Speranza, i social e la cultura dell’incompetenza
SPERANZA, I SOCIAL E LA CULTURA DELL’INCOMPETENZA di Giuseppe Ruggeri
Premesso che è ormai da qualche tempo che, per mia scelta, non pubblico riflessioni di ordine generale sul tema del momento, desidero rassegnare appena qualche breve considerazione prima di tornare a fare ciò che mi spetta per competenza. Come tutti peraltro dovremmo, in tempo di pandemia.
Tastando il polso alla fibrillante comunità dei vari ‘social’, osservo difatti, e non senza sconcerto, che l’informazione indiscriminata e priva di filtri da cui siamo inondati somiglia sempre più a un ircocervo, il mostruoso animale mitologico assurto a simbolo stesso dell’assurdità. Perché assurda, nella sua estrema contraddittorietà, non può non definirsi l’odierna informazione, improntata a una tuttologia autoreferenziale del tutto priva di umiltà quanto di scrupoli. Un’informazione che ritengo sia la vera responsabile della reale (e non immaginaria) gravità dell’epidemia da SARS-Cov2.
Cosa c’entra questo con il ministro Speranza? C’entra eccome, perché è stato grazie alla frequentazione dei vari ‘social’ che ho potuto costatare come ormai non si riesca più a distinguere quella che è un’informazione “generica” (fondata cioè ai comuni parametri del buon senso) dal dato “tecnico”, cosa ben diversa presupponendo il possesso di metri valutativi che si possono acquisire solo grazie a studi specifici maturati negli anni. La “questione Speranza” è da settimane affrontata e sviscerata investendo anche la sfera tecnica – attinente cioè a considerazioni di ordine scientifico e di gestione sanitaria – da parte di storici, filosofi, giuristi, panettieri, carrozzieri etc. Perché tutti – laureati e non – si sentono ormai legittimati a dire la propria pure su aspetti squisitamente tecnici, che non possono non essere vagliati da esperti del settore, pena l’insorgere d’inevitabili equivoci e fraintendimenti sulla reale natura e consistenza dei fatti.
Per quanto mi riguarda, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata rappresentata dal post di un amico, ovviamente non operante in ambito sanitario il quale, in merito a Speranza, stigmatizzava non senza presunzione il mio invocarne le dimissioni che, da esperto, io posso in qualsiasi momento giustificare con almeno tre motivazioni; che sono: 1) mancata adozione del piano pandemico; 2) veto delle autopsie sui morti da Covid-19; 3) mancata predisposizione di un adeguato protocollo di cure domiciliari.
Ciliegina sulla torta, l’amico di che parlo bacchettava il mio punto di vista sul professore Giulio Tarro, al quale sono vicino fin dall’inizio della pandemia ritenendolo l’esperto più qualificato dello sterminato club di televirologi che da oltre un anno assediano i nostri schermi contribuendo non poco a far lievitare il disorientamento e il panico nella collettività.
Mi chiedo quale reazione avrebbe il mio interlocutore se il sottoscritto, sui ‘social’ o altrove, pensasse bene un bel giorno di interferire in un dibattito di argomento storico, disciplina che lui insegna all’Università. Si tratta ovviamente, per chi mi conosce, di un periodo ipotetico dell’irrealtà, considerato che il sottoscritto evita sempre d’invadere il campo altrui anche perché, pur credendo profondamente nello scambio reciproco, suppone che quest’ultimo debba sempre avvenire nel rispetto delle relative competenze.
La mia reazione è stata di stupore e poi, lo confesso, di rabbia. Perché in quest’interferenza, indebita e irrispettosa, ho visto in filigrana trasparire l’essenza autentica del dramma attuale. Che non è solo un dramma sanitario e sociale, ma anche e specialmente culturale. La cultura, quella vera e non quella che vive e muore nei libri che si sfogliano senza leggerli, è estroflessione umile nel tentativo di imparare ciò che ha da dirci il mondo. E il mondo è fatto di tantissime lenti che, attraverso i loro vetri diversamente graduati, permettono di guardare ben oltre il nostro personale microcosmo.
Un microcosmo che, per taluni, costituisce evidentemente l’unica chiave di lettura della realtà.
