TRA PATRIMONIALE E FLAT TAX, LA RIFORMA FISCALE PROGRESSIVA? di Maurizio Ballistreri

TRA PATRIMONIALE E FLAT TAX, LA RIFORMA FISCALE PROGRESSIVA? di Maurizio Ballistreri

TRA PATRIMONIALE E FLAT TAX, LA RIFORMA FISCALE PROGRESSIVA? LE LEZIONI DELL’EUROPA E L’EREDITÀ DEL RIFORMISMO SOCIALISTA IN ITALIA

Maurizio Ballistreri

Dal cosiddetto “campo largo” a sinistra è risputata una delle proposte periodiche del dibattito politico italiano: la patrimoniale quale strumento per ridurre le disuguaglianze e reperire nuove risorse per il Welfare. Si tratta di una proposta avanzata senza alcun supporto tecnico, l’idea di un’imposta straordinaria o permanente, non si capisce, sulla ricchezza accumulata; proposta subito avversata dalla maggioranza di centro-destra all’insegna dello slogan “non mettiamo le mani nelle tasche degli italiani”, come se la pressione fiscale dal 2022, anno di insediamento del governo Meloni, ad oggi non fosse aumentata, nonostante l’esistenza di fatto di una flat tax, considerato che ormai ci sono solo tre aliquote.

Infatti, secondo i dati Istat, la pressione fiscale complessiva, comprendente imposte dirette, indirette, contributi e imposte in conto capitale, è salita per quest’anno al 43,1% del Pil, in aumento rispetto al 42,4% del 2024, principalmente per la crescita delle entrate fiscali e contributive (+4,2%) superiore alla crescita del Pil a prezzi correnti (+2,5%), con profonde iniquità a causa anche dei soli tre scaglioni di reddito.

Il tema merita una riflessione non propagandistica, che tenga conto delle esperienze storiche europee. La domanda fondamentale è se una patrimoniale rappresenti davvero lo strumento più efficace per coniugare equità sociale, crescita economica e stabilità fiscale.

L’esperienza più nota in ambito europeo è quella francese, del primo mandato presidenziale del socialista François Mitterand e del governo della gauche.

Nel 1981 il presidente Mitterrand introdusse l’Impôt sur les Grandes Fortunes (IGF), una tassa sui grandi patrimoni che avrebbe dovuto rafforzare la redistribuzione della ricchezza. L’obiettivo politico era coerente con una visione di giustizia sociale fondata su una maggiore contribuzione delle fasce più abbienti. Tuttavia, nel corso degli anni emersero diversi problemi. Numerosi studi hanno evidenziato fenomeni di delocalizzazione dei patrimoni, trasferimenti di residenza fiscale e una riduzione dell’attrattività del Paese per gli investimenti privati.

Nel 1987 il governo di centro-destra di Jacques Chirac abolì l’imposta, che fu poi reintrodotta in forma diversa nel 1989 come Impôt de Solidarité sur la Fortune (ISF). Anche questa versione continuò a suscitare polemiche fino alla profonda riforma del 2018, quando il presidente Emmanuel Macron la trasformò in una tassa limitata ai patrimoni immobiliari.

La stessa Francia, dunque, dopo quasi quarant’anni di sperimentazione, ha progressivamente ridotto il peso della tassazione patrimoniale generale, privilegiando altri strumenti fiscali.

La Francia, tuttavia, non costituisce un caso isolato. Negli ultimi decenni molti Paesi europei, di volta in volta guidati dai partiti socialisti o socialdemocratici, hanno abbandonato le imposte patrimoniali permanenti.

Germania, Austria, Danimarca, Finlandia, Svezia e Paesi Bassi hanno abolito o profondamente modificato queste forme di tassazione, giudicandole spesso poco efficienti rispetto ai costi amministrativi e agli effetti sulla competitività economica.
L’orientamento prevalente delle moderne socialdemocrazie europee non è stato quello di colpire il patrimonio in quanto tale, bensì di rafforzare la progressività dell’intero sistema tributario, concentrandosi sui redditi, sulle successioni e sul contrasto all’evasione fiscale.

In Italia esiste una tradizione riformista che offre un’alternativa significativa al dibattito sulla patrimoniale, secondo le indicazioni dell’art. 53 della nostra Costituzione, che prevede la progressività fiscale, strumento di equità fiscale, funzionale a concorrere all’attuazione dell’art. 3, comma 2, per l’eguaglianza sostanziale. Un tradizione che affonda le proprie radici nelle “Norme sulla perequazione tributaria e sul rilevamento fiscale straordinario” della legge n. 25 del 1951, voluta da Ezio Vanoni, ministro delle Finanze ed esponente del cattolicesimo democratico e nell’opera di Luigi Preti, figura di primo piano del socialismo democratico e ministro delle Finanze sul finire degli anni Cinquanta, negli anni Sessanta del ‘900 e, poi, dal 1970 al 1972 quale ultimo sussulto della stagione riformatrice del primo centro-sinistra italiano, che può vantare le riforme dell’urbanistica, della scuola, della sanità, l’attuazione delle regioni e l’approvazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori, grazie all’azione dei socialisti al governo.

Preti, che come molti esponenti del Psdi era bersaglio del settarismo comunista (si ricordino gli elzeviri di Fortebraccio, pseudonimo di Mario Melloni, sull’Unità, il quotidiano del Pci) e del conservatorismo di ampi settori democristiani, è stato tra i protagonisti di una stagione di modernizzazione fiscale, che aveva come obiettivo principale la costruzione di un sistema tributario più equo attraverso la progressività dell’imposizione sui redditi, per finanziare lo Stato sociale, secondo il trinomio indicato da Giuseppe Saragat: “case, scuole e ospedali”.

L’idea di fondo era semplice: chi guadagna di più deve contribuire proporzionalmente di più, ma il prelievo deve essere concentrato sulla capacità contributiva effettiva e non sulla mera consistenza patrimoniale.

E, infatti, l’Irpef nata dalla riforma tributaria promossa da Luigi Preti, entrata in vigore nel 1974, ministro delle Finanze il repubblicano Bruno Visentini, grazie al tecnicismo di Cesare Cosciani illustre accademico di Scienze delle Finanze, era molto più progressiva di quella attuale: prevedeva 32 scaglioni e 32 aliquote, con una tassazione che andava dal 10% al 72%.

Questa impostazione anticipava alcuni principi che sarebbero poi diventati caratteristici delle socialdemocrazie europee più avanzate: ampia base imponibile, aliquote progressive, lotta all’elusione e servizi pubblici universali finanziati da una fiscalità stabile e prevedibile. Una riforma più volte modificata per volere della Dc, ma con il favore anche dei comunisti, la cui base non era solo operaia, ma pure di piccoli imprenditori e dell’impresa cooperativa, con un impegno non entusiastico contro l’evasione fiscale, tema, quest’ultimo, scarsamente avvertito dalla sinistra italiana, se si eccettua la battaglia all’insegna dello slogan “Io pago le tasse e tu”, condotta dalla Uil negli anni Ottanta del secolo trascorso, con uno dei leader storici del sindacalismo italiano, Giorgio Benvenuto.

Le esperienze europee suggeriscono che una fiscalità progressiva ben disegnata può garantire risorse per il Welfare, ridurre le disuguaglianze e preservare al tempo stesso la capacità di attrarre investimenti e favorire la crescita.
In questa prospettiva, recuperare il modello tributario di Luigi Preti e la lotta per l’equità fiscale di Giorgio Benvenuto, potrebbe rappresentare una soluzione più moderna rispetto all’introduzione di nuove imposte patrimoniali. Non una rinuncia all’equità, ma un diverso modo di perseguirla, attraverso un sistema tributario progressivo, trasparente e capace di coniugare solidarietà e sviluppo, secondo la migliore tradizione riformista europea.

Un riformismo che trova tra i suoi autori più significativi l’economista Thomas Piketty, con la proposta di un nuovo paradigma: equità universale, cogestione aziendale e un sistema internazionale basato su giustizia sociale, fiscale e climatica.

Attenzione però, un vero riformismo, ben diverso da quello prêt-à-porterdei falsi riformisti italiani, attenti più alle sorti del capitalismo nostrano all’insegna di un modernismo di facciata, che ai diritti sociali, il cui paradigma è il Job Act con la riduzione delle tutele dei lavoratori e il taglio delle pensioni.

Un vero riformismo di sinistra, memore in materia tributaria della lezione di Giacomo Matteotti, nemico dei programmi vaghi, superficiali, del propagandismo e degli opportunismi, oltre che del privilegio garantito ai ceti più abbienti. A poco più di vent’anni il grande martire dell’antifascismo scrisse: “Noi dobbiamo limitarci a dimostrare che le imposte sono mal distribuite, ma diffondere nel tempo stesso la persuasione che sono assolutamente necessarie”.

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