Un vero rompicapo di Cosimo Recupero
La Sardegna ha votato e l’esito delle urne, incerto fino alla fine dello spoglio delle schede, ha dato ragione al cosiddetto “campo largo”, ovvero quella coalizione liquida che non riesce a darsi quella struttura interna che tanto le gioverebbe.
Ovviamente i partiti del centrodestra minimizzano la sconfitta ed ognuno lo fa per nascondere le difficoltà e soprattutto i rischi che il voto di domenica scorsa ha evidenziato.
La Lega è sostanzialmente sparita, nonostante fino a tre giorni fa fosse proprio un leghista il presidente della regione. Fratelli d’Italia ha subito uno stop importante, perdendo il primato di primo partito conquistato alle politiche del 2022 in favore del PD.
Forza Italia non sfonda, dimostrando di non essere riuscita a diventare postberlusconiana e con un leader, Tajani, che è senza dubbio un politico esperto, oltre che un galantuomo, ma senza quella capacità di far alzare un popolo e trascinarlo verso nuovi orizzonti politici. Forza Italia, in altre parole, sembra condannata a restare in un centrodestra senza però avere né la possibilità di imporsi, né quella di minacciare un abbandono della maggioranza.
Ma al di là del risultato specifico di domenica scorsa, il voto ha aperto la strada verso nuovi scenari che possono dare più di qualche pensiero a Giorgia Meloni ed ai suoi sodali.
Innanzitutto il voto in Sardegna ha certificato una cosa che era fin troppo ovvia per tutti tranne che per i diretti interessati. Conte e Schlein, che non sono certo De Gaulle e la Tatcher, hanno più di una possibilità di vincere se corrono insieme. Ma devono capire che questa collaborazione non può essere sporadica e non deve dare l’impressione che si tratti di un cartello elettorale tenuto insieme solo dalla necessità di far scattare i benefici dei sistemi elettorali maggioritari. Schlein e Conte devono finalmente sedersi ad un tavolo, formulare una carta dei valori comuni e stilare una sorta di regolamento di condominio su come gestire non solo le competizioni elettorali ma anche le singole scelte di politica interna ed estera.
Un’altra cosa uscita dal voto in Sardegna è la quasi irrilevanza politica di Renzi e Calenda che, sostenendo Renato Soru, da un lato hanno sottratto voti alla Todde rischiando di far vincere Truzzu, ma dall’altro hanno dimostrato di non essere affatto quell’ago della bilancia che sarebbe l’unico modo per far fruttare quel sette od otto per cento che, è chiaro, è ormai il loro peso elettorale. Ma la cosa che forse preoccuperà di più i leader del centrodestra è il fatto che questa vittoria potrebbe persino mettere a rischio le due riforme più importanti che il governo si è intestato: premierato ed autonomia differenziata.
Il premierato potrebbe rivelarsi un boomerang per la stessa premier che forse lo aveva pensato per sé. Alle prossime politiche, dopo cinque anni di governo senza particolari meriti, una coalizione PD Cinque stelle potrebbe raccogliere i frutti di una riforma verticistica che per la destra sarebbe il coronamento del sogno berlusconiano dell’uomo solo al comando.
Quanto all’autonomia differenziata, invece, il rischio potrebbe essere dato dal fatto che nel 2024 si voterà per altre quattro regioni: Abruzzo, Piemonte, Basilicata ed Umbria. Fatta eccezione per la prima, le altre sono tutte governate dal centrodestra. Se il centrosinistra riuscisse a strapparne almeno due, arriverebbe ad averne sei in tutto, o persino sette. Togliendo l’Emilia Romagna, il cui presidente Bonaccini è favorevole alla riforma voluta fortemente da Salvini, il centrosinistra ne avrebbe comunque cinque o sei, ovvero un numero sufficiente per chiedere, ai sensi dell’articolo 75 della Costituzione, un referendum proprio sull’autonomia differenziata. Insomma, per la Meloni ed il centrodestra la sconfitta di domenica è, in prospettiva, molto più perniciosa di quello che sembri ed in particolare, per Giorgia Meloni, il futuro sarà un vero rompicapo.
