L’Italia si cura con l’omeopatia fiscale di Anton Giacomo Rizzo
MANOVRA. LA SALUTE ANCORA SOTTO.
L’Italia si cura con l’omeopatia fiscale
AntonioGiacomo Rizzo
C’è un paradosso in questa manovra economica: il governo promette di guarire la sanità con le stesse dosi omeopatiche con cui, in passato, ha curato la burocrazia. Sei miliardi in più, dicono. Ma basterebbero appena a stuccare i buchi nei muri del Policlinico di Messina — e forse neppure quelli.
La Sicilia, da buona terra di stoici e ironici sopravvissuti, ringrazia e aspetta. Magari seduta, con la cartella clinica in mano, al pronto soccorso.
La manovra 2026 si presenta con il petto gonfio: +6 miliardi alla sanità pubblica, annuncia trionfante. Poi si legge la nota a piè pagina — scritta in caratteri minuscoli e forse in cirillico — e si scopre che la spesa sanitaria, in rapporto al PIL, scenderà dal 6,3 al 5,9%.
Tradotto per chi non parla “tecnocratico”: spendiamo un po’ di più per contare un po’ di meno.
Il CREA, Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità, che ancora si ostina a fare i conti con la realtà, è lapidario: per rimettere in piedi il Servizio sanitario nazionale servirebbero almeno 19,9 miliardi, fino a 40 per coprire stipendi e carenze croniche. Ma in Italia la medicina resta economica solo nel nome: si risparmia sulla cura, si investe nella narrazione.
In Sicilia, le cifre fanno sorridere anche i pazienti in barella: 313 milioni dal PNRR per la sanità territoriale, meno di cento destinati agli ospedali. La Regione, con un gesto di grande ardimento, aggiunge 8,4 milioni di fondi propri: giusto il necessario per acquistare qualche cartello “lavori in corso” da piazzare all’ingresso.
Il resto è in attesa, promesso o già evaporato tra bandi che ricordano l’Araba Fenice e commissari straordinari che fanno più danni della grandine.
A Messina, il Policlinico universitario è il simbolo perfetto: un gigante con insufficienza respiratoria acuta.
L’Asp annuncia 30 milioni per la provincia, ma 17,6 finiscono a Milazzo. Al Policlinico restano le briciole.
Per riportarlo a standard degni di un Paese moderno servirebbero oltre 50 milioni: tra antisismica (che non è un lusso, ma una necessità), impianti e tecnologie, la lista d’attesa non riguarda solo i pazienti, ma anche la sua stessa ristrutturazione.
Eppure si va avanti. Non per fondi, ma per dedizione — quella risorsa invisibile che non entra in bilancio e che nessun ministro può tagliare. È l’unico “capitolo di spesa” che continua a reggere il sistema: l’impegno di chi cura nonostante tutto.
Intanto la “sanità in cammino”, come la definisce la Corte dei Conti, resta ferma in sala d’aspetto.
Al Nord si parla di eccellenze, al Sud di sopravvivenza.
Qui la speranza non è un sentimento: è una terapia palliativa.
Il governo chiama “manovra” ciò che somiglia più a un numero di prestigio con le tre carte. E il Paese? Il Paese continua a curarsi con la fede, la fortuna e — quando va bene — un po’ di pazienza.
A Messina, almeno, la speranza non manca: è gratuita, non ha controindicazioni e, soprattutto, non serve prenotazione al CUP.
