L’umanita’ tra nuova Jalta e “Guerra dei mondi”

L’umanita’ tra nuova Jalta e “Guerra dei mondi”

L’umanita’ tra nuova Jalta e “Guerra dei mondi” di Maurizio Ballistreri

Nessuno può prevedere quali saranno gli scenari mondiali conseguenti all’invasione russa dell’Ucraina. Un dato è certo però, nulla sarà eguale a prima o per meglio dire, corrispondente al sistema geopolitico e di economia globalizzata affermatosi dopo il crollo dell’impero sovietico e la fine degli equilibri disegnati a Jalta nel febbraio 1945.

Infatti, con il crollo del Muro di Berlino nel 1989, si è parlato di “Fine della Storia”, intesa come prospettiva basata sul “Nuovo Ordine Mondiale”, a livello geopolitico unipolare, con gli Stati Uniti quale “gendarme del mondo”, con l’intervento nei Balcani, in Irak, in Afganistan e in Libia, lungo la linea di politica internazionale Clinton-Bush jr.-Obama, e sul terreno economico con il libero scambio e il prevalere della finanza sulla produzione, la compressione dei diritti sociali e l’assimilazione nel concetto di consumatore di quello di cittadinanza democratica, come aveva ammonito inascoltato il prestigioso economista liberal John Kennet Galbraith già nel 1959, con il suo “La società opulenta”, e i ripetuti shock, tra i quali spicca quello dei mutui subprime e del fallimento di Lehmann Brothers, con la drammatica crisi planetaria iniziata nel 2008.

Ma dopo il dramma ucraino, pur sperando in una soluzione negoziata immediata che ponga fine agli orrori di questa guerra al centro dell’Europa, è di tutta evidenza che è molto probabile un ridisegno degli equilibri mondiali, sia a livello di sfere di influenza politica che sotto il profilo economico.

L’ipotesi è che si ricostituisca un equilibrio tra due blocchi, non più divisi dalle contrapposte ideologie, mercatistica e collettivistica del dopoguerra, in cui storicamente nei “Trenta gloriosi”, dal 1945 al 1975, si sono incuneate nell’Europa Occidentale le politiche riformistiche di redistribuzione della ricchezza e del potere verso il basso delle socialdemocrazie, ma che veda in competizione due sistemi: il primo ad egemonia angloamericana – anche se gli Stati Uniti presentano attualmente un’evidente crisi di leadership – con i partners europei in posizione subalterna, con istituzioni liberaldemocratiche, il secondo lungo l’asse sino-russo di stampo autoritario, ma entrambi di tipo capitalistico.

Il secondo blocco avrebbe la potenza militare, energetica e alimentare della Federazione Russa e quella economica della Cina. Quest’ultima, infatti, da tempo ha costruito proprie istituzioni finanziarie alternative a quelle tradizionali, nate a Bretton Woods nel 1944 prima e poi, dopo il 1994, con il nuovo General Agreement on Tariff and Trade a Marrakech, che diede vita al World Trade Organizzation.

La Cina, nonostante l’opposizione della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, ha istituito a Shanghai l’Asian Infrastructure Investment Bank, che conta su 33 Stati membri tra Asia e Africa, alternativo a World Bank, mentre in competizione con il FMI Pechino ha varato un sistema di prestiti bilaterali per i Paesi in via di sviluppo, che impone l’obbligo dell’uso della valuta cinese, lo yuan, per promuoverla in competizione con il dollaro, l’euro e lo yen sui mercati internazionali. E ancora la Cina ha creato una propria agenzia di rating, la Dagong Global Credit, in concorrenza con le tradizionali Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch e un sistema di pagamenti interbancari diverso dal celebre Swift, le cui transazioni medie giornaliere arrivano a 388 miliardi di yuan, pari a 55 miliardi di euro. Un sistema finanziario in competizione dunque, con quello occidentale, a cui aggiungere l’ancora imponderabile evoluzione delle criptovalute, che avrebbe nel complesso militare e nelle risorse di gas e di petrolio, oltre che in quelle alimentari, grano in primo luogo, della Russia, l’altro pilastro di una nuova superpotenza mondiale.

Si potrebbe originare così, una sorta di “Nuova Yalta” ovvero, peggio, una “Guerra dei mondi”, prendendo a prestito il titolo del celebre romanzo di fantascienza di  Hebert George Wells, che non si può affrontare con battute semplificatorie come quella del premier Draghi sull’alternativa “tra la pace o il condizionatore acceso”, ma con un impegno forte, innanzitutto sulla costruzione dell’Europa politica, nella quale si agitano gli spettri dei neonazionalismi, si veda Marine Le Pen al ballottaggio per le presidenziali francesi, nelle quali, però, si registra anche il ritorno di un socialismo radicale e antiliberista con Mélenchon, cui esiti sono certamente imprevedibili.

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