Mario Draghi e Federico Caffè (a Messina 1955-1956)
MARIO DRAGHI E IL PENSIERO DI FEDERICO CAFFE’, DOCENTE A MESSINA 1955-1956 di Maurizio Ballistreri
C’è un filo che lega il premier incaricato Mario Draghi con la Sicilia e con Messina in particolare: uno dei suoi maestri, Federico Caffè (un altro è stato il premio Nobel per l’Economia Franco Modigliani al MIT) ha insegnato nel primo dopoguerra Politica economica nell’Università messinese, tra il 1955 e il 1956, quale professore straordinario, all’inizio della straordinaria esperienza di Salvatore Pugliatti alla guida dell’Ateneo peloritano.
Ricordare il pensiero economico di Caffè, può far comprendere quale è l’orizzonte di cultura economica e politica di Draghi e, quindi, la sua futura azione di prestigioso civil servant a livello globale alla guida del Governo, per portare fuori il Paese dalle secche in cui si trova.
Caffè è stato un economista di valore assoluto. Componente del Servizio studi della Banca d’Italia con il Governatore Menichella sino a Guido Carli che lo considerò “il più grande economista italiano del suo tempo”, partecipò alla Resistenza e fu collaboratore di diversi ministri nell’immediato dopoguerra, dedicandosi integralmente alla ricerca scientifica, all’insegnamento di Politica economica e alla funzione che egli definiva di “consigliere del cittadino”. A Londra per una borsa di studio, studiò la nascita del welfare state con il governo laburista di Clement Attlee e le teorie di Keynes, che introdusse nel dibattito scientifico italiano, che non conosceva ancora gli strumenti economici che avrebbero segnato l’affermazione delle socialdemocrazie in Europa.
Federico Caffè, purtroppo scomparso misteriosamente nella notte tra il 15 e il 16 aprile del 1987 dal suo domicilio di Roma, denunciò l’inadeguatezza dei modelli di politica economica fondati sull’idea salvifica del mercato, che sino alla drammatica pandemia da covid-19, apparivano vincenti, anche in quella che, absit iniuria verbis, si autodefinisce “sinistra riformista”. Caffè denunciò sempre la “non politica per la piena occupazione” e nel fallimento del mercato spettava soprattutto allo Stato il ruolo di “occupatore di ultima istanza”; di occupazioni utili certo.
Caffè era convinto che l’Europa fosse il “nostro destino e il nostro futuro”, ma che l’adozione della moneta unica dovesse costituire il punto di arrivo e non di partenza di un processo di convergenza reale tra le economie degli Stati membri: “Ma c’è un più grave problema di democrazia. Quando eleggeremo i parlamentari, questi voteranno un governo che avrà la libertà solo di smantellare di più lo stato sociale, privatizzare un po’ di più, di peggiorare le condizioni di lavoro (di chi ancora l’avrà)”.
Critico nei confronti dei massimalismi a sinistra e del sindacato ma anche dei liberismi alla moda, a rileggere Federico Caffè sembra quasi un veggente, sicuramente un riformista vero e convinto, con le stesse idee delle socialdemocrazie europee che nel ‘900 hanno creato prosperità e uguaglianza.
Keynes, gestione della moneta in funzione anti-ciclo, riformismo, welfare state, Europa, democrazia: questi i capisaldi del pensiero di Federico Caffè che, certamente, ritroveremo nell’azione di Mario Draghi, che, infatti, si definisce un “socialista liberale” legato ai valori democratici, europeisti, di socialità, che hanno nel suo celebre “whatever it takes” e nel “quantitative easing” un vero e proprio Manifesto politico e culturale.
