Shoah giornata mondiale 27 gennaio di Patrizia Zangla
LE SCUSE DI EMANUELE FILIBERTO DI SAVOIA: GLI ITALIANI ATTENDONO UNA PRESA DI COSCIENZA Shoah giornata mondiale 27 gennaio di Patrizia Zangla
GIORNATA MONDIALE DELLA SHOAH
Il problema razziale
“Il problema di scottante attualità è quello razziale”.
Proferiva così, col consueto tono minaccioso, Benito Mussolini a una piazza affollatissima di Trieste il 18 settembre 1938.
Un’estate calda quella del 1938, quella dei provvedimenti razziali estesi in tutto il Regno.
Inaspettate ci raggiungono in questo malandato gennaio 2021, le scuse di Emanuele Filiberto di Savoia per quei provvedimenti.
Aria sorniona e compassata, Emanuele Filiberto è il discendente della Real Casa sabauda. Il padre è Vittorio Emanuele IV, atteggiamenti supponenti ma anche comportamenti goffi e incauti, si è affacciato alla vita italiana per le querelle familiari -con la sorella Maria Gabriella e il cugino Amedeo di Savoia sull’eredità-, per una fosca vicenda di una notte di mezza estate –un misterioso sparo uccide un diciannovenne su un’imbarcazione vicina a quella dei Savoia- per la richiesta di risarcimento allo Stato e per le antistoriche dichiarazioni sulla lievità delle Leggi razziali.
Nel giugno 1946, Umberto II, elegante principe ereditario, nonno del nostro Emanuele, dopo il Referendum istituzionale che decretava la nascita della Repubblica, aveva lasciato speranzoso l’Italia, un mese prima era toccato a Vittorio Emanuele III e alla consorte regina Elena. Non faranno più ritorno in patria.
Ora Emanuele Filiberto nel “solenne Giorno della Memoria” si rivolge ai “Fratelli della Comunità Ebraica italiana” con una lettera di scuse: “Condanno le leggi razziali del 1938 di cui ancora oggi sento il peso sulle mie spalle. Con me, tutta la Real Casa di Savoia. Non ci riconosciamo in ciò che fece Vittorio Emanuele III, una firma sofferta dalla quale ci dissociamo fermamente” […] “reputo giunto il momento di fare i conti con la Storia”.
I conti con la Storia…
Riflettere sul passato è un gesto nobile, ma da un punto di vista storico qual é la sua valenza?
Sembra un atto soffocato, mancante dei necessari successivi.
La situazione che porta all’antisemitismo è molto articolata, matura politicamente per raggiungere una prima conclusione nel 1938, tuttavia, le Leggi razziali non nascono dal nulla, per assumere il carattere anche dirompente di rottura.
Una tendenza attuale si muove a disconoscere la componente marcata dell’antisemitismo fascista a ritenerlo fino al 1936 confuso con le politiche sanitarie pro-nataliste e imperialiste, e a sottolineare un’esacerbazione successiva spiegata come conseguenza all’allineamento alla politica di Hitler da cui il regime si distingue per i modi meno brutali. È convincimento diffuso che il duce sposi la politica razziale per compiacere il suo alleato, trascurando che opportunisticamente abbia perseguito un progetto razziale.
Analogamente si tende ad attutire la portata del comportamento reo di Casa Savoia.
Ma non è così. L’operato e le responsabilità politico- istituzionali dei Savoia non sono disgiungibili da quelle del regime, affondano la radice nella marcia su Roma, nel delitto Matteotti, nelle Leggi razziali, nella capillare politica razziale, nell’alleanza con il nazismo, nella campagna imperialistica, nell’entrata in guerra e per finire nella disfatta totale -politica, militare e morale- dell’Italia.
Il rapporto duce-monarchia era stato reciprocamente opportunistico e ambiguo. In questa sede si annovera solo la responsabilità politica che i Savoia si sono assunti nei confronti della nazione l’8 settembre 1943 segnato dalla fuga del re, di componenti della Real Casa, del governo e dei vertici militari a Brindisi, nuova sede governativa, di cui resta immagine il palazzo del Quirinale abbandonato, paradigma del vuoto istituzionale. Una fuga che lascia l’esercito privo di direttive, con il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio subentrato al duce a capo del governo che, per la fretta di fuggire dalla capitale, non porta con sé nemmeno il testo dell’armistizio. Il re invece non predispone il rientro sicuro della figlia Mafalda in Italia, -a Sofia dalla sorella Giovanna per i funerali del cognato Boris III- cittadina tedesca sposata a un ufficiale tedesco, sicura della sua incolumità: non sa che il marito è inviso al Reich, non sa che sarà deportata nel lager di Buchenwald e che l’attende una fine straziante. Nella Lettera di Emanuele Filiberto si fa riferimento alla morte della zia Mafalda, ma non si sottolinea che è dipesa dalla condotta incauta del re.
Quel re, noto come sciaboletta per la statura poco elevata, divenuto protagonista dopo un Ventennio di diarchia, in un afoso pomeriggio di luglio in cui s’intrattiene con il duce Benito Mussolini -delegittimato la sera prima dal Gran Consiglio- per un breve e ultimo colloquio che pone fine al regime fascista e in nuce contiene la fine della monarchia. Tornano alla mente le parole profetiche di Benedetto Croce a Corrado Alvaro nei fatidici giorni del Referendum costituzionale: “La Monarchia è rappresentata da tali cretini che crollerà da sola”.
Schiller diceva che “Contro gli stupidi anche gli dei lottano invano”.
Italiani brava gente?
La politica razziale è scandita da tappe precise non estemporanee, condotte con zelo con la condivisione e la collaborazione di molti, quei volenterosi carnefici -il dirimpettaio, il giornalaio, il lattaio, etc. i tanti delatori nell’ombra, quegli italiani “spioni”, informatori, collaborazionisti che segnalano la presenza di ebrei, che aiutano l’applicazione dei provvedimenti, che guadagnano “le taglie” sulla loro testa, è questa l’altra faccia degli “italiani brava gente”, quella che vorremmo rimuovere perché infrange il mito collettivo dell’italiano salvatore che ci piace perpetrare.
Unitamente a una propaganda che passa attraverso giornali, cinegiornali, canzoni che subdolamente veicola il messaggio di una stirpe italica pura e fiera minacciata dalle razze inferiori.
In un crescendo inarrestabile continua la legittimazione dell’antisemitismo fascista, si richiamiamo qui solo i provvedimenti dell’estate e dell’autunno del 1938: il Manifesto degli scienziati razzisti, il censimento generale degli ebrei -operazione realizzata dalla Direzione generale per la Demografia e la Razza, ufficio ribattezzato “Demorazza”- i provvedimenti antiebraici, fra cui le disposizioni di espulsione di docenti e allievi ebrei dalla scuola italiana e il divieto di usare testi di autori non ariani, e la Carta della razza, approvata dal Gran Consiglio, pubblicata su Il Giornale d’Italia. Pubblicazione che non incontra resistenze né da parte del re né della Chiesa.
L’articolato processo si completa con l’estensione delle Leggi per la difesa della razza italiana, -17 novembre 1938, anno XVII, n. 1728- leggi antisemite dello Stato fascista vidimate nell’ordine da: Vittorio Emanuele, Mussolini, Ciano, Thaon Di Revel, Lantini. Solmi.
Leggi che annoverano tra gli ispiratori tedeschi Julius Streicher, pedagogista e curatore di una pubblicazione per l’infanzia dal titolo: Non fidarti delle volpi e degli ebrei. Nell’illustrazione interna al testo, Streicher è raffigurato in uniforme nazista, con il volto sorridente, attorniato da un gruppo di bambini che lo omaggia di fiori e lo ringrazia – come si legge nella didascalia – «per aver insegnato loro cosa significa essere ebrei e cosa essere tedeschi».
Si potrebbe continuare…si potrebbe continuare perché dopo il 1938 si inasprisce la massiccia legislazione antisemita, si citano solo le parole: campi di internamento, Lager, soluzione finale.
Oltre le scuse
A Emanuele Filiberto di Savoia si chiede un riconoscimento dei fatti che hanno portato al potere il fascismo, alla sua evoluzione fino al suo epilogo: il Paese ridotto a macerie materiali e etiche.
Gesto doveroso che si tradurrebbe in una presa di coscienza di tutta la storia del Ventennio. Una rottura storica che assumerebbe valenza etica, culturale e politica perché nitide e molteplici sono le responsabilità di Casa Savoia rispetto al regime fascista.
Scriveva Pierpaolo Pasolini:
“Non si lotta nelle piazze, nelle strade, nelle officine, o con i discorsi, gli scritti, i versi:
la lotta più dura è quella che si svolge nell’intimo delle coscienze, nelle suture più delicate dei sentimenti”.
