Linea sottile, Montanelli è colpevole? di Patrizia Zangla
LA LINEA SOTTILE, SOTTILE, MONTANELLI È COLPEVOLE?
di Patrizia Zangla
È giustificabile? Durante la guerra d’Etiopia il giornalista ‘compra’ la sua sposa bambina. La ragazzina eritrea ha 12 anni. Quale la linea di demarcazione che separa il comportamento giusto da quello ingiusto? Solo il tempo segna la demarcazione tra i comportamenti?
Quale la linea sottile che rende grave e pericoloso un comportamento umano?
Indro Montanelli è la firma autorevole del giornalismo italiano, al Corriere della Sera, al Giornale di cui è fondatore, lo ricorda una statua in suo onore, opera dello scultore Vito Tongiani, a Milano nei giardini di Porta Venezia. Da subito criticata per ragioni estetiche, una stucchevole statua d’oro collocata in un giardinetto per vecchi- si disse.In realtà, la scelta non è casuale, è il luogo in cui nel 1977 il giornalista è gambizzato da un commando delle Brigate Rosse.
Poi le altre. Critiche feroci, di “razzista” nel 2012 -la statua è imbrattata di strisce rosse e accanto è collocata una finta bomba-, nel 2018 un Collettivo femminista sostituisce la targa con la scritta “stupratore di bambine”, nel 2019 un gruppo del movimento “Non una di meno” la imbratta di vernice rosa lavabile.
Giugno 2020, la statua è di nuovo presa di mira da giovani di un Collettivo universitario. Imbrattata di vernice rossa.
A raccontare quell’episodio di altri tempi lo stesso Montanelli nel 1969 nel programma “L’ora della verità”, immediatamente contestato da Elvira Banotti, attivista femminista. Nel 1982 in “Questo secolo” lo replica a Enzo Biagi, aggiunge: «era un animalino docile». E lo scriverà anni dopo, in un articolo de La stanza di Montanelli: «Vista l’usanza degli Ascari di combattere con la moglie al seguito, decisi anch’io di sposarmi. I miei uomini mi procurarono una giovane e bellissima eritrea […]. In questo modo, ogni due settimane mi ritrovavo, al pari dei miei uomini, con i panni puliti».
La Storia è storia contemporanea ci ricorda Benedetto Croce, noi guardiamo la realtà con i nostri occhi, occhi del presente, ma lo storico, bravo, sa che deve storicizzare l’evento, ricollocarlo in quel passato. L’esito è sorprendente, esattamente contrario a quello che ci si può attendere.
Compiamolo questo Streben, sforzo, ricollochiamo la vicenda in quel passato.
All’ottobre 1935 risale l’invasione italiana dell’Etiopia, è l’acme del regime, ammaliato dal mito imperialista. L’assassinio del Cancelliere austriaco Dollfuss fornisce pretestuosamente al governo italiano il motivo dell’impresa in Abissinia contro il negus Hailé Selassié. L’interesse nazionale in terra d’Africa risponde a esigenze primariamente politiche, secondariamente economico-demografiche, rientranti nella campagna pronatalista del regime. Osservava preoccupato Benito Mussolini: “Se si diminuisce, signori, non si fa l’Impero, si diventa colonia!”.
Tardivamente gli italiani si erano lasciati contagiare dalla febbre coloniale, affiancandosi in corsa ai boeri-olandesi, ai francesi, ai tedeschi e agli inglesi, erano i giorni dell’Italietta liberale complessivamente poco ambiziosa e di quel Mussolini allora socialista che manifestava contro l’impresa in Libia.
Ora il regime mussoliniano nutre sogni imperialisti anche suggellati dagli immancabili cori e dalla propaganda che si veste per l’occasione di esotismo, al neocolonialismo congiunge un sano nazionalismo, un necessario militarismo e un iniziale razzismo. Nei fatti, la colonizzazione fascista é dispendiosa e ai fini politici poco utile, favorisce l’allontanamento dalle democrazie europee, per converso in Patria fornisce l’immagine vincente del regime mussoliniano, tanto che molti inebriati dalla conquista della capitale etiope chiamano la propria figlia Addis Abeba, rappresenta la rivalsa italiana sulle nazioni plutocratiche, dominatrici e imperialiste. Una conquista condotta “all’italiana”, con molta enfasi di cui resta sottaciuta l’altra faccia della medaglia: gli effetti della cosiddetta “pacificazione” della Libia, consistenti nella deportazione in massa delle tribù seminomadi in campi di concentramento condotta dal Maresciallo Graziani, diventato poi Comandante in capo delle Forze Armate italiane in Africa settentrionale dopo l’abbattimento nel cielo di Tobruk dell’aereo di Italo Balbo, “eroe dell’aria” e Governatore della Libia di cui ancora oggi qualche nostalgico sovranista posta l’immagine sulla propria pagina social. Si tratta di un progetto simile alla pulizia etnica esteso ai libici, etiopi e somali, che negli anni della guerra sarà applicato a sloveni e croati, protrattosi in Somalia fino al marzo 1941, la maggior parte dei deportati sarà decimata a causa degli stenti e delle cattive condizioni igienico sanitarie dei campi di internamento, allestiti in prevalenza nel Sahara libico. A questo quadro va aggiunto il bilancio delle azioni di violenza condotte sulle popolazioni autoctone aggredite, gli episodi di stupro e la triste condizione cui è destinata la prole generata da unioni “miste”, dalle coppie italo-africane mai riconosciute in Italia (in 1943-1945, l’Italia in camicia nera, Ed. Leone Milano).
Torniamo a Indro Montanelli.
In quegli anni è un giovane fascista come molti – non è questo che qui si vuole stigmatizzare richiederebbe altro approfondimento, né si vuole istituire un processo ex post o giustificare l’imbrattamento della statua- è volontario alla guerra come sottotenente in battaglione coloniale di Àscari, che lui chiama banda indigena, e ha 26 anni.
Destà, questo il nome della sposa, ha 12 anni, è bellissima.
Come da contratto, Montanelli versa al padre 350 lire, il contratto comprende anche un «tucul» (capanna di fango e paglia), 180 lire, un cavallo e un fucile. L’esperienza etiope di Montanelli dura un anno è mezzo, ferito, rientra in patria, di quella permanenza, già giornalista pubblicista, ne scrive un reportage.
Era uso che le bambine dell’Abissinia, date per più precoci delle loro coetanee europee, divenissero spose.
Era uso che le popolazioni dominatrici assoggettassero quelle sottomesse. Era uso in quei Paesi, ma non era uso in Europa, neanche in quei Paesi europei tinti di nero -come l’Italia- che intonavano orgogliosi Faccetta nera dell’Abissinia. Persino nelle case chiuse non erano ammesse prostitute minorenni.
Corre una linea sottile sottile, tra quanto in uso in un Paese e quanto in altro Paese.
Che ne è della sposa bambina, la bellissima Destà?
Nel 1937, per ragioni sanitarie l’uso del madamato non è più tollerato, il fine è di limitare le infezioni veneree, l’anno successivo, con l’emanazione delle Leggi razziali si proibiscono i rapporti con le popolazioni indigene, la legge fascista impedisce i contatti tra italiani, razza superiore, e africani, razza inferiore, prima del ritorno in Italia di Montanelli è ceduta al generale Alessandro Pirzio Biroli -solido camerata, cultore della razza ariana, fustigatore di partigiani- entra nel suo harem, poi destinata al matrimonio con un militare eritreo sottoposto a Montanelli nella guerra coloniale.
Lasciamoci con un fermo immagine su una Faccetta nera. Sono le fotografie all’epoca “cartoline artistiche”, in cui l’obiettivo curioso del fotografo ritrae, forzatamente nude, ragazze dalla pelle di luna, notoriamente ritrose e pudiche, in pose ammiccanti ma con lo sguardo velato di timore e tristezza unita a vergogna, che rammenta a noi oggi quella colonizzazione italiana in terra d’Africa.
Mi spiace Indro Montanelli, come uomo sei colpevole!L
