Pensione integrativa: leva utile di Giovanni La Rosa

Pensione integrativa: leva utile di Giovanni La Rosa

Pensione integrativa: leva utile per far crescere le future pensioni di Giovanni La Rosa

Con le riforme sul sistema pensionistico che non fanno altro che peggiorare le aspettative dei contribuenti italiani, soprattutto dei più giovani, prende sempre più piede l’idea di crearsi una previdenza complementare, con l’obiettivo di ottenere una rendita mensile più alta quando finalmente si sarà smesso di lavorare e sarà giunto il momento tanto atteso di godersi la propria pensione.

Ma cos’è la pensione integrativa? Come agisce? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di aderire ad un progetto di pensione integrativa? E cosa ci ha portato fino a questo punto?

Prima di parlare di pensione integrativa è forse il caso di capire cosa ci ha portato a considerare questa possibilità e perché, soprattutto adesso, risulta una delle scelte migliori per garantirsi una rendita mensile che ci permetta di vivere dignitosamente.

Un po’ di storia. Fino a dicembre del 1992 il lavoratore iscritto all’INPS riceveva una pensione il cui importo era collegato alla retribuzione percepita negli ultimi anni di lavoro. Con una rivalutazione media del 2% per ogni anno di contribuzione, per 40 anni di versamenti, veniva erogata una pensione che corrispondeva circa all’80% della retribuzione percepita nell’ultimo periodo di attività lavorativa.

Con la riforma Amato del 1992 (decreto legislativo n. 503/1992), lo scenario cambia: si innalza l’età per la pensione di vecchiaia e si estende gradualmente, fino all’intera vita lavorativa, il periodo di contribuzione valido per il calcolo della pensione. Le retribuzioni prese a riferimento per determinare l’importo della pensione vengono rivalutate all’1%, una percentuale decisamente inferiore rispetto a quella applicata prima della predetta riforma.

Con la riforma Dini del 1995 (legge 335/1995) la riforma delle pensioni cambia radicalmente. Si passa da un sistema retributivo ad un sistema contributivo.

  • Nel sistema retributivo la pensione corrisponde ad una percentuale dello stipendio dello stesso lavoratore, prendendo come elementi di calcolo l’anzianità contributiva e le retribuzioni, in particolare quelle percepite nell’ultimo periodo della vita lavorativa, tendenzialmente più favorevoli;
  • Nel sistema contributivo, invece, l’importo della pensione dipende dall’ammontare dei contributi versati dal lavoratore nell’arco della vita lavorativa.

Si sono così create tre diverse situazioni:

  1. i lavoratori con almeno 18 anni di anzianità contributiva a fine 1995 hanno mantenuto il sistema retributivo;
  2. ai lavoratori con un’anzianità contributiva inferiore ai 18 anni, alla stessa data, è stato attribuito il sistema misto, cioè retributivo fino al 1995 e contributivo per gli anni successivi;
  3. ai neoassunti dopo il 1995 viene applicato il sistema di calcolo contributivo (metodo contributivo pro rata). Quest’ultimo criterio di calcolo comporta una consistente diminuzione del rapporto tra la prima rata di pensione e l’ultimo stipendio percepito (cosiddetto tasso di sostituzione): per i lavoratori dipendenti con 35 anni di contributi, la pensione corrisponde a circa il 50-60% dell’ultimo stipendio (per gli autonomi si ha un valore assai inferiore) e si rivaluta unicamente in base al tasso d’ inflazione.

Fino ad oggi tante sono state le riforme sulla pensione attuate dai vari governi che si sono succeduti, fino ad arrivare all’attuale situazione pensionistica.

Con la manovra “Salva Italia” (legge n. 214/2011), varata dal governo Monti, il quadro previdenziale si rinnova ulteriormente. A partire dal 2012, anno in cui la riforma entra in vigore, cambiano:

  • Il sistema di calcolo delle pensioni: il metodo contributivo “pro-rata” si estende a tutti i lavoratori, anche a quelli che avevano maturato a dicembre ’95 almeno 18 anni di contributi e che fino a quel momento potevano usufruire del più vantaggioso sistema retributivo;
  • I requisiti anagrafici per la pensione di vecchiaia, fermo restando l’anzianità contributiva minima di 20 anni:
    • Per le lavoratrici dipendenti del settore privato, l’età sale a 62 anni (a 66 anni a partire dal 2018;
    • Per le lavoratrici autonome (commercianti, artigiani, …) l’aumento dell’età è di tre anni e 6 mesi passando quindi da 60 a 63 anni e mezzo (sale fino a 66 anni a partire da gennaio 2018);
    • I lavoratori del settore privato devono aver compiuto 66 anni di età.
  • I requisiti contributivi per la pensione anticipata (ex pensione di anzianità):
    • Le donne del settore privato vanno in pensione, indipendentemente dall’età, con 41 anni ed un mese di contributi, gli uomini con 42 anni ed un mese. Dal 2013, l’anzianità contributiva minima passa a 42 anni e 5 mesi per gli uomini e 41 anni e 5 mesi per le donne. Se si va in pensione con un’età inferiore ai 62 anni, l’importo della prestazione viene ridotto del 2% per ogni anno di anticipo rispetto a tale limite anagrafico.

Oggi? La quota 100. La quota 100 è l’ultima delle riforme che si sono susseguite in questi anni riguardanti il calcolo della pensione e la possibilità per il lavoratore di usufruire della pensione anticipata. Ma vediamo di capire come funziona.

La quota è il risultato della somma dell’età pensionabile dell’interessato e degli anni di contributi posseduti. Quando l’età o le annualità di contribuzione non corrispondono ad una cifra esatta, per calcolare la quota i mesi devono essere trasformati in decimi (es. 63 anni e 6 mesi, ai fini del calcolo della quota occorrerà indicare 63.5; es. 38 anni e 6 mesi di contributi occorrerà indicare 38.5).

La pensione anticipata può essere ottenuta con un età minima di 62 anni ed una contribuzione minima di 38 anni. Entrando più nel dettaglio della riforma e sul requisito dei 38 anni di contributi:

  • Il requisito contributivo non subisce gli adeguamenti alla speranza di vita;
  • Deve comprendere almeno 35 anni di contributi utili per il diritto alla pensione di anzianità;
  • Può essere raggiunto anche attraverso il cumulo gratuito dei versamenti accreditati presso le gestioni amministrative dell’INPS.

La pensione con quota 100 inizierà ad essere corrisposta da aprile 2019, ma saranno introdotte delle finestre finalizzate ad evitare l’esodo di massa dei lavoratori. Quindi, chi decide di aderire alla quota 100 non potrà ricevere immediatamente il trattamento, ma dovrebbe attendere un arco di tempo tra la maturazione dei requisiti e la liquidazione della pensione. In particolare:

  • I lavoratori del settore privato che maturano i requisiti entro il 31 dicembre 2018, conseguono il diritto alla decorrenza della pensione il 1° aprile 2019;
  • I lavoratori del settore privato che maturano i requisiti dal 1* gennaio 2019, conseguono il diritto alla decorrenza della pensione trascorsi tre mesi dalla data di maturazione dei requisiti stessi;
  • I dipendenti pubblici che maturano i requisiti entro l’entrata in vigore del decreto pensioni, conseguono il diritto alla decorrenza della pensione il 1° agosto 2019;
  • I dipendenti pubblici che maturano i requisiti dal giorno successivo alla data di entrata in vigore del decreto, conseguono il diritto alla decorrenza del trattamento pensionistico trascorsi sei mesi dalla data di maturazione dei requisiti stessi;
  • Per i dipendenti del comparto scuola si applica la finestra unica di uscita.

Ma quanto si perde con la quota 100? Il presidente dell’INPS, Tito Boeri, per scoraggiare un’uscita di massa con la quota 100, ha preparato una campagna informativa con le proiezioni di quanto si andrebbe a perdere anticipando la pensione. Queste ultime non sono uguali per tutte, ma dipendono da diversi fattori:

  • Dal numero di anni di anticipo del pensionamento. Il presidente Boeri confronta il pensionamento a 62 anni col pensionamento a 67 anni, quindi con ben 5 anni di differenza; ciononostante c’è chi potrebbe comunque pensionarsi prima dei 67 anni usufruendo direttamente delle legge Monti/Fornero;
  • Dall’ammontare delle ultime retribuzioni o redditi.

Per quanto riguarda la quota di pensione da calcolare col sistema retributivo, una penalizzazione sussiste sempre. Chi prima esce dal lavoro ovviamente versa meno contributi e di conseguenza ottiene minori rivalutazioni ed un coefficiente di trasformazione (la cifra che trasforma la somma dei contributi in assegno di pensione, che cresce con l’aumentare dell’età) più basso; tutto questo si traduce in un assegno minore. La penalizzazione dipende comunque dal sistema di calcolo utilizzato, è può essere minima se la maggior parte delle annualità sono calcolate con il sistema retributivo.

Le stime ufficiali proposte sulle eventuali perdite con quota 100 stabiliscono che scegliere di aderire alla riforma può costare, in termini di minor pensione, dal 5,6% nel caso di uscita da lavoro anticipato di un anno, fino al 34,7% in caso di uscita 6 anni prima.

Bisogna, però, considerare che con quota 100 la pensione viene intascata per qualche anno in più rispetto a chi resta a lavoro per più tempo, sino all’età per la pensione di vecchiaia.

La pensione integrativa. Concluso l’excursus sulle riforme pensionistiche che si sono susseguite negli anni a venire, è giunto il momento di parlare di un argomento sempre più attuale. Vediamo innanzitutto di capire cos’è la pensione integrativa, come funziona e che forme di integrazione sono attualmente disponibili.

Come dice il nome stesso, la pensione integrativa è qualcosa che consente di integrare quella che sarà la normale pensione di anzianità che il lavoratore riceverà al termine della sua vita lavorativa, ormai sempre più bassa; quindi è una forma di risparmio pensionistico che si aggiunge alla pensione di base del regime pubblico obbligatorio (primo pilastro) e costituisce il secondo pilastro del sistema pensionistico italiano.

Il suo scopo è quello di contribuire a mantenere un tenore di vita adeguato anche dopo il pensionamento, in un regime tutelato e fiscalmente vantaggioso. Inoltre, grazie alle ultime modifiche normative, consente di andare a riposo prima di aver raggiunto la normale età pensionabile prevista dalla legge.

A partire dagli anni ’70, il sistema pensionistico pubblico si è basato su un “patto intergenerazionale”: ovvero, le pensioni attuali vengono pagate con i contributi dei lavoratori attivi, le cui pensioni saranno a loro volta pagate con i contributi dei giovani che entreranno nel mondo del lavoro.

L’invecchiamento della popolazione ed il calo delle nascite hanno avuto l’effetto di diminuire il numero dei lavoratori attivi ed il numero di quelli che entrano nel mondo del lavoro, aumentando allo stesso tempo il numero dei pensionati, creando così un deficit notevole per le casse dello Stato che ha visto pian piano diminuire le entrate contributive.

Per far fronte a questa situazione e riequilibrare un sistema che altrimenti sarebbe stato destinato al fallimento, nel corso degli ultimi 20 anni sono state attuate una serie di riforme strutturali volte a controllare la spesa pubblica per le pensioni ed istituire un sistema di previdenza complementare che si affianchi a quello pubblico.

La previdenza complementare. Le riforme introdotte negli anni ’90 hanno avuto l’effetto di ridurre l’importo delle pensioni future. Al metodo retributivo come calcolo delle pensioni (la pensione è calcolata in misura percentuale in rapporto alla retribuzione media ricevuta negli ultimi anni di lavoro), è stato sostituito dal metodo contributivo (la pensione è calcolata esclusivamente in funzione dei contributi versati nell’arco della vita lavorativa).

Per compensare questa diminuzione della prestazione pensionistica pubblica, le istituzioni hanno disposto una serie di provvedimenti a sostegno di forme di pensione private. Alla previdenza obbligatoria è stato dunque affiancato un secondo livello di copertura pensionistica attuabile su base volontaria: la previdenza complementare che ha come finalità ultima quella di garantire risorse sufficienti per sostenere un tenore di vita adeguato una volta terminata l’attività lavorativa. Inoltre, tale strumento può aiutare ad affrontare emergenze durante la fase di contribuzione richiedendo anticipazioni e riscatti totali o parziali.

Aderire alla previdenza integrativa significa accantonare regolarmente in una forma pensionistica complementare una parte dei risparmi durante la vita per ottenere una pensione che si aggiunga a quella corrisposta dagli enti di previdenza obbligatoria (INPS, INPDAP, …)

Le forme di previdenza complementare (vantaggi & svantaggi). Prima di parlare dei vantaggi derivanti dall’adesione ad uno strumento di pensione integrativa, occorre innanzitutto fare una prima distinzione tra le varie forme messe a disposizione per il lavoratore. Occorre a questo punto distinguere tra fondi pensione (aperti o chiusi) e piani individuali di pensionistici (PIP).

  • Il fondo pensione, non è un prodotto assicurativo e può accettare quelle che vengono definite “adesioni collettive”, in cui a versare la pensione integrativa è sia il lavoratore che il datore di lavoro. Il fondo pensione può essere di due tipi, aperto o chiuso. Nel primo caso può avervi accesso chiunque abbia la volontà di costruirsi una pensione integrativa rispetto a quella di base e sono istituiti da banche, assicurazioni, società di gestione del risparmio (SGR) e società di gestione immobiliare (SIM); nel secondo caso l’adesione è riservata a specifiche categorie di lavoratori e sono istituiti sulla base di specifici accordi tra le organizzazioni sindacali ed imprenditoriali.
  • Il piano individuale pensionistico, o più semplicemente PIP, è un prodotto assicurativo rivolto a tutti coloro che, indipendentemente dalla propria situazione lavorativa, intendono costruirsi una rendita integrativa. L’importo che si andrà a versare periodicamente non è altro che il proprio TFR scegliendo di non lasciarlo in azienda.

La pensione integrativa è quindi uno strumento importante per dare maggiore stabilità e sicurezza alla propria pensione, ma rappresenta anche un opportunità di risparmio con caratteristiche uniche.

È possibile scegliere liberamente quanto versare nel fondo pensione e con quale frequenza, solitamente mensile o annuale. Una volta giunti all’età pensionabile si avrà la possibilità di ottenere una rendita mensile complementare che andrà ad aggiungersi a quella erogata dall’INPS.

Giunti all’età pensionabile è inoltre possibile richiedere immediatamente il 50% del capitale versato e ricevere il resto sotto forma di rendita vitalizia.

I versamenti effettuati su prodotti previdenziali sono deducibili dal reddito IRPEF fino ad un importo massimo di 5.164,57 euro all’anno. Sempre entro lo stesso limite è possibile portare in deduzione anche i versamenti effettuati a favore di familiari fiscalmente a carico.

I rendimenti della gestione finanziaria sono tassati, dal 2015, con un’aliquota del 20% anziché del 26% come accade alle forme di risparmio finanziario (PAC, fondi comuni, …). Inoltre, se si tiene aperto il piano fino a 15 anni, le tasse da pagare sulla liquidazione saranno pari al 15%. Oltre i 15 anni lo Stato Italiano ha stabilito un’ulteriore abbassamento dell’aliquota dello 0,3% all’anno fino al raggiungimento del 9%. La parte di rendita derivante invece da contributi non dedotti o dai rendimenti della gestione, è esente da imposte.

Altra caratteristica importante è data dalla grande flessibilità di tale strumento. È, infatti, sempre possibile modificare gli importi e la periodicità dei versamenti , sospenderli e riattivarli senza alcuna penalizzazione.

Esistono, inoltre, alcuni casi previsti dalla legge, nei quali è possibile in anticipo il denaro versato, purché siano decorsi 8 anni dalla stipula:

  • È possibile ottenere il 30% dell’importo versato per spese non gravi;
  • Si può ottenere fino al 75% per l’acquisto prima casa o ristrutturazione sia per sé che per i figli;
  • Fino al 75% per spese mediche documentate;
  • Riscatto totale con chiusura della posizione in caso di inoccupazione per un periodo superiore ai 48 mesi, sopravvenuta invalidità permanente che riduce la capacità lavorativa a meno di un terzo ed in caso di decesso dell’aderente (in quest’ultimo caso la prestazione spetta agli eredi od ai beneficiari designati).

Le risorse versate sono impignorabili ed insequestrabili e non possono essere toccate neanche in caso di fallimento del gestore. Durante la fase di accumulo (fase di contribuzione), sul patrimonio dei prodotti previdenziali non sono ammesse azioni esecutive da parte dei creditori (impignorabilità). Quindi il patrimonio accantonato può essere utilizzato solo per pagare le rendite degli aderenti.

Al raggiungimento dei requisiti per il pensionamento, è possibile scegliere tra diverse possibilità di rendita. Si può scegliere che una parte della posizione maturata venga liquidata sotto forma di capitale, nei limiti previsti dalla legge. Inoltre, si possono scegliere liberamente i beneficiari della pensione integrativa.

In materia la normativa è ispirata al criterio della valorizzazione della volontà dell’aderente e quindi della possibilità di scelta. In concreto la posizione viene attribuita agli eredi in assenza di una diversa volontà da parte dell’aderente; in questo caso la posizione viene riscattata dai soggetti designati.

La posizione maturata non entra a far parte del patrimonio ereditario: non è quindi assoggettata ad imposta di successione, ma la parte imponibile è sottoposta alla medesima tassazione prevista per le prestazioni pensionistiche (dal 15% al 9%).

Esistono anche una serie di svantaggi di aderire ad una forma di previdenza come quelle predette:

  • Sebbene esistano diverse possibilità per svincolarsi, il contratto produce i suoi effetti migliori nel lungo periodo;
  • A seconda del profilo di rischio scelto durante la fase di stipula, generalmente i rendimenti sono più alti per le linee di investimento più aggressive. Dunque, se si sceglie di investire in linee garantite, il rendimento non sarà molto alto;
  • Questi prodotti non vanno valutati sulla base del rendimento garantito (tasso tecnico o tasso obiettivo). Questa tipologia di prodotti presenta due voci di costo importanti:
    • Caricamenti: sono i costi applicati sui versamenti che, soprattutto durante i primi anni, possono essere elevati e servono per remunerare la rete commerciale (banca o assicurazione) che si occupa di promuovere il prodotto;
    • Costi della gestione separata: la gestione separata è il fondo in cui vengono versati i soldi ed in genere i costi sono fissi e decrescenti nel tempo, e possono essere previsti ulteriori prelievi sui rendimenti.

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