Per amore del mio popolo di Cosimo Recupero

Lo spettacolo immondo di Salvini degli ultimi giorni è il punto più basso che la politica (chiamiamola così per comodità espositiva) abbia mai toccato fino ad adesso. Ma sono troppi i segnali che indicano che potremo scendere ancora più in basso.

E’ intollerabile che chi si definisce l’estremo difensore dei valori della Patria, si lasci poi andare a vomitevoli manifestazioni carnascialesche al ritmo dell’inno di Mameli che dice “siam pronti alla morte”. Cosa più stridente non poteva farsi per chi, invece, non è nemmeno pronto a rispondere delle proprie scelte, fuggendo dal processo sul caso Diciotti e scappando dal parlamento sulla questione delle presunte tangenti russe alla Lega.

Come uscirne? Spiace dirlo, ma è così: solo Di Maio può porre fine a tutto questo, staccando la spina al governo.

Il Movimento 5 Stelle è responsabile della vertiginosa ascesa della Lega ma, paradossalmente, ha ancora la possibilità di premere un bottone ed invertire questo trend.

Per quanto da queste colonne abbiamo sempre detto peste e corna contro il movimento fondato dal comico genovese, non ci manca di certo quella buona dose di realismo politico per riconoscere ciò che in politica, alla fine, è imprescindibile: i numeri. E siccome il M5S resta il primo partito in parlamento, ha tutto il diritto, come la DC nella prima repubblica, di dare le carte in questa perenne partita della politica.

Di Maio ha una sola cosa da fare: chiudere l’esperienza di governo subito, senza tentennamenti, dopo aver concordato con il PD un governo di programma, con un nuovo contratto, magari guidato da Conte, coinvolgendo Di Battista e Fico. Un governo che oscuri definitivamente Salvini, sottraendolo a quella sovraesposizione mediatica di cui gode per la sua attuale posizione e costringendolo alla difensiva sulle questioni della Russia, di Arata, di Siri eccetera.

Di Maio deve capire che, se non lo fa, condannerà il M5S alla irrilevanza politica già da questa legislatura, ed alla sparizione nella prossima.

Non c’è tempo da perdere. I grillini spesso si sono paragonati, forse in maniera un po’ azzardata, ai francescani. Ebbene, Di Maio, che è campano, conosce senz’altro un martire della fede, quel Don Peppe Diana, vittima di camorra, che sacrificò la sua vita per quello che era il suo motto: “per amore del mio popolo non tacerò”.

A Di Maio non chiediamo il sacrificio della vita, per carità. Abbia però almeno il coraggio di mettere in gioco il suo ruolo di ministro. Lo faccia, se è un vero politico, per amore del suo popolo.

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