SCHIAVI O LIBERI? di Giuseppe Ruggeri
SCHIAVI O LIBERI? di Giuseppe Ruggeri
Mai come quest’anno, e certo per più di un motivo, la ricorrenza del venticinque aprile rappresenta, a mio giudizio, un momento importante – quasi uno spartiacque – tra passato e futuro. In Italia, certo, ma anche altrove da qui, perché nessuno oggi può più sentirsi cittadino di una nazione, senza essere, allo stesso tempo, cittadino del mondo. Un mondo ormai in parte deflagrato, e che attende una sorta di segnale oscuro proveniente non si sa ancora perché la sua storia cambi corso.
Mai come in quest’anno a distanza di quattordici mesi dallo scoppio dell’”operazione speciale”, o “invasione”, secondo le diverse propagande, in territorio ucraino da parte delle truppe di Putin la data del venticinque aprile fa riflettere sul senso della parola “liberazione”. Va ricordato, infatti, che fin dalla notte dei millenni, tale parola ha significato l’affrancamento da una condizione opposta che è – e non può non essere – quella della schiavitù. Una condizione la quale, se andiamo indietro nei secoli, appare sempre più correlata all’assoggettamento materiale di un individuo rispetto a un altro, con conseguente obbligo del primo a non aver alcun progetto di vita che non coincida con la volontà del secondo.
La tradizione religiosa giudaica assume come simbolo di schiavitù la condizione degli Ebrei in terra d’Egitto, ove la potenza dei Faraoni soggiogò per molti anni un intero popolo finché l’intervento divino, per mano di Mosè, risolse la situazione con mezzi non umani ma soprannaturali. Dopo la Creazione, è probabilmente questo il secondo grande prodigio compiuto dal Signore degli Israeliti e in grado di cambiare il corso della storia dell’umanità. Di qui in poi altre schiavitù di sono susseguite e non meno spietate, una tra tutte la tratta delle popolazioni africane che fu alla base – per le connesse implicazioni economiche – della Guerra Civile di Secessione che insanguinò gli Stati Uniti d’America nella seconda metà del diciannovesimo secolo.
Quante schiavitù abbiamo vissuto fin oggi? Meglio sarebbe chiedere quante – e quali – schiavitù vive, a tutt’oggi, il nostro mondo industrializzato e plurisecolarizzato cui le moderne tecnologie di comunicazione di massa hanno trasfuso una solo apparente certezza di libertà. Come se comunicare, esprimere un’opinione, o anche semplicemente emettere un grugnito su una delle migliaia di reti social del pianeta fosse di per sé espressione, garanzia di libertà. Ed è questo, probabilmente, il tranello più insidioso che il network tende all’uomo moderno, appiattito su posizioni compatibili con un pensiero unico che, per tale sua caratteristica, non può che essere acritico, del tutto impermeabile cioè al beneficio del dubbio sul quale Socrate fondò la sua maieutica. Sicché, proprio partendo dall’assunto che la cultura – in senso di comunicazione – ci affrancherà da ogni schiavitù, siamo finiti per precipitare nell’abisso del comunicare per non pensare. E, di conseguenza, di non pensare comunicando.
Mai come oggi, venticinque aprile, anniversario della liberazione dalle forze militari che occuparono l’Italia nello scorcio finale del secondo conflitto mondiale, noi uomini idealmente “liberi”, ma sostanzialmente “schiavi”, abbiamo necessità di contrapporre a ogni nostra facile certezza – che provoca schiavitù – un salutare “ripensamento” (vale a dire ritorno al pensiero) che ci consenta di recuperare lo spazio perduto nel difficile passaggio tra innocenza e maturità. Bisogno, abbiamo, di ripensare a questa complicata maturità che si è nutrita di troppi preconcetti e deviazioni dal reale per considerarsi davvero compiuta.
L’Italia, certo – si diceva – ma anche l’Europa, e il mondo intero. Un mondo che, per naturale flusso di cose, si scopre oggi multipolare, esattamente come noi uomini, un mondo che riesce a esprimersi con pienezza solamente in quanto complesso, a patto che si riconosca a questa complessità il ruolo che le spetta. Ovvero di traghettare gli schiavi d’Egitto, che oggi siamo tutti noi, nella Terra Promessa della vera libertà.
