Ucraina: Resistenza o guerra? Di Patrizia Zangla

Ucraina: Resistenza o guerra? Di Patrizia Zangla

Si può comparare l’attuale situazione della guerra russo- ucraina con la Guerra di Liberazione italiana?

La comparazione è uno strumento fondamentale nello studio della Storia, ma comparare non significa equiparare. La comparazione non va temuta, ma va evitata l’indistinzione perché quello che è equiparabile nella vulgata non lo è necessariamente nella categorizzazione storiografica. La distorsione, la mancata chiarezza nell’esaminare i fatti, la sovrapposizione di cause ed effetti conducono verso terreni sdrucciolevoli in cui sarebbe bene non incamminarsi.

Premettendo che le analisi non comportano lo sminuire della tragedia umanitaria in Ucraina- unanimemente condannata, persino dai sovranisti nostrani-  ma ad esaminare l’ampia e articolata complessità della situazione storica che non si risolve con il facile manicheismo degli opposti schieramenti in campo.

Cosa porta a questa equiparazione presente nel dibattito italiano degli ultimi venti giorni?

Partiamo dalla parola ‘Resistenza’. Muovendoci su un terreno neutro, sul dizionario Treccani si legge che è il “movimento di lotta popolare, politica e militare che si determinò durante la Seconda guerra mondiale (1939-45) nelle zone occupate dagli eserciti tedesco e italiano contro gli invasori esterni e contro i loro alleati interni e che, a seconda dei Paesi ebbe caratteristiche, finalità e anche intensità diverse”. Ci furono infatti forme distinte e diverse di Resistenza nell’Europa degli Anni ’40 e, per il carattere di Guerra di popolo e per l’estensione del fenomeno, essa fu diversamente penetrante nelle diverse nazioni europee. Tuttavia, rappresenta la radice unificante dell’Europa, che intraprese spontaneamente l’opposizione al totalitarismo. Come messo in luce da Jacques Sémelin, la Resistenza civile è un insieme di lotte fra loro diverse a carattere popolare e istituzionale, nate o da organizzazioni politiche o da reti di collegamento comunitarie, parentali e amicali. Prima di procedere alla comparazione tra le due situazioni – russo- ucraina del febbraio-marzo 2022 e italiana del 1943- 1945- torniamo alla contemporaneità. I maggiori quotidiani mondiali di questi ultimi giorni spiegano come che il presidente ucraino Zelensky implori nella sua ‘resistenza’ maggiori aiuti militari, compresa la “no fly zone”.

Uno sguardo sul mondo 

Il Washington Post stigmatizza due aspetti, l’intensità dei bombardamenti e la propaganda russa. Dopo l’attacco russo a Mariupol – città martire – il New York Times si sofferma sul linguaggio utilizzato dai presidenti, americano e russo, nei loro interventi sulla guerra: Biden “personalizza il conflitto” usando l’espressione “criminale di guerra” all’indirizzo di Putin ed evocando il fatto che questi dia del nazista agli ucraini, rimarcando che il presidente ucraino Zelensky sia ebreo,  per converso Putin “sta cercando di usare stereotipi, la realtà distorta e il trauma della seconda guerra mondiale del suo paese per giustificare la sua invasione dell’Ucraina”, intesa come “lotta contro il male”. Il Wall Street Journal segnala il fallimento dell’apparato militare di Putin nell’avanzamento in Ucraina. Lo stesso fa il quotidiano britannico The Times che evidenzia il pesante bilancio di perdite inflitte dalla ‘resistenza’ alle forze di Mosca, scrive: “la città assediata di Mariupol sta resistendo all’avanzata russa”. Analogamente Le Monde. Il Financial Times sottolinea che nel discorso al Bundestag il presidente ucraino punti sulla Germania, accusando Berlino di mettere le relazioni commerciali con Putin al di sopra della sicurezza europea. Parole a cui replica il cancelliere Scholz che dice: “quelle di Zelensky sono parole impressionanti” perché la Germania è “dalla parte dell’Ucraina”, con un sostegno anche militare.

Lo spagnolo El Pais -che ci tiene a rimarcare l’aiuto militare all’Ucraina- si concentra sulle misure che l’Unione Europea potrebbe decidere contro la Russa. 

La Faz si interroga se l’Occidente sia “partigiano, ma non direttamente partecipe della guerra”. Il People’s daily, edizione in inglese dell’organo del Partito comunista cinese, si concentra sul  tema delle armi chimiche, scrive: -“montano le richieste internazionali agli Usa di chiarire le sue accuse sulle armi chimiche” che secondo Washington i russi potrebbero usare in Ucraina. A sua volta: -“la Russia sta rafforzando le sue accuse contro gli Stati Uniti di aver sviluppato armi biologiche in Ucraina, con documenti e prove ritrovati durante le sue operazioni militari nel paese vicino-”.

A questo riguardo, il quotidiano parla di “disinformazione”, definendo le risposte americane alle accuse russe “contraddittorie”. Riporta dichiarazioni di esperti cinesi, russi e americani, e conclude che: “se gli Stati Uniti sono un paese pacifico e pacificatore che segue i principi democratici, allora devono essere più trasparenti e aperti sulle operazioni dei biolab statunitensi in tutto il mondo”.

Diversa è la prospettiva del China Daily. Delinea come l’Ucraina stia cadendo in errore, che sia già caduta “nella trappola degli Stati Uniti con conseguenze disastrose” -testo dell’editoriale del giorno della telefonata tra Xi Jinping e Joe Biden, i due presidenti cinese e statunitense.

 “La radice della crisi ucraina -si legge- risiede nel fallace presupposto fallibile che i valori americani siano universalmente accettati e che la politica del doppio standard occidentale debba prevalere sul mondo”.

Rimarca che: “ora il conflitto è mantenuto vivo dall’invio di armi in Ucraina da parte di Stati Uniti e Regno Unito. Negli anni, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno imposto sanzioni alla Russia nel tentativo di indebolire la sua economia e nell’orchestrare una rivoluzione colorata nel Paese”. Allude alla pacifica Rivoluzione arancione di Kyiv del 2014.

Evidenzia infine la mossa statunitense, ottenere “il sostegno della Cina contro la Russia, ma la Cina ha mantenuto la sua posizione neutrale sul conflitto e si è astenuta dal votare alle riunioni delle Nazioni Unite che condannano la Russia per aver invaso l’Ucraina”. “Dunque, data la linea provocatoria della Casa Bianca, la Cina si pone come l’unico grande Paese, insieme all’Onu, a provare di mediare per la pace tra Russia e Ucraina, la Cina sostiene davvero qualsiasi sforzo che porti ad allentare le tensioni e porre fine alla crisi”.

Nella sua ultima dichiarazione, il presidente cinese usa una metafora, ripresa un antico proverbio cinese: “Chi mette i sonagli al collo della tigre, provveda poi a rimuoverli”.

La rapida panoramica delle testate mondiali rivela la negligenza dell’Occidente, persino la miopia, il suo essere colpevolmente distratto al punto da non accorgersi o di far finta di non capire cosa stesse fermentando in Casa russa, perché un dato è certo: Putin non è nato oggi. Dal canto suo, il presidente russo evita la parola ‘guerra’, l’ha denomina “operazione militare speciale”, a cui probabile abbia pensato dopo le tre esercitazioni militari Nato in Ucraina di quest’estate. Analogamente l’Occidente non si è sufficientemente interrogato sulle azioni della Nato in Europa e nel mondo, incamminandosi in un campo che si rivela oggi minato.

L’attuale conflitto russo-ucraino sta rafforzando la UE, elemento che il presidente russo avrebbe sottovalutato, tratto in inganno dall’esagerata componente economicista delle nazioni d’Occidente o forse dalla contrarietà -in passato più volte manifestata da Francia e Germania all’ingresso nella Nato dell’Ucraina-, sin dal 2008 il presidente statunitense Bush aveva apertamente dichiarato di una possibile adesione di Ucraina e Giorgia alla Nato. Sappiamo cosa è accaduto poco dopo in Georgia. Ma sappiamo anche che il presidente francese Emmanuel Macron nel novembre 2019 all’Economist aveva parlato di “morte cerebrale” dell’Organizzazione Atlantica. Difficoltà che la Nato -a questo punto- sembra aver superato con la nuova politica militarista che sta spendendo per l’Ucraina.

Ora certo spaventa la nuova mistica di regime russa che usa il consenso, unitamente a efficaci interventi di propaganda e indottrinamento, per reprimere le forme di dissenso, come evidente nel discorso alla nazione del presidente Vladimir Putin per le celebrazioni dell’ottavo anniversario dell’annessione della Crimea. Nitida espressione del culto del capo, tipico dei regimi totalitari.

“L’operazione in Ucraina per fermare il genocidio dei russi”, ha detto Putin ai tantissimi accorsi allo stadio Luzniki di Mosca che festanti lo hanno applaudito, sventolando le bandiere nazionali. Come un dejavu, come già visto con altri dictator novecenteschi, siamo di fronte a un nuovo Dux e a un nuovo ethos che non disdegna componenti salvifiche e messianiche, Putin dice alla sua Russia neoimperialista: io sono il vostro salvatore.

La nostra Resistenza

In Italia la Resistenza fu molto lunga, da spontanea a politicamente organizzata, quando le bande di ribelli solidificano i legami con le forze politiche antifasciste e si trasformano in paraeserciti di combattenti consapevoli. La gran parte dei protagonisti resistenti indica come movente la liberazione nazionale dai tedeschi occupanti.

Resistenza equivale anche a Guerra civile come insegna lo studio di Claudio Pavone, un’equivalenza oggi riconosciuta. Storicamente in Italia vi è stata la coesistenza di più guerre nella Guerra, singole guerre che si realizzano «nella stessa identità collettiva e individuale» (Claudio Pavone). La Resistenza è stata quindi: “guerra patriottica” contro l’occupante nazista, “guerra civile” tra italiani fascisti e italiani partigiani e “guerra di classe”, che riprende l’irrisolto conflitto ottocentesco fra proletariato e borghesia, che al tempo si proietta nell’opposizione tra socialismo e capitalismo. Nei fatti, il movimento resistente italiano è stato un organismo ispirato da un “antifascismo esistenziale”, non vincolato (come spesso erroneamente si rimarca) da un preminente orientamento politico, prevalentemente legato all’esperienza generazionale e di classe, che vede nella quotidianità più esposte l’ala popolare, operaia o l’intellettuale, e parzialmente quella borghese.

Il confronto

In atto le situazioni in campo sono diverse. L’Italia viveva sotto una dittatura totalitaria, già fascista e mussoliniana, che diventa nazi-fascista dopo la delegittimazione di Mussolini. Da quella lunga notte tra il 24 e il 25 luglio del 1943 quando il Gran Consiglio del Fascismo approva -con 19 voti favorevoli, 7 contrari e 1 astenuto- l’ordine del giorno presentato da Dino Grandi, Mussolini è esautorato dalle funzioni di capo del governo. Nella stessa giornata e in quelle appena successive, il maresciallo Pietro Badoglio – nominato dal re Vittorio Emanuelle III, capo del governo, reprime gli entusiasmi popolari annunciando alla nazione che “la guerra continua”.

Il fascismo tramontava quindi come forma istituzionale e regime legittimo, e proseguiva in una nuova veste che vedrà sempre a capo Benito Mussolini nel governo fantoccio voluto da Adolf Hitler a Salò sul Garda. (Cfr. 1943-1945. L’Italia in camicia nera, Patrizia Zangla, Ed. Leone). 

Nel nostro contesto erano concrete le prospettive di vittoria nella guerra che l’Italia affronta dalla parte opposta rispetto a quella con cui l’aveva iniziata sotto il duce Benito Mussolini in cui era alleata con la Germania di Hitler e con il Giappone di Hirohito. Ora è difficile indicare per l’Ucraina le prospettive di vittoria. 

Pur notando come quella in atto possa configurarsi come una sorta di Guerra civile -russi e ucraini appartengono alla stessa terra- la Guerra di Liberazione italiana conteneva in sé la Guerra di Resistenza contro l’occupante, ma non si trattava di opporsi al nemico con una resistenza estrema immolatasi al massacro -come purtroppo sta accadendo in Ucraina-, ma, al contrario, di opporsi al nemico interno fascista e al nemico esterno – il suo alleato nazista- con l’intento di proporre una nuova idea d’Italia, libera e democratica, di contro a quella fascista, e a una nuova visione di mondo futuro.

Esaminando, in ultimo, la tipologia di aggressore, si notano differenze. Allora l’aggressore era il nazifascismo, che era rappresentato dall’esercito nazista intento ad allontanarsi, a ritirarsi dai territori occupati anche a seguito dell’avanzata -iniziata dalla Sicilia con lo sbarco degli Alleati – delle truppe di liberazione e proseguita nella area centrale e settentrionale dell’Italia. Mentre la tecnica adoperata dall’esercito non convenzionale dei partigiani era quella terroristica:  colpire e dileguarsi. (Cfr. Patrizia Zangla, “1943-1945…”. Qui la situazione è diversa. L’aggressione è nella sua fase iniziale, anzi è l’aggressione a muovere la guerra. E drammaticamente si deve constatare che se allora vi era una visione di pace, oggi persiste una visione unica: la guerra.

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