Quei ragazzi del ‘68, Judith Davis: generazione sfortunata
| ANALIZZIAMOCI SORRIDENDO Cosa resta della rivoluzione»: «Quei ragazzi del ‘68 un mito da sfatare» La regista Judith Davis: commedia su una «generazione sfortunata». «La rabbia contro i settantenni che ci hanno divorati e si rifiutano di mollare le loro poltrone, è anche la mia» di Giuseppina Manin, Corriere della Sera Papà maoista, mamma femminista. Educazione permissiva, severità ideologica. No hamburger capitalisti, sì pane e marmellata. Sesso, bandiere rosse e rock’n roll. Angèle è cresciuta così. Ha 8 anni quando a Berlino Est si apre il primo McDonald. Goodbye Lenin. A 13 decide di diventare urbanista per migliorare l’ambiente, milita nel sindacato studentesco, si iscrive al partito, lo lascia quando Jospin avvia le privatizzazioni selvagge. Se anche i compagni ti tagliano l’erba sotto i piedi resta poco per cui battersi. Lo sfruttamento dei lavoratori non c’è più perché non c’è più il lavoro, lo sperimenta di persona quando il suo capo «di sinistra» la licenzia perché ora «bisogna lavorare non per lo stipendio ma per se stessi». «Cosa resta della rivoluzione» è senza punto di domanda. Judith Davis l’ha scritto, diretto e interpretato e non pone interrogativi ma stila, un po’ per ridere un po’ sul serio, il manifesto della «generazione sfortunata», i nati troppo tardi: hanno perso tutti i treni e mai saranno all’altezza dei «fortunatissimi» sessantottini. «Angèle non sono io ma di certo mi somiglia molto» confessa Judith, al primo film in regia dopo molte esperienze come attrice di teatro e al cinema con registi come Arnaud Desplechin e Roberto Andò. «La sua rabbia contro i settantenni ingombranti, che ci hanno divorati, si rifiutano d’invecchiare e mollare le loro poltrone, è anche la mia. Angèle le dà sfogo disegnando diti medi alzati sulle vetrine delle banche». Ribellione un po’ patetica. Eppure lei, come tanti trenta-quarantenni, la voglia di cambiare il mondo ce l’avrebbe, eccome. «Ma prima ancora delle risposte bisogna trovare le domande giuste. Cosa conta davvero per te? Quali i valori per cui vale la pena di battersi? Si accusa questa generazione di essere troppo individualista e poco attenta al sociale, ma è la realtà a essere ben più intricata di un tempo». Nel gruppetto di simpatici scombinati con cui si ritrova per quello che una volta si sarebbe detto collettivo di autocoscienza, c’è pure Said, tenerissimo precario. «I due si piacciono: lui però vuole fare sul serio e lei scappa a gambe levate. L’impegno tanto cercato nel politico le fa paura nel privato. Tutto quello che ha a che fare con l’intimità e l’amore, per lei è “di destra”». Dilaniata tra Rosa Luxemburg e Bridget Jones, Angèle dovrà trovare la sua terza via. Per Judith, la sua ricerca su quel che resta dell’utopia era cominciata a teatro. «Dieci anni fa scrivemmo uno spettacolo sugli stessi temi, fare i conti con il Maggio ’68 diventato totem e tabù. Il viaggio però non era finito, dovevo continuarlo in modo più personale. Così è nato il film». Ma alla fine, per citare un film di qualche anno fa, avere dei genitori comunisti è o no una fortuna? «L’eredità è complessa. La struttura di fondo è giusta, i valori anche. Meno una certa rigidità legata all’ideologia. Molto è da salvare, ma serve leggerezza, saper scherzare sulla follia del mondo. O almeno provarci». – tratto da Corriere della Sera |
