Schlein, fine del partito di Davos e dell’unipolarismo?
Schlein, fine del partito di Davos e dell’unipolarismo? di Maurizio Ballistreri
La nuova segretaria del Pd, Elly Schlein, è stata eletta mentre l’Italia politica della cosiddetta “Seconda Repubblica” verso la “Terza” sembra in preda ai non-sense, che troviamo nel romanzo “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll: nata all’insegna del bipolarismo, degrada ogni giorno di più verso l’unipolarismo.
E sì, perché la sedicente sinistra democrat è apparsa in fase di liquefazione e a fronte di un governo di destra-centro di Giorgia Meloni, che incontra ogni giorno difficoltà – tra benzinai, lidi balneari, giustizia, diversità di vedute sull’invasione russa in Ucraina.
D’altronde, in questi ultimi trenta anni, dal crollo della “Prima Repubblica”, abbiamo assistito al più paradossale dei rovesciamenti, davvero degno del romanzo di Carroll: la sinistra, autodefinitasi “riformista”, il Pds-Ds-Pd, è stata garante dell’austerity tanto cara ai partiti liberali e popolari europei, vestali dell’ortodossia monetarista, che la “guardiana” della grande finanza globale, Christine Lagarde alla guida della Banca Centrale Europea, con i sistematici aumenti dei tassi di interessi ha riproposto; un partito dichiaratosi “riformista”, ma senza alcun riferimento ai diritti sociali sostenuti dalle socialdemocrazie in campo europeo.
Il Pd ha cercato di perpetuare, in verità d’accatto, una certa anomalia della sinistra italiana di ceppo marxista-leninista, riletta nell’interpretazione gramsciano-togliattiana, che per l’affermazione dell’“egemonia” del partito nella società, oltre il perimetro delle classi popolari verso i ceti borghesi soprattutto intellettuali e dell’imprenditoria sedicente “illuminata”, disponibile a scelte conservatrici in materia economica e sociale, coperte maldestramente dalla narrazione del politicamente corretto, dallo schermo dei diritti LGBT e degli immigrati, rappresentando le élites finanziarie che si riuniscono a Davos, senza alcun riferimento alla tradizionale rappresentanza delle classi popolari.
Fu così per “svolta di Salerno”, dell’aprile del 1944, con cui Palmiro Togliatti, anche su impulso dell’Unione Sovietica, favorì il compromesso tra partiti antifascisti, monarchia e Badoglio, per un governo di unità nazionale al quale partecipassero i rappresentanti di tutte le forze politiche presenti nel Comitato di Liberazione Nazionale, accantonando in quella fase la questione della Repubblica e per l’approvazione dell’art. 7 della Costituzione, sui rapporti tra Stato italiano e Vaticano.
E poi, il vecchio Pci, negli anni dei governi di “Unità nazionale”, nella visione di Berlinguer propedeutico al compromesso storico con la Democrazia cristiana, e i suoi eredi del Pds-Ds-Pd dal 1993 in avanti, hanno sostenuto una linea di politica economica rigorista, in cui il moralismo e l’elitismo della tradizione comunista hanno sposato una visione di austerità, che è stata definita con un ossimoro di “riformismo liberista”, fortemente influenzata dalle tesi di Giorgio Amendola dei “sacrifici della classe operaia quale classe generale” e da quel socialismo mercatistico di salveminiana memoria incentrata sulla figura del “buon contribuente” elaborata da Luigi Einaudi.
Così se il Pci sostiene la lotta all’inflazione e i sacrifici per gli operai tra il 1976 e il 1979 (ingaggiando, però, negli anni del governo-Craxi, una feroce battaglia contro quel taglio alla scala mobile, che portò l’Italia ai vertici dell’economia mondiale), gli Occhetto, i D’Alema, i Veltroni, i Bersani, i Letta, delegando la politica economica a tecnici come Ciampi, Dini, Prodi, Padoa-Schioppa, Monti, Draghi, hanno sostenuto quei tagli sociali e quell’incremento della pressione fiscale, che hanno gravemente impoverito gli italiani. Del resto, quando il Pd ha governato politicamente l’economia, con Matteo Renzi, è stato ancora peggio, basti ricordare solo il Jobs Act e la disintermediazione con le forze sociali.
E così, siamo arrivati all’unipolarismo della politica italiana, rispetto al quale serve a sinistra una forza legata alla cultura del socialismo democratico europeo.
Elly Schlein sembra voler recuperare il rapporto della sinistra con i temi sociali: salario minimo, welfare state, incremento fiscale per i ceti ricchi, con la “destra” interna, da Debora Serracchiani a Simona Malpezzi, che prende le distanze, e allora “se non ora quando?”.
