Marx e lo sfruttamento dei lavoratori: ingiustizia o errore di sistema?

Marx e lo sfruttamento dei lavoratori: ingiustizia evitabile o errore di sistema?

La questione della giustizia nel pensiero marxiano rappresenta un vero paradosso di Vittorio Pelligra, il Fatto Quotidiano 17 dicembre 2023

Karl Heinrich Marx 1818-1883, teorico politico, filosofo, rivoluzionario e socialista tedesco. La questione della giustizia nel pensiero marxiano rappresenta un vero paradosso. Da una parte, infatti, Marx sposa un concetto di giustizia puramente giuridico, equivalente, cioè, al rispetto delle norme generalmente accettate. D’altro canto, però, sembra considerare il sistema capitalistico che si fonda su quelle stesse norme così negativamente da volerlo sovvertire e questo nonostante, nell’ambito del suo ordinamento giuridico, esso non possa essere considerato ingiusto. I capitalisti, infatti, si comportano secondo le regole quando acquistano la forza-lavoro e i lavoratori non possono affermare di essere trattati ingiustamente visto che accettano le condizioni contrattuali in modo libero e volontario attraverso la sottoscrizione di un contratto che stabilisce una retribuzione in linea con il valore del loro lavoro. Eppure, nonostante questa formale coerenza con il quadro normativo che porta Marx a ritenere il sistema capitalistico giusto, almeno nell’accezione della giustizia formale, la proprietà privata dei mezzi di produzione, l’essenza stessa del capitalismo, viene condannata fermamente come causa di sfruttamento.

«Tutti cannibali»

Alla base di questo paradosso – se apparente o sostanziale, lo vedremo più avanti – si trova uno dei problemi cruciali che la teoria marxiana intende chiarire: com’è possibile che in un sistema “formalmente giusto” come quello capitalistico, anche in assenza di distorsioni del mercato, oligopoli o monopoli, si generi dominio e sfruttamento e non solo lo sfruttamento dei capitalisti nei confronti dei lavoratori, ma anche quello dei proprietari terrieri e dei prestatori di denaro i quali estraggono dai capitalisti, sotto forma di rendita e interesse, parte del profitto. Un sistema “giusto” nel quale, però, come scrive John Rawls, anche “gli sfruttatori vengono a loro volta sfruttati” e sono, in fondo, “Tutti cannibali!” per citare il titolo del libro di Claude Lévi Strauss.

Il quadro della “società di classe”

Il quadro nel quale l’analisi di Marx si sviluppa è quello della cosiddetta “società di classe”, una società nella quale l’assetto giuridico consente ad una categoria di soggetti di appropriarsi di parte del valore prodotto dai lavoratori. La società feudale rappresenta un esempio lampante di tale divisione in classi così come la società schiavista nella quale il lavoro dello schiavo e del servo appartengono per legge al padrone o al signore. Ma a differenza di queste società nelle quali l’ordinamento giuridico viene imposto con la forza, i rapporti di sfruttamento sono palesi e manifesti e gli schiavi e i servi sono consapevoli della loro condizione di soggezione, nel sistema capitalistico l’appropriazione da parte dei proprietari dei mezzi di produzione del valore prodotto dai lavoratori avviene in maniera occulta. Un sistema, quello capitalistico, che da una parte riconosce la libertà dei lavoratori e la volontarietà dei contratti che sanciscono il loro rapporti coi datori di lavoro ma che dall’altra si fonda sullo sfruttamento. È la presenza celata di questo sfruttamento il “mistero” che Marx vuole svelare con la sua teoria del valore-lavoro, primo grimaldello della più ampia critica al sistema capitalistico nel suo complesso. – tratto da Il Fatto Quotidiano

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