Notevole sconto di pena a Genovese per i “corsi d’oro”
Notevole sconto di pena a Genovese per i “corsi d’oro” di Giovanni Frazzica
In altri tempi l’attesa del verdetto della Corte d’appello di Messina sul caso riguardante l’on. Francatonio Genovese ed i suoi coinputati avrebbe tenuto col fiato sospeso l’intera città. Ora invece che questa singolare vicenda è giunta al suo epilogo, dopo avere assaporato, nella fase iniziale del procedimento, le luci e i clamori di un evento mediatico-mondano-giudiziario senza precedenti per la città di Messina, si è chiusa con un silenzio surreale. Erano tra l’altro assenti i maggiori protagonisti del processo, i coniugi Genovese e Rinaldi pare fossero a Roma, sul campo c’erano solo personaggi minori della telenovela giudiziaria. Negli ultimi giorni, dopo la sentenza favorevole al sindaco Cateno De Luca, tra i sostenitori dell’on. Genovese si era ingenerato, pur senza ragione alcuna, un clima di cauto ottimismo sulle sorti del proprio leader. E in effetti le aspettative degli aficionados non si può dire che siano state disattese, la Corte d’appello di Messina infatti ha deciso degli sconti di pena notevoli in secondo grado per il processo denominato “Corsi d’oro 2”, sulla formazione professionale in Sicilia ed a Messina. L’inchiesta, come è noto, vedeva in primo piano l’ex parlamentare nazionale Francantonio Genovese ed il cognato Franco Rinaldi, ex deputato regionale (entrambi prima del Pd poi di Fi) e le rispettive consorti. Questo processo riguardava 21 persone e sette società. L’inizio delle procedure risale al 2014: l’accusa contestava, a vario titolo, i reati di associazione finalizzata alla truffa aggravata, riciclaggio, falso in bilancio ed altro. Al termine di una udienza iniziata intorno alle ore 12 e conclusasi alle 20,32 risultava condannato, tra gli altri, Francantonio Genovese a 6 anni e 8 mesi (in primo grado aveva ricevuto 11 anni), il cognato Franco Rinaldi a 3 anni e 2 mesi. Nel processo “Corsi d’oro 2” condannata anche la moglie di Genovese Chiara Schirò a 2 anni e sei mesi, (in primo grado 3 anni e sei mesi), Elena Schiro’, moglie di Rinaldi a 3 anni e 9 mesi (in primo grado 6 anni e 6 mesi), Graziella Feliciotto a 2 anni (4 anni e sei mesi primo grado) pena sospesa, Elio Sauta 2 anni e sei mesi, (primo grado sei anni e sei mesi) e Roberto Giunta 3 anni e 4 mesi (in primo grado 5 anni e sei mesi). Assolta Giovanna Schirò (sorella delle due gemelle, Chiara ed Elena, consorti degli onorevoli imputati). Rinaldi è stato l’unico che ha avuto un aumento di pena a 3 anni e 2 mesi rispetto il primo grado, perché gli é stata riconosciuta l’associazione a delinquere. Genovese invece ha avuto diminuzione di pena perché è stato assolto per riciclaggio e autoriciclaggio e condannato per associazione a delinquere, tentata estorsione ai danni di Ludovico Albert (Direttore Generale dell’Assessorato Cultura e Formazione), 2 reati fiscali e 2 ipotesi di truffa. È questo l’esito del processo d’appello “Corsi d’oro 2”, l’inchiesta sulla formazione professionale che tra il 2013 e il 2014 scoperchiò una vasta rete di società interconnesse tra loro e fondate ad hoc, secondo l’accusa, per drenare fondi europei. La corte d’Appello era presieduta dal giudice Alfredo Sicuro, un processo durato meno di due anni e che aveva avuto testimoni illustri come l’ex ministro per la Coesione economica, Fabrizio Barca, l’ex dirigente della Formazione regionale siciliana, Ludovico Albert, e l’ex governatore Rosario Crocetta. Genovese rispondeva di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, associazione a delinquere, riciclaggio, frode fiscale e tentata concussione. In primo grado aveva retto l’impianto accusatorio impostato dal procuratore aggiunto Sebastiano Ardita e dai sostituti Antonio Carchietti e Fabrizio Monaco. Secondo i pm era emersa “una rete estesa e preoccupante di complicità in palese conflitto di interessi” che ha sottratto “importanti risorse a un settore vitale come la formazione professionale con tanti giovani in cerca di occupazione” per reati che “appaiono di rilevante gravità, per le responsabilità pubbliche di chi le commette”. La sentenza di primo grado aveva tuttavia derubricato il reato di peculato in truffa. Decisione impugnata dalla procura. Genovese era stato arrestato il 15 maggio del 2014, quando era deputato nazionale del Pd, poche ore dopo l’autorizzazione a procedere concessa dalla Camera. Allora si era alla vigilia delle elezioni europee ed il Segretario del Partito, che era Matteo Renzi, diede l’ordine di votare per la custodia cautelare in carcere per dimostrare l’estremo rigore dei democratici di fronte agli episodi di corruzione ed incassare in tal modo qualche manciata di voti d’opinione. Dopo la decisione del gip di concedergli i domiciliari, che vennero revocati dal Riesame nel gennaio del 2015, Genovese restò in carcere fino al luglio successivo, quando gli furono concessi nuovamente i domiciliari. Nello scorso luglio l’ex segretario regionale del Pd è stato rinviato a giudizio per evasione fiscale, mentre a marzo la Procura ha chiesto una condanna a 5 anni e 4 mesi per voto di scambio nell’ambito del cosiddetto processo “matassa”. In questo processo insieme a lui sono imputati il cognato, Franco Rinaldi, e l’ex capogruppo del Pd a palazzo Zanca, Paolo David. Tuttavia, rimanendo nel campo di questo primo processo, per il penalista messinese Nino Favazzo, comunque compiaciuto per il buon risultato conseguito, la partita è tutt’altro che chiusa. Ed in attesa del deposito della motivazione della sentenza, l’avvocato sottolinea che il dato più evidente della sentenza, anche per le possibili ricadute sul trattamento sanzionatorio, è la assoluzione di Francantonio Genovese da tutte le contestazioni per riciclaggio, che avevano fatto registrare in primo grado pene a dir poco severe. “Tra assoluzioni e prescrizioni, dunque, restano in piedi la associazione a base politico-familiare, due contestazioni per truffa e due per fatturazioni a fronte di prestazioni ritenute inesistenti, oltre alla tentata estorsione nei confronti di Ludovico Albert“, precisa il difensore. Questo perché i giudici hanno applicato una lunga serie di prescrizioni, e rigettato sostanzialmente l’appello della Procura che voleva un aumento delle pene e la riqualificazione del reato di peculato. Tuttavia, agli occhi di Favazzo, la condanna appare ancora alquanto severa ed è per questo che egli si appresta ad intervenire con rinnovata determinazione nell’ultimo grado di giudizio, quello della Corte di Cassazione. “Sono certo – afferma il penalista Favazzo – che, rispetto a ciascuna delle ipotesi per cui oggi è stata confermata questa condanna, vi saranno ampi margini per poter fondatamente chiedere ed ottenere una ulteriore modifica nel giudizio di cassazione. Acquisito questo importante risultato, ritengo tuttavia la partita tutt’altro che chiusa”. Parole importanti che portano una speranza ai tanti amici dell’on. Genovese che, senza ostentazione, seguono ancora le traversie del loro capo, consapevoli del fatto che, come è avvenuto per Cuffaro e per Formigoni, dopo la Cassazione c’è il carcere. A meno che….. Appunto, a meno che: meno male che Favazzo c’è.
- tratto dal settimanale I VESPRI
- Nella foto l’avv. NINO FAVAZZO
