Marchionne è morto, per fortuna di Cosimo Recupero

Marchionne è morto, per fortuna

di Cosimo Recupero

 

Sergio Marchionne è spirato alcune ore fa in una clinica zurighese dove era ricoverato da qualche settimana per non meglio precisati problemi di salute.

Lascia un’eredità importante. Al suo arrivo al Lingotto, Fiat era un’azienda decotta. Perdeva sette milioni di euro al giorno. Scaricava i propri problemi sulle casse pubbliche, ma non si dava un piano industriale serio per uscire dalle secche.

Il gruppo torinese faceva gola a molti concorrenti internazionali come General Motors, che aveva accettato di stipulare un contratto capestro, tanto era convinta di prendere lei Fiat per la gola, o la stessa Chrysler, oggi partner d’oltreoceano in FCA.

Quarantuno miliardi di euro era il fatturato a quei tempi, più del triplo oggi. Centoventimila i dipendenti di tutte le aziende del gruppo, duecentonovantamila oggi. Per non parlare degli utili. Sette milioni al giorno di perdite nel 2004, venti milioni, ma di utili, sempre al giorno, come previsione per il 2018. Azzeramento totale del debito, accertato dal CDA proprio nel giorno della scomparsa del manager. Quarantacinque miliardi di euro di investimenti previsti nei prossimi tre anni. Numeri che parlano da soli e che non danno solo il senso di un’azienda che non ha bisogno di essere, un giorno sì e l’altro pure, oggetto del dibattito politico, come ad esempio sta avvenendo per ILVA. Oggi FCA cammina da sola, fa utili, da lavoro, produce innovazione e permette anche all’Italia di sedere da protagonista nel settore più strutturale dell’industria mondiale, e cioè l’automotive.

Eppure, nonostante questi dati, i “benaltristi” italioti non hanno perso occasione per fare le pulci al manager di origini chietine che, invece, all’estero è considerato un eroe.

Sarà l’assenza dell’Italia ai recenti mondiali di Russia ad aver permesso a schiere di commissari tecnici in forzata inattività, ad impiegare il proprio tempo per spiegare che quanto Marchionne ha fatto non è niente, perché Fiat non esiste più, perché ha spostato la sede in Olanda, perché questo… perché quello… Un diluvio di “ben altro per salvare Fiat” del quale avremmo fatto volentieri a meno, se non altro per rispetto verso l’uomo steso sul letto di morte.

Ma non c’è niente da fare. E’ più forte di noi. Dobbiamo sempre spiegare che gli altri hanno fatto male, senza andare oltre qualche luogo comune o il sentito dire.

Siamo commissari tecnici durante i mondiali, ministri della sanità sui vaccini e AD di FCA sulla gestione del più grande asset industriale del Paese.

Tutto questo è figlio della cultura che sta prevalendo in Italia da qualche anno a questa parte. Siamo diventati un popolo malmostoso, vendicativo, rabbioso. Abbiamo dimenticato le nostre origini e quindi non abbiamo punti di riferimento sul nostro futuro. Abbiamo dimenticato cosa abbiamo costruito, accecati dalla rabbia che ci fa mettere alla ricerca di ciò che dobbiamo distruggere. Ci siamo dimenticati dei problemi da risolvere, perché siamo troppo preoccupati a dare la caccia ai nemici da abbattere.

Questo è il Paese di Enzo Ferrari e Ferruccio Lamborghini, di Adriano Olivetti, di Giuseppe Verdi, di Leonardo da Vinci e Archimede. Siamo il popolo di Bernini, Michelangelo e Caravaggio, ma invece di guardare al loro esempio, a seguire le loro intuizioni, a guardare alle loro strategie, ci siamo persi dietro gli sproloqui di qualche mentecatto che crede nelle scie chimiche e nei vaccini che causano autismo.

Costruire è difficile, distruggere è facile. E siccome non sappiamo più fare la prima cosa, sfoghiamo la nostra insoddisfazione con la seconda.

Marchionne per questo è stato odiato, nonostante i numeri di FCA. E’ stato odiato perché ha fatto saltare le vecchie logiche nelle quali ci siamo crogiolati pe decenni. Ci ha dimostrato che persino gli italiani possono dare il meglio di sé, ma serve impegno, studio, intelligenza, capacità di adattamento. Ci vuole una straordinaria capacità di abbandonare convinzioni ataviche per esplorare nuovi mondi. A conferma di questo ci sia il fatto che non solo Marchionne si è contrapposto ai sindacati, riuscendo spesso a portare i lavoratori dalla propria parte. Ma ha anche abbandonato Confindustria, come segno forte ed inequivocabile che considerava stracotto il vecchio modello di relazioni industriali. Per questo Marchionne è stato di scandalo per molti. Lo è stato perché ha costretto molti ad uscire dalle proprie certezze e percorrere nuove strade. Ma per gli italiani, conservatori per natura, questa cosa è stata ed è tuttora difficile. Molti sindacalisti, molti industriali, molti politici non lo hanno amato perché era un elemento di disturbo, che rischiava di mettere in pericolo zone di potere nelle quali il merito e le capacità non contano, nonostante si dica il contrario.

Proprio per questo, sono convinto che in tanti, pur non dicendolo apertamente per ovvi motivi di buon gusto, comunque abbiano pensato, con un sorriso beffardo che il pericolo di un uomo diverso è scampato. Molti, fra sé, si sono senz’altro detti: Marchionne è morto, per fortuna.

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