Nei cieli di Ustica e della Sila di Patrizia Zangla*
Nei cieli di Ustica e della Sila di Patrizia Zangla* (storica)
Vi sono storie scandalosamente simili, fatti torbidi intersecati da una rete di complicità e segreti inconfessabili, che lasciano una scia di morti selettive, suicidi e omicidi camuffati da incidenti.
Nella notte del 27 giugno 1980 nel cielo di Ustica esplode alle 20:59 il DC9 dell’Itavia col drammatico bilancio di 81 passeggeri morti di cui 13 bambini. In quel cielo in cui volano in segreto velivoli militari non autorizzati come si legge nella documentazione della Nato. Mentre nel basso Mediterraneo era in corso l’esercitazione della Nato, Natinad Demon Jam V.
Quella notte sono ventuno gli aerei militari di diverse nazionalità a fendere i cieli italiani «in una guerra non dichiarata» dirà il giudice istruttore Priore. E da uno di essi parte il missile che colpisce il nostro DC9 nella cui scia – fuori dai radar – si cela il bersaglio mancato.
Nel complesso contesto internazionale -che vede la Francia di Giscard d’Estaing, gli Stati Uniti di Carter, la Libia di Gheddafi e l’Italia col Governo (presieduto da Cossiga) tentare di non tradire gli alleati e di mantenere buone relazioni con Tripoli, fornitrice di petrolio e commesse, mentre in Medio Oriente è iniziata l’invasione sovietica dell’Afghanistan e in Iran il potere di Khomeini- si compie una guerra in tempo di pace.
Non vi è stata un’esplosione o un cedimento strutturale del velivolo, tuttavia, non siamo in grado di indicare il suo essere atto colposo o doloso, la motivazione, il ruolo delle nazioni straniere e dei loro Servizi segreti, si propende per ritenere forte il coinvolgimento dei francesi desiderosi di contrastare le politiche libiche di Muammar Gheddafi.
Al cui riguardo fra le cose oscure c’è quella avvenuta nei cieli della Sila, del MiG23 precipitato in agro di Castelsilano che apre a contrastanti valutazioni: “sul tempo di caduta dell’aeromobile e le ragioni del volo verso l’Italia, sulla sua nazionalità e su quella del pilota, sulla specie del velivolo, sulla descrizione e autopsia del cadavere, sulla presenza di stranieri nelle ricognizioni del relitto, sui rapporti con i libici” come si legge nella Sentenza Ordinanza del giudice istruttore Priore perché esso non è caduto quando è stato rinvenuto.
Spadolini, ministro della Difesa dall’83 all’87, acutamente disse che “Chi avrebbe risolto il giallo del Mig libico caduto sulle montagne della Sila avrebbe potuto capire la strage di Ustica”.
I Servizi segreti militari della Nato posticipano il ritrovamento del MiG-23MS dell’Aeronautica militare libica al 18 luglio ’80, i cui resti sono trovati sull’altopiano silano come il corpo in stato di decomposizione del pilota recuperato poco distante dai rottami. A dispetto di quanti avevano detto che i resti erano stati tutti riconsegnati a Gheddafi, nel novembre del ‘90, il giudice Priore si recava di persona a verificare se vi fosse qualche rottame del MiG nel vallone di “Timpa della Magara”. Della spedizione, fra gli altri, faceva parte Andrea Purgatori, ottimo giornalista scomparso di recente e massimo conoscitore della strage di Ustica: risulterà che non tutto era stato riconsegnato, c’erano: “una bombola d’ossigeno, una forcella del cupolino, un cartonato di pannello dei comandi, le fibbie del seggiolino, pezzi metallici deformati e materiale elettrico”.
Sempre Purgatori nell’agosto 2016 intervistava il maresciallo Linguante dell’Aeronautica militare italiana che affermava che il Mig di Gheddafi non fosse caduto il 18 luglio ‘80 ma la stessa notte del DC9.
Ciò significherebbe che il registro comunale di Castelsilano era stato manomesso per certificare che l’aereo libico era precipitato il 18 luglio ’80, secondo la versione ufficiale perché il pilota -chiamato Ezzedin Fadah El Khalil, proveniente da Bengasi- “aveva avuto un infarto, l’aereo era arrivato da solo in Calabria col pilota automatico, e quando era finito il carburante era caduto sulla Sila”.
La fatidica notte di Ustica, testimoni oculari in Calabria avevano visto nei cieli della Sila “un aereo inseguito da due caccia militari che gli sparano col cannoncino” da cui desume che «ci sono una serie di elementi su cui hanno lavorato i magistrati che chiariscono che sotto al DC9 c’erano almeno uno o due aerei che si nascondevano, bersagli di quello che era successo quella notte e che probabilmente erano libici. Certamente uno era quello che è finito sulla Sila probabilmente ce n’era un altro come ha sempre sostenuto Gheddafi». I testimoni racconteranno anche al giudice istruttore Priore di aver visto un inseguimento tra caccia bombardieri, che due aerei tampinavano un velivolo sparandogli lungo il percorso da Lamezia Terme ai monti della Sila. Per anni la nostra Aeronautica Militare ha sostenuto che il Mig libico fosse caduto invece il 18 luglio (tre settimane dopo la strage di Ustica) e che quell’incidente non avesse relazione col DC9. Velivolo libico che aveva dei buchi sulla carlinga che gli esperti hanno reputato compatibili con le traiettorie dei colpi sparati da un mitragliatore. Sapremo poi che a esso erano interessati tutti i Servizi segreti, i nostri Sismi e Sios, e la Cia.
Resta inevasa la domanda: quale nazione sgancia nel cielo di Ustica da un caccia militare il missile che colpisce il DC9 che era decollato con due ore di ritardo dall’aeroporto di Bologna alle 20:08 e che avrebbe dovuto raggiungere Punta Raisi a Palermo?
La citata Sentenza ordinanza del 31 agosto 1999 del giudice Priore motiva l’avvenuto depistaggio. Rinvia a giudizio i generali Lamberto Bartolucci, Zeno Tascio, Corrado Melillo e Franco Ferri e gli altri cinque ufficiali per “attentato contro gli organi costituzionali con l’aggravante dell’alto tradimento”; dichiara di non doversi procedere per strage perché “ignoti gli autori del reato”. Il dato è dunque questo: il DC9 è stato abbattuto: “è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti. Nessuno ha dato la minima spiegazione di quanto è avvenuto”.
E nessuno ha mai chiarito cosa vi fosse scritto nel biglietto in lingua araba trovato tra i rottami del Mig di cui parla a Priore nel ‘97 un ufficiale dell’Aeronautica in congedo, Enrico Milani che aveva visionato negli uffici del Sios quanto rinvenuto a Castelsilano, una carta bruciacchiata firmata con apposti dei numeri scritti e stampati in arabo, relativi alle tabelle di volo e una dichiarazione di responsabilità: “Io sottoscritto pilota… colpevole dell’abbattimento e della morte di tanti…” .
Ezzedin Fadah El Khalil, il pilota di cui si scopre l’origine siriano palestinese che sembra fosse di scorta a Gheddafi, era dunque votato alla morte e, con quelle parole, intendeva scusarsi per il dolore che avrebbe recato?
Come le tante prove del Caso Ustica, distrutte o sparite, e il mancato apporto dei dieci radar dislocati nella zona del Tirreno, il biglietto scomparirà.
