UNA VITTORIA DI MISURA … O LA MISURA DI UNA VITTORIA?
UNA VITTORIA DI MISURA … O LA MISURA DI UNA VITTORIA? di Giuseppe Ruggeri
Con Donald Trump, certo, vince anche lo spettacolo. Uno spettacolo che è ormai pane quotidiano di un’opinione pubblica sempre più assuefatta al vizio dell’apparenza portata al suo estremo. Dico anche, tuttavia, perché questa vittoria che, se non schiacciante dato il margine non eclatante (ma comunque significativo per il messaggio che trasmette al mondo), è l’espressione di una classe votante nuova, che farà discutere.
Con Donald Trump vince, soprattutto, il partito invisibile dei contro-dem, una corrente inizialmente sotterranea ma che ha preso vieppiù vigore affiorando infine in superficie e incarnandosi negli immensi bagni di folla che hanno accompagnato la campagna elettorale del tycoon. Questo fiume carsico che in modo graduale e inesorabile ha eroso la base elettorale dei democratici statunitensi sgorga dalle sacche di miseria e disperazione apertesi nel cuore dell’America a seguito dell’inflazione galoppante e contro cui l’amministrazione Biden ha prodotto soltanto vuoti e banali slogan di sistema. Emblematica, in tema di riscatto di questa cospicua categoria di disagiati, la designazione alla vicepresidenza trumpiana del giovane senatore James David Vance, autentico eroe del sottoproletariato urbano la cui storia personale – una madre tossicodipendente, studi portati avanti con tenacia malgrado il disagio sociale di partenza – la dice lunga sulla nuova postura della politica della nazione stellata.
In un’intervista pubblicata sul Quotidiano “La Verità” il 7 ottobre scorso, il politologo Marco Tarchi spiega l’elevato indice di popolarità di Trump nelle classi ultrapopolari in quanto quest’ultimo è “un out-sider rispetto alla politica tradizionale e, per i populisti, che sono il suo zoccolo duro, questo è ciò che conta; il loro disprezzo per l’estabilishment è tale da portarli a riconoscersi in uno che c’è l’ha fatta e nella scala sociale si colloca molto più in alto di loro, purché nei modi e nei discorsi si dimostri distante da quelli di Washington”.
Cosa s’intende per “quelli di Washington” si può capire bene applicando questo dire all’Europa, un mondo ove vige ormai una democrazia “zombie” – a detta di Barbara Spinelli nell’editoriale pubblicato il 21 settembre scorso su “Il Fatto Quotidiano”, nel quale evidenzia le incongruità di un voto popolare sostanzialmente disatteso con la rielezione di Ursula Von der Layen alla presidenza della Commissione europea.
Ma la Spinelli aggiunge qualcosa che affonda il bisturi nella vera radice del problema. “Nella campagna contro Donald Trump” annota infatti “Kamala Harris pretende di rappresentare la sinistra in lotta contro l’estrema destra. E certamente Trump è totalmente imprevedibile, dunque pericoloso. Ma ecco che, improvvisamente, a spalleggiare Harris, scendono in campo personaggi neoconservatori di destra ben più nefasti di Trump: tra questi campeggia Dick Cheney, già vicepresidente di Bush jr, che in realtà comandò e stravolse gli equilibri internazionali al posto del Presidente, e che è responsabile di 5 milioni di morti nelle guerre successive all’attentato dell’11 settembre, in Afghanistan e in Iraq oltre che in vari altri Paesi del globo”.
E in Italia? Cosa si gioca l’Italia con quest’elezione che mette a tacere – si spera definitivamente – una certa opinione radical-chic da tempo ormai avvezza ai più raffinati giochi verbali e al guerrafondismo da salotto? Non è forse, questa, la misura nostrana dell’estabilishment di cui prima si diceva e grazie al quale siamo arrivati, come a tutt’oggi, dinanzi alla minaccia dello spettro nucleare proprio nel cuore d’Europa? Una classe distante dai bisogni veri della gente, dalle ambasce quotidiane cui la sottrae la sua condizione di privilegio, e pertanto dedita a una fumosa tutela delle cosiddette “minoranze”?
Ma, soprattutto, cosa faranno tutti questi intellettuali (giornalisti, politici, imprenditori e chi più ne ha ne metta) di una sinistra griffata – che da tempo sconfessa i principi fondanti della solidarietà e della difesa dei deboli – una volta che le decisioni da prendere saranno affidate al pragmatismo economico – e non ideologico o peggio ancora ideologizzato – della compagine trumpiana ovviamente più che attenta alla tasca degli americani che ne hanno decretato il potere?
A me piacerebbe tanto vederli correre come topi messi in fuga da un grosso gatto dal pelame fulvo e arruffato, ma so quasi per certo che i più muteranno pelle perché l’Italia, si sa, è il Paese dei camaleonti.
