca dice che vincerà con percentuali strabilianti salvo poi chiedere ai siciliani di candidarsi con lui. In altre parole ha milioni di voti ma nessun candidato disposto a prenderseli.

Anche la recitazione di De Luca voleva a modo suo impressionare i presenti: pause, mosse studiate, parole auliche frammiste a turpiloquio, il tutto condito dall’immancabile “sono uno di voi”. Insomma un armamentario berlusconiano comprato usato su internet e interpretato anche malamente. De Luca voleva sembrare un Amleto di Shakespeare ma è sembrato piuttosto il Conte Mascetti di Amici Miei, un nobile decaduto che dopo essersi giocato tutto al gioco d’azzardo e non essergli rimasto niente del suo passato, crede di valere qualcosa per il fatto di avere ancora, sul portone del palazzo di famiglia, uno stemma con tre palle.

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