MACBETH: “DOMANI E DOMANI E DOMANI”

MACBETH: “DOMANI E DOMANI E DOMANI”

MACBETH: “DOMANI E DOMANI E DOMANI”.

Sei minuti per il Presidente Mattarella e dodici minuti di applausi – tutti meritati – per il Macbeth di Chailly segnano la distanza dal copione pubblicato nel Folio del 1623 per abbandonare il Medio Evo e salire nei grattacieli del terzo millennio proiettati con le nubi scure alla Scala, quasi a segnalare che la ricerca del potere non ha rinunciato all’ambiguità e che le sfide della vita possono ignorare le Sorelle Fatali della Scozia d’inizio Basso Medio Evo, che sono poi le Norne del mito norreno e le Moire della tradizione greco-romana. Il successo del Macbeth alla Scala di Milano con la regia di Davide Livermore e la direzione di Riccardo Chailly rende abbastanza plastico il dramma della ricerca del potere per fini personali in un trionfo di errori e di orrori che riecheggia il resoconto storico sul re Macbeth di Scozia di Rhphael Holinshed e del filosofo scozzese Ettore Boezio. Certo, riadattare il copione teatrale – come è già avvenuto più volte nel corso dei secoli – comporta una rinuncia all’atmosfera medievale con il suo contorno di castelli, di brughiere desolate, di foreste strappate al tempo che scorre, di streghe e di profezie. Quando il Re Duncan annuncia a Macbeth la nomina a generale dell’armata scozzese si realizza la prima delle tre profezie delle Sorelle Fatali e Macbeth prova subito l’ansia di diventare Re. Il piano per assicurare il trono di Scozia al marito viene escogitato da Lady Macbeth e quando il Re soggiorna ad Inverness nel castello del marito, costui pugnala a morte il Sovrano e poi con la moglie mette in atto una scena per accusare dell’omicidio le guardie ubriache ed addormentate. Nella ricostruzione scenica della Scala una perfida Lady beve, fuma, si aggira nell’attico in cima ad un grattacielo danzando sinuosamente immersa nell’atmosfera di una città rotante e cantando “La luce langue” senza poter – infine – evitare la morte di Macbeth trafitto da Macduff. Ecco, così rappresentata l’effimera conquista del potere che, pur rinunciando ai ritmi ed alle arie del Medio Evo, rende bene l’idea del passaggio tra il mondo reale e quello soprannaturale con le evidenti ripercussioni sul divenire del destino, sui misteri della vita desiderata e di quella vissuta, sulla forza della volontà (ma non è il volontarismo etico) capace di conseguire in eguale misura il bene ed il male. Quella di Macbeth non è una bella storia, una di quelle favole da raccontare ai fanciulli pochi giorni prima di Natale; ma l’allestimento scenico della Scala, la bravura del regista Livermore e del direttore Chailly unita alle brillanti prestazioni del soprano Anna Netrebko e del baritono Luca Salsi hanno fatto in modo che lo spettacolo offrisse una vetrina di successo ad un evento mondano di tutto rispetto. Il messaggio per una Italia che soffre, immersa com’è nella quarta ondata del virus, non è dei migliori – proprio come la fine di Macbeth – ma bisogna cogliere il senso della giustizia che alla fine prevale sulla sete di potere. Del resto, la riflessione di William Shakespeare (V° atto, scena Va) è di per sé interessante: “La vita non è che un’ombra che cammina; un povero commediante che si pavoneggia e si agita sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non se ne parla più; una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla”. Ed ancora: “Domani, e poi domani, e poi domani, il tempo striscia, un giorno dopo l’altro, a passetti, fino all’estrema sillaba del discorso assegnato; e i nostri ieri saranno tutti serviti a rischiarar la via verso la morte a dei pazzi.” Sono riusciti a trasportare Macbeth ed i passi della Storia nel terzo millennio, ma il futuro non fa prestiti a nessuno. Gianfranco Fisanotti

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