Trump, Putin, Zelenssky e i progressisti guerrafondai
TRUMP, PUTIN E ZELENSKY E I PROGRESSISTI GUERRAFONDAI DELL’OCCIDENTE di Giuseppe Ruggeri
C’è qualcosa che non torna nel quasi unanime coro di proteste conseguito all’esibizione mediatica svoltasi qualche giorno fa nella Sala Ovale della Casa Bianca. Da più parti si chiede la testa del “bullo” (o “gangster”, fate voi) responsabile, a dire di tanti, di una “brutale aggressione” nei confronti del suo interlocutore, peraltro omologo istituzionale. Per altri versi, tuttavia, si continua a replicare in modo negativo alla proposta di pacificazione russo-ucraina comunque – anche se tumultuosamente – emersa dal colloquio/scontro di che si parla. Quei tanti potrebbero a questo punto controbattere che loro pure desiderano la pace, ma in condizioni di “sicurezza” – una pace garantita, ovvero, da precise misure che salvaguardino l’Europa da future aggressioni da parte della Russia. Aggressioni che, secondo il premier britannico Starmer, potrebbero in prima battuta riguardare la Polonia e la Moldavia.
Non sono un esperto in geopolitica, affido questa materia ad altri ben più titolati – tra i quali, tuttavia, non mi sento proprio di includere i giornalisti nostrani che da anni la maneggiano fino a farle assumere l’inquietante forma di un boomerang – mi domando soltanto da quale base logica tragga origine l’assunto che gli appetiti imperialisti russi, una volta completata la “conquista” dell’Ucraina, debbano rivolgersi ad altri Paesi del malconcio Vecchio Continente. Da ciò che un comune osservatore come chi scrive è riuscito a capire, la Russia di Putin ha reagito a quattordici anni di violenze – un esempio per tutti il bagno di sangue di Odessa del 2014 – perpetrate nel territorio del Donbass nei confronti delle popolazioni russofone. Invasione? Di fatto sì, ma non per fini imperialistici, piuttosto per neutralizzare il crescente apparato militare – specie di confine – che stava trasformando l’Ucraina in una potenziale macchina da guerra armata dai “democratici” Stati Uniti in vista della tanto sospirata annessione nella NATO. Annessione ipotizzata fin dal 1994 sotto la presidenza di Bill Clinton, e portata avanti negli anni con gradualità irriducibile nonostante la comprensibile resistenza dei russi non certo entusiasti di sentire sul collo il fiato di di un “cane che abbaia” ai loro confini (così come esemplificato dall’efficace metafora di Papa Francesco).
Non sono neppure – Dio me ne guardi – un “putiniano” o un “trumpiano”. Nel mio molto piccolo credo, semplicemente, che l’autocrazia di cui entrambi sono evidente espressione nasca da una complessiva crisi della democrazia, sommersa ormai da un pattume di falsa e caotica informazione che utilizza un linguaggio talmente violento da sconfessare all’origine il concetto stesso di democrazia. Una crisi che riconosce il suo motivo più profondo proprio in questa informazione tendenziosa, deliberatamente adattata alle ragioni del più forte – specie dal punto di vista economico – il quale solo può arrogarsi il diritto di decidere su tutto e su tutti. Un potere, questo, che calpesta ogni conquista civile abrogando, di fatto, il diritto alla vita di chiunque, pur di raggiungere il proprio obiettivo di ricchezza materiale e di supremazia non solo politica.
Ma, soprattutto, mi vanto di non essere un esponente di quel “sinistro” progressismo che da anni, come un cancro, invade e corrode i gangli della società occidentale minandone le fondamenta civili. Di quell’ipocrita, illiberale “buonismo” che, mentre finge di accogliere nelle sue braccia le vituperate “minoranze”, strizza l’occhio, da destra a sinistra, alle lobby delle armi e ai grandi faccendieri e mediatori d’affari che, in tre anni di conflitto russo-ucraino, hanno totalizzato guadagni vertiginosi sul sangue di un’intera generazione di giovanissimi spediti sul fronte di guerra.
A queste lobby e a questi faccendieri, l’”affarista” Trump ha deciso oggi di tagliare i fondi. Ha agito in modo brusco, mandando al diavolo ogni regola di buona educazione, facendo leva sulla propria forza e l’autorità che gli proviene dalla sua posizione. Ma di certo l’ha fatto oculatamente, attento ai risultati in termini di consenso, perché i cittadini statunitensi non ne possono proprio più di questa guerra e Trump, se davvero vuole che l’America ritorni “grande” – come declamava nei suoi comizi pre-elettorali – ha bisogno di puntare su altro come, per esempio, lo sfruttamento delle “terre rare” ucraine che Zelensky sta usando come arma di ricatto per negoziare con il presidente USA quella che, con voluta equivocità, definisce “pace giusta”.
E l’Europa?
Lasciatela, per ora, stracciarsi le vesti a causa dell’inqualificabile comportamento istituzionale del tycoon mentre ribadisce, con forza, il proprio sostegno all’Ucraina “baluardo” di democrazia e di resilienza contro le mire autoritarie del “tiranno” Putin.
Anche questo fa parte del solito copione.
