L’ultimo disperato tentativo di Cosimo Recupero

Dopo 14 mesi di governo con Salvini, forse Di Maio è stato costretto a confrontarsi con una materia a lui del tutto sconosciuta: la politica.

Sì, perché se con Salvini era un tutto un susseguirsi di prove muscolari nelle quali, di solito, Salvini faceva il bullo e Di Maio il bullizzato, cornuto e contento, oggi il giovane virgulto campano ha iniziato una disfida be più difficile perché fatta di sottili strategie più che di scontri frontali nei quali si arrendeva sempre, per non perdere il posto.

E che come politico Di Maio sia una mezza cartuccia devono averlo capito anche i dirigenti, pardon, i padroni del M5S, ovvero quel Grillo e Casaleggio che lo avevano messo lì, in favore di telecamera, contando sul fatto che fosse più fotogenico che intelligente.

E così, a crisi aperta, era stato lo stesso Beppe Grillo che aveva dichiarato che, nel nuovo governo con l’ex partito di mafia capitale (per usare una espressione a loro cara) i ministri si sarebbero dovuti scegliere fuori dal recinto della politica. Su questa richiesta, dal PD nemmeno una risposta. I democratici sono troppo navigati nei marosi della politica per non capire che, quella indicazione, non era come al solito rivolta a loro ma agli stessi grillini che, diciamocelo francamente, come ministri e sottosegretari sono stati a dir poco deludenti.

Insomma, lo stesso Grillo ha capito che l’idea di affidare il Paese ad un popolo di ragazzini senza arte né parte, non ha reso un buon servigio né all’Italia, né allo stesso movimento. Le elezioni europee e i sondaggi sono, per la stessa proprietà del M5S, poco confortanti. E’ quindi necessario quello che, politici della vecchia guardia, definirebbero un cambio di passo.

E così, la prima vittima sacrificale doveva essere lo stesso Di Maio perché, salvando lui, non si sarebbero potuti sacrificare tutti gli altri suoi fedelissimi, a cominciare da quel Danilo Toninelli che ha fornito, con le sue uscite, fin troppo materiale a vignettisti e barzellettieri di mezzo mondo.

Tale sacrificio, inoltre, stava benissimo anche a tutti i parlamentari dei cinquestelle che, in caso di elezioni, considerato il forte ridimensionamento elettorale che subirebbero senza ombra di dubbio, vedrebbero sfumare il loro posto in parlamento, conquistato faticosamente con cinquanta click o poco più.

E così Di Maio, di fronte alla prospettiva di aspettare da semplice deputato la fine della sua ultima legislatura, ha pensato bene prima di porre la sua candidatura a vicepremier come condizione irrinunciabile per proseguire la trattativa. Fallita questa strategia, ha rilanciato, in totale autonomia e senza alcuna indicazione in tal senso né da Grillo né dai gruppi parlamentari, di alzare la posta, ponendo delle condizioni programmatiche che, a leggerle bene, sono la copia esatta delle paranoie di Salvini: immigrati, decreto sicurezza, autonomia del nord. Tradotto in italiano, Di Maio ha chiesto al suo ex socio se è ancora valida quella offerta per Palazzo Chigi.

Tutto questo forse è apparso a lui come l’idea geniale per spiazzare tutti. In realtà è solo l’ultimo disperato tentativo di fare il Presidente del Consiglio senza avere nessun qualità per quella carica. Ma invece di inseguire Salvini, dovrebbe impararne la lezione e capire che, se tiri troppo la corda, prima o poi si spezza.

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