“Palestina, la parola non detta” di Patrizia Zangla

“Palestina, la parola non detta” di Patrizia Zangla

“Palestina, la parola non detta” di Patrizia Zangla

Chi quotidianamente per lavoro ha a che fare con le parole, sa bene che “parola” è “il complesso di fonemi mediante cui l’uomo esprime una nozione generica e/o un’idea significata” che assume valore pregnante in ogni discorso, come sa bene che, per le ragioni più svariate, talvolta si evita di pronunciare alcune parole, che alcune muoiono in gola prima di essere proferite. Eppure, ci sono parole che in alcuni contesti e in precisi momenti della Storia assumono valore fondamentale e, dunque, se non vengono pronunciate se ne sente nell’immediato la mancanza.  

Anche quest’anno l’anteprima alla XII edizione del “Festival della Parola” -rassegna che avrà luogo a Parma dal 28 maggio al 30 settembre- ha avuto il suo incipit al Liceo Romagnosi in occasione della “Notte Nazionale del Classico”. L’evento, aperto alla cittadinanza, organizzato in collaborazione col “Festival della Parola” e la Libreria Mondadori Ghiaia, ha avuto come ospite il giornalista Maurizio Molinari, già direttore di “Repubblica”.

Tenutosi all’Auditorium dell’Assistenza Pubblica di viale Gorizia, è stato un incontro blindato presidiato da Forze dell’ordine e da manifestanti, un gruppo di studenti del Romagnosi e di altri istituti con la bandiera della Palestina e uno striscione con la scritta “Fuori sionisti dalle scuole”.

E proprio al grido di “Fuori i sionisti dalle scuole” i manifestanti hanno atteso il giornalista, arrivato scortato con molto ritardo, costretto ad entrare in sala dal retro.

La contestazione ha accompagnato l’intero intervento dell’editorialista, un giovane con megafono ha letto un comunicato contestandogli il suo essere favorevole alla “politica imperialista che normalizza la violenza” e che la scuola non può “venire meno al suo essere spazio di verità e di Resistenza”.

E mentre fuori dall’Auditorium si scandiscono slogan a favore della Palestina libera e si grida

“Gaza libera”, pacato, con voce monocorde, Molinari approfondisce i pericoli della situazione attuale definendo “l’ultimo decennio che stiamo vivendo il più pericoloso e importante dalla fine della II Guerra Mondiale”.

 “La democrazia è in pericolo?” è questo l’interrogativo che ha dato il titolo all’evento che ha avuto il suo focus nella presentazione dell’ultimo libro di Molinari, edito da Rizzoli, “La nuova guerra contro le democrazie”, saggio di geopolitica.

Molinari ha presentato in forma monologica -traendo avvio dalle domande lette da alcune alunne della quarta liceale- l’attuale situazione politica internazionale con le nuove “autocrazie mondiali, cui si sono aggiunti gli Stati Uniti di Trump che vogliono cambiare l’ordine internazionale” e le nuove “guerre ibride”, non tradizionali, comportanti esiti drammaticamente nuovi. Come nuovo è l’attuale  destino dell’Europa: “dopo la decomposizione dell’ordine multilaterale, l’Europa rischia di essere liquidata” e “se in un anno l’Europa non riuscirà a darsi una difesa comune a trovare un’identità politica più coesa dell’attuale, non riuscirà più ad essere custode dell’ordine multilaterale”. 

Tra i mali della democrazia individua le “ingerenze maligne delle interferenze digitali” nate per diffondere informazioni false nella vita dei Paesi democratici in modo sempre più allarmante soprattutto ora che “con Trump è avvenuto il cambiamento radicale, perché fino a Biden le democrazie giocavano insieme per difendere l’ordine internazionale e arginare le autocrazie, adesso anche gli Usa vogliono stravolgere l’ordine internazionale” perché  “Trump parla lo stesso linguaggio delle autocrazie”.

Tema centrale dell’analisi è l’accelerazione in atto della Storia contro cui è consigliabile “volare bassissimo” dato il mancato accordo Putin- Trump, il ruolo emergente della Cina, cosicché l’Europa non può che rispondere essendo più coesa per contenere i triplici interessi di Putin, Trump e Cina.

Gli spunti interessanti sono venuti dalla platea, tra questi quello di un giovane operaio che ricapitola tutti i passaggi chiave della presentazione chiedendo della rappresentanza, della libertà di voto e, in riferimento ad Israele, usa l’espressione “Stato sionista di Israele” al contrario del giornalista che usa l’espressione “democrazia in guerra”. L’intervento non è accolto bene dalla platea che rumoreggia infastidita, una signora lo applaude e ironicamente gli grida “bravo”. Considerando che il tema dell’incontro è la democrazia sembra un paradosso. Molinari risponde garbatamente spostando l’accento sull’astensionismo al voto ritenuto una ferita profonda della debolezza della democrazia. Una signora gli chiede quanto sia urgente il pericolo della democrazia che diviene “dittatura della maggioranza”. Tema spinoso che avrebbe richiesto tanto approfondimento.

Il giornalista ha richiamato l’Iran e accennato ad Israele in riferimento alla situazione del Medio Oriente, ma sembra abbia voluto evitare di porre attenzione sulla Striscia di Gaza se non quando, a fine incontro, un liceale seduto in platea gli chiede cosa pensa della situazione attuale. Molinari non si sottrae, ma si mantiene cautamente distante. Richiamando gli “Accordi di Oslo”, rammenta di aver intervistato con un giornalista israeliano, a pochi mesi da quello storico incontro norvegese, i protagonisti Arafat e Perez. Quando Arafat -che “nel ‘93 voleva la distruzione di Israele”- compresa la necessità di firmare quell’accordo, gli disse: “Noi dobbiamo convivere col nemico”. Oggi che, dice Molinari, “Hamas inizia la guerra il 7 ottobre, via d’uscita è espellere Hamas e riconsegnare Gaza all’Autorità nazionale palestinese”.

L’espressione “Hamas inizia la guerra” meriterebbe, per varie ragioni, disamina articolata, in atto la situazione è molto più complessa. Andiamo per ordine, nell’incontro di Oslo, per prima volta Israele e Palestina si riconoscono come legittimi interlocutori. Il 13 settembre 1993 Rabin e Arafat -rispettivamente Rabin, primo ministro israeliano laburista e Arafat, leader dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) fondata all’interno della Lega Araba con obiettivo l’emancipazione del popolo palestinese- vengono fotografati mentre si stringono la mano davanti alla Casa Bianca con un compiaciuto e sorridente presidente Clinton. Quella foto, riconosciuta tra le più iconiche del Novecento, ci ricorda quel tentativo politico naufragato.

Riguardo l’Anp, Autorità nazionale palestinese, nasce formalmente nel 1994 dagli Accordi di Oslo in accordo con Israele per governare transitoriamente parte dei territori palestinesi in attesa di accordi di pace definitivi, ma di fatto lo Stato di Palestina e Anp continuano a essere due organismi distinti. E tuttora Israele non riconosce all’Anp lo stesso rango del governo di uno Stato vero e proprio.

Oggi poi la situazione non è solo complessa, è disperata. Noi sappiamo che il piano “Carri di Gedeone” sta per entrare nel vivo con un attacco massiccio per realizzare la militarizzazione a Gaza con la presenza permanente di forze militari israeliane e la deportazione della popolazione civile. Che da alcuni giorni il gabinetto di sicurezza israeliano ha deciso per la Striscia e i suoi abitanti la conquista dell’enclave e lo sfollamento coatto. E noi sappiamo che la minaccia di Smotrich, ministro delle Finanze dell’ultra destra israeliana, sta trovando compimento, aveva detto: “a Gaza non entrerà più neanche un chicco di grano”. E infatti a Gaza non entrano generi alimentari di prima necessità, né acqua, né medicinali.

Per completezza di cronaca non si può tacere che il nome di Molinari, durante la direzione a “Repubblica”, è legato a recenti episodi di sua ‘ingerenza’ tali da indire uno sciopero redazionale. Quando si lamentano «gravi ingerenze nell’attività giornalistica da parte dell’editore, delle aziende a lui riconducibili e di altri soggetti privati» avvenuti in occasione dell’ Italian Tech Week, organizzato da Exor a Torino. Il Comitato di Redazione contestava l’uscita, insieme al quotidiano, di un inserto di oltre 100 pagine con una serie di articoli apparentemente “giornalistici”, in realtà pubblicati dietro compenso delle aziende. Quando un collaboratore di “Repubblica” si dimetteva a causa della linea editoriale ritenuta eccessivamente piegata sulle posizioni israeliane in merito all’aggressione a Gaza dell’IDF (Forze di Difesa Israeliana). La direzione aveva bloccato la pubblicazione di un’intervista al cantante Ghali dopo Sanremo 2024, giustificandosi affermando che non vi era stata risposta «sul 7 ottobre». Il Cdr aveva pesantemente contestato la decisione. La querelle si conclude con l’approvazione a larga maggioranza della mozione di sfiducia al direttore Maurizio Molinari.

Tornando alle parole, alla loro importanza e alla loro dimenticanza, avremmo voluto sentire- anche in ragione della ‘realpolitik’ più volte richiamata nella disamina -altre parole.

Una  parola sulle armi dal momento che l’Italia è il terzo Paese al mondo -dopo Stati Uniti e Germania- a fornire armi a Israele. Fatto che ci porta ad essere direttamente parte in causa nella attuale situazione israeliana.

Una parola sul massacro quotidiano di massa di civili palestinesi nella Striscia di Gaza anche perché, come ci ricorda lo storico israeliano Ilan Pappé, l’esodo palestinese del 1948 può essere considerato un’operazione di «pulizia etnica» conseguenza di una politica pianificata da Ben Gurion e messa in opera dai suoi consiglieri; politica applicata sin dal dicembre del 1947, dunque prima della proclamazione dello Stato d’Israele del 1948.

Una parola sugli atti genocidari di donne e di bambini.

Una parola su quanto e come stia venendo meno il rispetto del diritto internazionale da parte di Israele e quindi la sicurezza di tutto l’Occidente democratico.

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