Pnrr, Draghi: ritornare al Sud! di Maurizio Ballistreri

Pnrr, Draghi: ritornare al Sud! di Maurizio Ballistreri

Pnrr, Draghi: ritornare al Sud! di Maurizio Ballistreri

Il premier Mario Draghi ha aperto il convegno organizzato da The European House-Ambrosetti con il ministero per il Sud e la Coesione territoriale, annunciando un impegno solenne del governo: “La giornata di oggi è un segno della nostra volontà di immaginare e costruire un Sud diverso. Un Mezzogiorno protagonista delle grandi sfide dei nostri tempi, che torni ad avere la centralità che merita, in Italia e in Europa”.

Parafrasando il grande Petrolini, verrebbe da dire “Bene, bravo, bis” al suo Nerone, portato nei teatri dell’avanspettacolo in polemica con il fascismo, che diceva: “Faremo l’Italia più bella e più superba che pria…”.

Sembra un commento irriverente, ma, in verità, appare giustamente ironico e venato di scetticismo, considerato l’abbandono patito dal Mezzogiorno, soprattutto negli anni della cosiddetta “Seconda Repubblica”.

Infatti, gli ultimi trenta anni di vita pubblica nei due opposti schieramenti, centrodestra e centrosinistra, hanno visto prevalere politiche neoliberiste, sia pure declinate con strumenti diversi, all’insegna di privatizzazioni, flessibilità nei rapporti di lavoro, deregulation economica, con la cancellazione dell’obiettivo di perequazione tra Nord e Sud del Paese.

E così, le politiche per lo sviluppo del Meridione, inaugurate sin dall’inizio degli anni ’50 del secolo passato in Italia, con importanti istituti come la Cassa per il Mezzogiorno (sia pure con sprechi e casi di corruttela), avevano l’obiettivo strategico di redistribuire tra regioni (Nord e Sud e in generale zone depresse” e tra settori (industria e agricoltura) il capitale di nuova formazione, con l’auspicio della diffusione di robuste autonomie locali, per abbattere i divari interni e affrontare in modo ottimale la sfida competitiva dell’Italia in un contesto in cui, con la nascita al tempo della CEE, prendeva corpo la prospettiva europeista. 

Gli anni ’60 poi, furono segnati dalla programmazione economica, funzionale ad un adeguato sviluppo del reddito per le popolazioni meridionali, il superamento degli squilibri territoriali, settoriali e distributivi ancora esistenti, nonché la eliminazione delle maggiori deficienze nel campo delle dotazioni infrastrutturali nel Mezzogiorno.

E’ di tutta evidenza l’importanza, politica e culturale, della visione dello sviluppo del Sud di quegli anni – anche se venata da assistenzialismo, che il meridionalista e fondatore della rivista “Nord e Sud”, Francesco Compagna, commentava così: “E siccome nel Sud è rimasta la disoccupazione, è rimasto pure il clientelismo, che, anzi, si è manifestato in forme più aggressive di quanto non lo fossero quelle che turbavano i sonni di Salvemini”.

Una visione perseguita anche nei decenni successivi sino al crollo del Muro di Berlino, sotto le cui macerie sono rimaste intrappolate tutte le forze politiche del tempo, tranne i comunisti e i neofascisti, velocemente trasformatisi in partiti dagli incerti connotati ideologici.

E con la Seconda Repubblica sono venute meno le politiche di sviluppo territoriale in Italia, con tagli alla spesa corrente in modo lineare – come del resto quella in conto capitale – nel Mezzogiorno con indicatori derivati dalla legislazione sul federalismo fiscale o su quelli di “merito” estremamente discutibili, si pensi alla decurtazione delle risorse al sistema universitario del Sud, all’istruzione in genere e alla sanità, lo spostamento della pressione fiscale in sede regionale e locale con il suo aumento e la contestuale riduzione della progressività dell’imposizione. Il risultato è stato che le politiche economiche dell’austerity dopo il 2010, hanno colpito in modo particolare il Mezzogiorno.

Un quadro desolante quindi, aggravato dall’assenza di un disegno strategico di politica industriale, in grado, tra l’altro, di rilanciare l’accumulazione anche nel Sud, poiché per un’area così grande è impossibile immaginare un futuro prospero senza la presenza di un rilevante apparato industriale.

Ecco perché è lecito lo scetticismo nei confronti delle parole di Draghi e del suo governo, che potrà essere dissolto solo se effettivamente almeno il 40% delle risorse del PNRR verrà destinato al Sud, smentendo così, l’amaro aforisma di Giuseppe Prezzolini “L’Italia si divide in due parti: una europea che arriva all’incirca a Roma, e una africana o balcanica, che va da Roma in giù. L’Italia africana o balcanica è la colonia dell’Italia Europea.”

lwzws