Poltronissime di Cosimo Recupero

A ridosso della pausa estiva, le giornate della politica italiana sono sembrate particolarmente convulse. Oltre alla drammatica vicenda del vicebrigadiere Cerciello Rega, molti sono stati i temi più strettamente politici che hanno agitato la scena. Fra questi la vicenda russa, le continue insistenze di Salvini su flat tax e autonomia differenziata e, ultima ma non ultima, la questione del treno ad alta velocità che vedrà, sul voto in aula, una maggioranza diversa da quella di governo, con PD, Forza Italia e Fratelli d’Italia che voteranno insieme alla Lega per il completamento dell’opera.

Ed è proprio su questo tema che si è sfiorato il ridicolo, con un ministro, quel tal Danilo Toninelli, che si rifiuta di firmare la lettera che annuncia alla Francia la volontà del governo italiano di voler continuare l’opera, ma che, nonostante l’ammissione implicita di non contare nulla né nel governo né nel suo stesso dicastero, si guarda bene dal dimettersi.

Ma si sa: questo è il governo del cambiamento, come lo hanno battezzato con patetica enfasi i suoi stessi protagonisti. Ed un cambiamento c’è stato sicuramente, rispetto agli usi ed ai costumi della Prima Repubblica. Sì, perché quando nell’agosto del 1990 (sarà l’estate che fa questi brutti scherzi) il governo Andreotti, no, dico… Andreotti, pose la fiducia per l’approvazione della legge Mammì, quella che cristallizzò il monopolio di Berlusconi nella TV commerciale italiana, la contrarietà di alcuni membri del governo a questo provvedimento ne provocò le immediate dimissioni. E non si trattava di un manipolo di miracolati dalla lotteria dei click, ma di persone del calibro di Calogero Mannino (ministro dell’agricoltura), Carlo Fracanzani (partecipazioni statali), Mino Martinazzoli (difesa), Riccardo Misasi (mezzogiorno) e del ministro della pubblica istruzione del tempo, un tal Sergio Mattarella.

Oggi invece assistiamo a scene patetiche, di guitti della politica che, sapendo che lo spettacolo sta per finire e il sipario sta per calare definitivamente su questa loro grottesca esperienza di governo, fanno di tutto per prolungarla il più possibile. E non è solo Toninelli uno di questi che recitano a soggetto una parte che, fino ad un paio di anni fa, nemmeno immaginavano. E preferiamo non infierire su di lui perché sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Il riferimento è al cosiddetto “capo politico” che, forse, sarebbe più corretto chiamare “capocomico”; quel tal Luigi Di Maio, l’ex venditore di bibite assurto al vertice dello Stato per una strana congiunzione astrale che, con incredibile leggiadria è passato, nel giro di un anno, dal non voler avere niente a che fare con quelli di prima, a volerci stare insieme per poterne arginare le malefatte. Una sorta di amministratore di sostegno di uno che, comunque, è senza dubbio più scaltro di lui. E l’impressione è che, consapevole della fine imminente della sua esperienza, abbia anche declinato maldestramente la proposta di Franceschini di fare un governo col PD perché sa benissimo che, in quel governo, comunque lui non ci sarebbe. In pratica, dalla difesa dei cittadini i grillini, e Di Maio più degli altri, stanno solo difendendo le loro poltronissime.

lwzws