“Sarajevo Safari: giocare alla guerra” di Patrizia Zangla
“Sarajevo Safari: giocare alla guerra” di Patrizia Zangla
L’antefatto
Giocare alla guerra nel fine settimana, ecco un altro volto del neofascismo italiano.
Erano gli anni ’90, in Bosnia e in Kosovo avevano inizio una serie di guerre scaturite dalla dissoluzione della Jugoslavia.
La guerra in Bosnia-Erzegovina (1992-1995), un conflitto tra i principali gruppi etnici e quella del Kosovo (1998-1999) tra le truppe jugoslave e l’Uck (Esercito Liberazione Kosovo); nel 1999 su intervento della Nato cessano le “pulizie etniche”. Un dato al tempo noto è che, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina nel ‘91-’95, dalle colline della Sarajevo assediata, per quattro anni, i cecchini serbi sparavano soprattutto contro i civili.
Secondo le stime, durante l’assedio della città le vittime sono state oltre 11500, tra cui 1500 bambini. Un massacro perpetrato dal 1993 al 1995.
Il fatto
In quegli anni a Sarajevo approdavano i “cacciatori di esseri umani”: stranieri di nazionalità canadese e statunitense, russa e italiana, disposti a pagare per giocare alla guerra nel fine settimana.
Le località di riferimento per questi spostamenti erano Belgrado e Pale, a pochi chilometri da Sarajevo dove risiedevano gli ufficiali dell’esercito serbo. Molti di questi uomini arrivavano a Belgrado attraverso l’Italia.
Nel 2022 al Festival Ajb Doc viene presentato il docufilm “Sarajevo Safari” del regista sloveno Miran Zupanič ove si racconta uno strano fenomeno avvenuto in quegli anni di cui resta traccia anche nella denuncia della sindaca di Sarajevo Benjamina Karič, una denuncia contro ignoti per individuare gli organizzatori e gli autori di allucinanti Safari.
Zupanič ha cercato di fare luce su un’attività senza scrupoli avvenuta durante l’assedio, quando molti stranieri, animati da ideologie neofasciste, alla ricerca di esperienze forti, avrebbero pagato per unirsi all’esercito serbo e poter sparare ai cittadini di Sarajevo.
La storia dei ‘safari’ comincia a trapelare con le testimonianze dei civili di Sarajevo che erano stati colpiti o che avevano perso dei familiari. Anche con le testimonianze dei giornalisti –in Italia con Luca Leone che ne scrive nel suo romanzo “I bastardi di Sarajevo” del 2014- che lavoravano nella città assediata, dove il fenomeno era noto, ma c’era paura a parlarne.
Oggi
La denuncia della sindaca di Sarajevo in cui si parla di “ricchi stranieri amanti di imprese disumane” è inclusa nel fascicolo aperto dalla Procura di Milano -a cura del Pm Alessandro Gobbis– al momento a carico di ignoti con l’accusa di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà, dopo un esposto presentato dal giornalista-scrittore Ezio Gavazzeni e dall’ex giudice Guido Salvini.
“I turisti della guerra”- come sono stati definiti- lasciavano l’Italia alla volta di Sarajevo per sparare come cecchini ai civili.
Lo scrittore Gavazzeni ne ha rintracciato alcuni e delineato il profilo: si tratta di uomini provenienti prevalentemente dalle regioni del Nord Italia, che si sono uniti all’esercito serbo per sparare dai grattacieli del quartiere di Grbavica in questo safari umano.
Gavazzeni ha anche spiegato che la sua fonte faceva parte dell’Intelligence bosniaca, nell’atto della Procura c’è il nome e il cognome di questa persona che al tempo ha condiviso quelle informazioni con gli ufficiali del Sismi a Sarajevo. Secondo i maggiori quotidiani italiani che ne hanno dato notizia, la Procura milanese starebbe indagando su cittadini italiani che avrebbero pagato ingenti somme di denaro per appostarsi sui palazzi più alti su cui si installavano con le armi.
Altro dato oggi rilevato è che il luogo italiano di raccolta era Magenta, città dell’Ovest Milanese. Dunque dal 1992 al 1994 si percorreva in pullman il viaggio da Magenta a Sarajevo, con tappa intermedia a Trieste dove vi era un altro raduno sempre di partecipanti di ideologia neofascista.
“Cecchini del weekend”, tutti danarosi, simpatizzanti di estrema destra, con la passione delle armi, pronti a pagare lautamente le milizie serbo-bosniache di Radován Karadizic, politico e criminale poi condannato per genocidio e per crimini contro l’umanità. I Servizi segreti bosniaci ritengono che dietro vi fosse il servizio di sicurezza statale serbo.
Certamente se si andasse a scandagliare negli archivi dei Servizi segreti italiani si potrebbe trovare traccia di questi “cecchini volontari” ed è forse questo quello che emergerà.
Le tre città italiane interessate sarebbero Torino, Trieste e Milano, città di cui al momento si conosce la provenienza dei cecchini: la persona indicata di Milano risulta sia oggi “proprietaria di una clinica privata specializzata in interventi di tipo estetico”.
Giovani ricchi partiti alla volta di Sarajevo, chi per ideologia, chi per noia, chi per divertimento, chi per vivere una sfida adrenalinica.
Sembra ci fosse un tariffario, una sorta di tariffa per le uccisioni: al vertice i bambini che costavano di più, poi gli uomini -di più se in divisa e armati- quindi le donne, infine i vecchi che si potevano persino uccidere gratis.
(La foto è del fotogiornalista Mario Boccia, scattata durante il lungo assedio di Sarajevo: Esposta alla Mostra fotografica del Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto).
