Qualche domanda sui fatti di Brasilia di Federico Nastasi

Qualche domanda sui fatti di Brasilia di Federico Nastasi


A ventiquattro ore dall’assalto bolsonarista ai palazzi istituzionali, sembra essere tornata la quiete a Brasilia. Nella sede del governo, a Planalto, ai piedi della grande rampa di marmo bianco, un’addetta alle pulizie raccoglie i cocci dei vetri rotti durante l’attacco dei manifestanti, mentre uomini in divisa vigilano l’edificio. Proprio su quella rampa, appena otto giorni prima, Luiz Inácio Lula da Silva aveva ricevuto la fascia come 39° presidente del Brasile, da parte di una variegata delegazione che rappresentava le diversità «dei Brasile», secondo la definizione del sociologo Darcy Ribeiro. La mezza giornata di domenica scorsa ha avuto la forza di oscurare le immagini della cerimonia di insediamento di Lula e dare un cambio di 180 gradi dell’agenda politica. Dopo poco più di ventiquattro ore dall’assalto terroristico, è azzardato fare un bilancio preciso dei danni, e delle sue ragioni e cause. Ma vale la pena porsi qualche domanda per capire meglio la portata dei fatti di Brasilia. La qualità delle risposte dipende dalla qualità delle domande. Pertanto, ci concentreremo più sulle seconde che sulle prime. Anche perché, molte delle risposte verranno fuori con la Commissione d’inchiesta parlamentare che si insedierà nelle prossime settimane.

Si poteva prevedere quanto accaduto?

Non si poteva prevedere. Era già stato previsto. Giornalisti, ricercatori, molte Cassandre, avevano annunciato quanto avvenuto. Mancava solo la data. Dal 30 ottobre, dopo la vittoria di misura di Lula, in tutto il Paese, accampamenti di sostenitori radicalizzati dell’ex presidente Bolsonaro si sono installati di fronte alle sedi dell’Esercito in molte città. Il presidente Lula ha puntato il dito contro finanziatori nazionali ed internazionali che hanno supportato i due mesi di proteste degli accampati. «Accampamenti come incubatori di terroristi» li ha definiti il ministro della Giustizia, Flávio Dino, quando, la notte di Natale è stato sventato un attentato con un camion bomba in prossimità dell’aeroporto di Brasilia. «Forme di dissenso democratico» per il ministro della Difesa di Lula, José Múcio, vicino alle posizioni dell’ex presidente Bolsonaro. Dopo i fatti di domenica, è facile capire chi avesse ragione tra i due colleghi ministri. Múcio ha dovuto fare marcia indietro, ormai troppo tardi, e Dino ha difeso la buona fede del collega. Ma la divergenza tra i due mostra la varietà di posizioni dentro il governo Lula e il tentativo di dialogo da parte di un pezzo del nuovo governo con i settori più radicalizzati dell’Esercito.

Com’è potuto accadere?

Com’è possibile che, nella sola giornata di sabato 7 gennaio, ventiquattro ore prima dell’assalto, siano entrati a Brasilia un’ottantina di bus con manifestanti bolsonaristi? Com’è possibile che decine di migliaia di persone abbiano avanzato quasi indisturbate sino alla piazza dei Tre poteri per devastare i palazzi delle istituzioni? Da quel che emerge, l’accordo fra il governo del distretto federale di Brasilia, vicino alle posizioni di Bolsonaro, il ministro della Giustizia Dino e i militari era di sbarrare il passo ai manifestanti. Ma, all’ultimo momento, il governatore di Brasilia, responsabile dell’ordine pubblico nella capitale, ha ritenuto che la «situazione fosse sotto controllo» e ha aperto il cammino al corteo, fino in prossimità della sede del Congresso. Nel frattempo, aumentano le evidenze che mostrano la complicità di una parte delle forze dell’ordine che non hanno ostacolato il passo ai manifestanti nemmeno davanti al Congresso e al Planalto. «Le polizie militari sono il gran calderone elettorale di Bolsonaro da tempo. In Brasile convivono un’infinità di forze di sicurezza statali e federali. Circa il 9% della popolazione, tra portatori di uniforme e familiari, è legata alle forze armate» ha scritto la giornalista Naiara Galarraga. Una delle sfide del futuro, sarà riportare le forze armate nell’alveo delle istituzioni dello Stato, annullando il loro carattere di attore politico attivo, interpretato durante gli ultimi quattro anni.

Qual era l’obiettivo degli assalitori?

Non si trattava di una manifestazione di protesta, bensì di un tentativo finalizzato a generare il caos e destabilizzare un governo considerato illegittimo. E poi, nella migliore delle ipotesi bolsonariste, costringere le forze armate a prendere il controllo del Paese, come recitava un grande striscione srotolato sul tetto del Congresso. Un golpe per fermare il caos che lo stesso assalto stava generando. Un’ipotesi intermedia era «costringere il governo a un’azione repressiva per poter poi denunciare Lula di abusi contro la democrazia, di voler trasformare il Brasile nel Venezuela», hanno scritto sui canali Telegram i bolsonaristi.

Che reazioni si sono registrate dopo l’assalto?

La prima reazione è arrivata domenica pomeriggio: la firma da parte del presidente Lula di un decreto di intervento federale a Brasilia ha permesso di riportare l’ordine nel giro di circa un’ora. A dimostrazione che la situazione si poteva gestire con polso fermo e in modo efficace fin dall’inizio. Proprio ieri, Lula e i governatori dei 27 Stati federali, governati a maggioranza da partiti filo-bolsonaristi, si sono recati alla sede del Tribunale federale per vedere lo stato dell’edificio dopo l’assalto. Il messaggio che stanno provando a trasmettere i tre poteri è quello di uno Stato coeso a tutti i livelli che, indipendentemente dalle posizioni politiche, scaccia la minaccia alla democrazia. Su questa consegna, ieri si sono svolte a San Paolo, a Rio de Janeiro e in altri centri del Paese, manifestazioni popolari a difesa della democrazia. E unanime è stata la condanna internazionale all’assalto bolsonarista. Tra le molte telefonate di solidarietà ricevute da Lula, la più attesa è quella con il presidente statunitense, che ha riaffermato il sostegno alla democrazia brasiliana. Biden intanto sta ricevendo sempre più richieste per revocare il visto concesso all’ex presidente Bolsonaro, autoesiliato in Florida per evitare guai giudiziari nel suo Paese.

Il Brasile sta già provando a rimettersi in piedi dopo i fatti di Brasilia. Risposte più ponderate, supportate da maggiori evidenze, verranno a galla nei prossimi giorni. L’ultima domanda – senza risposta – riguarda la qualità della democrazia: il Brasile, le democrazie tutte, devono abituarsi a fake news, minacce eversive, all’ingegneria del caos? È la nuova normalità con la quale convivere?

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